Achillini, Giovanni Filoteo
Bologna 1466–1538
Presentazione
Dopo l’esordio brillante come promotore delle Collettanee grece, latine e vulgari per diversi auctori moderni nella morte de l’ardente Seraphino Aquilano stampate a Bologna nel 1504, vero e proprio manifesto antologico della poesia cortigiana, Giovanni Filoteo Achillini era destinato a mancare all’appuntamento con le tipografie rinascimentali e con la grande circolazione libraria. Certo è che l’avvio non poteva essere più promettente. Nobile, di solida formazione umanistica latina e greca, collezionista di monete e marmi antichi, musico esperto e rinomato, in rapporto con i protagonisti della nuova letteratura in volgare, amico e «compare» del Bembo, che aveva probabilmente tenuto a battesimo uno dei suoi figli (Basini 1954-1955: 14), sul finire del 1504 l’Achillini aveva già al suo attivo, ma ancora inediti, una cospicua raccolta di rime (sonetti, sestine, capitoli ternari, barzellette) e un poema mitologico in ottave, il Viridario, posto sotto il segno eclettico dei maestri più in vista di quegli anni: «Te approvi il Bembo, il Cortese, e ’l Calmeta, / il giudicio de’ quali è diligente» (in Traversa 1992: 22).
Ma con la caduta rovinosa della signoria dei Bentivoglio nel 1506, a Bologna si apriva una fase torbida e irrequieta di violenze, di conflitti interni e tensioni latenti che doveva protrarsi per oltre un decennio isolando la cultura cittadina dai circuiti del nuovo classicismo volgare. Ed è forse questa la ragione principale per cui le opere più rilevanti dell’Achillini restano confinate in manoscritti autografi senza pervenire alle stampe: la produzione lirica giovanile si legge nel ms. Acquisti e doni 397 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze (→ 5) e il Fidele, vasto poema enciclopedico-sapienziale in terzine di ben «cantilene 100 in versi 15238» (Orlandi 1714: 162), portato a termine dopo il 1516 (Basini 1954-1955: 132), sopravvive in due codici d’autore conservati a Bologna (→ 2 e 4), il ms. B 3131 della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio (mancante del secondo volume) e il ms. 410 della Biblioteca Universitaria (mutilo dell’ultimo canto). Tuttavia, dopo la pacificazione del 1530, l’Achillini non si sarebbe sottratto a un confronto con la cultura letteraria del proprio tempo: lo si evince già da un’edizione postillata del Viridario (Bologna, Girolamo Benedetti, 1513), «con importanti correzioni, parte autografe, parte di un tardo possessore che aveva sott’occhio un ms. del poema, parte di una terza mano» (Dionisotti 1970: 230), conservata presso la Biblioteca dell’Archiginnasio con segnatura 16 P IV 21 (→ 1) e allestita presumibilmente dopo il 1534 in vista di una seconda edizione che non fu poi realizzata (Basini 1954-1955: 83 e 178; Serra-Zanetti 1959: 172; Di Felice 2006: 57); e lo dimostra altresì l’autografo tardo del Dialogo della lingua toscana (Biblioteca Universitaria di Bologna, 12: → 3) scritto « intorno al 1534 » (Basini 1954-1955: 83 e 177; Giovanardi in Achillini 2005: 20) ed edito poi nel 1536 con il titolo di Annotationi della volgar lingua, in difesa del toscano ibrido e « commune » adottato nel suo Fidele, ma ormai obsoleto dopo la codificazione grammaticale del Bembo (Giovanardi 2000). Va infine respinta l’indicazione secondo cui due opere disperse menzionate da Orlandi (1714: 162), «Eneide, e Rimario m.s.», sarebbero attestate da «una cinquantina di versi slegati inseriti nel Fidele» (Traversa 1992: 15): nel libro I, canto VI vv. 163-313, l’Achillini alterna versi di Dante e Petrarca con i propri traendoli verosimilmente dalle sue liriche d’amore, come attesta il ricorrere del senhal « Costanza » (vv. 216 e 222) che era al centro del canzoniere giovanile, ma nessuno dei 50 versi inseriti nel Fidele figura nel ms. Acquisti e doni 397.
Attardato difensore della lingua e della cultura cortigiana, l’Achillini coltiva nella grafia, nell’impaginazione e nel formato una volontà solerte e malinconica di imitazione del libro a stampa, che sembra tradire la consapevolezza di un’avventura letteraria tutta vissuta sul fronte nuovo del volgare con impegno e operosità, ma sempre più periferica e fuori tempo, e chiusa alla fine entro una cerchia ristretta di orgogliosi rapporti municipali.
Bibliografia
Achillini 2005 = Giovanni Filoteo A., Annotationi della volgar lingua, ed. critica a cura di Claudio Giovanardi con la collaborazione di Claudio Di Felice, Pescara, Libreria dell’Università.
Basini 1954-1955 = Teresa B., Giovanni Filoteo Achillini: vita e opere, Tesi di laurea, Università di Bologna, rel. Raffaele Spongano.
Di Felice 2006 = Claudio Di F., L’esemplarità di lavoro nel ‘Viridario’ di Giovanni Filoteo Achillini (Bologna 1513), in «La lingua italiana», 2, pp. 43-69.
Dionisotti 1970 = Carlo D., Fortuna e sfortuna del Boiardo nel Cinquecento, in Il Boiardo e la critica contemporanea. Atti del Convegno di studi su Matteo Maria Boiardo, Scandiano-Reggio Emilia, 25-27 aprile 1969, a cura di Giuseppe Anceschi, Firenze, Olschki, pp. 221-41.
Giovanardi 2000 = Claudio G., I cortigiani dopo Fortunio e Bembo. Il caso di Giovanni Filoteo Achillini, in ‘Prose della volgar lingua’ di Pietro Bembo. Atti del Convegno di Gargnano del Garda, 4-7 ottobre 2000, a cura di Silvia Morgana, Mario Piotti, Massimo Prada, Milano, Cisalpino, pp. 423-42.
Orlandi 1714 = Pellegrino Antonio O., Notizie degli scrittori bolognesi e dell’opere loro stampate e manoscritte […], Bologna, Costantino Pisarri.
Serra-Zanetti 1959 = Alberto S.-Z., L’arte della stampa in Bologna nel primo ventennio del Cinquecento, pref. di Lamberto Donati, Bologna, Comune di Bologna.
Traversa 1992 = Paola Maria T ., Il ‘Fidele’ di Giovanni Filoteo Achillini. Poesia, sapienza e divina conoscenza, Modena, Mucchi.
Nota paleografica
Quella dell’A. è un’umanistica corsiva di scuola bolognese, di costante andamento calligrafico e di tratteggio rigido, più vivace negli anni giovanili e più spesso negli esempi tardi, relativamente sobria di ornato già nelle attestazioni dei primi anni del XVI secolo e modellata poi sempre più sulla tipizzazione della pagina a stampa. Caratteristiche stabili e distintive della mano dell’A. sono l’asta dell’h che resta alta rispetto al rigo di scrittura (più marcatamente nei nessi ch, th), il legamento superiore di st e sp, il tratto inferiore della z largo e arcuato, la n e la m inclinate a destra, la e con occhiello alto e piccolo che lega in alto e a fine parola spinge in alto l’ultimo tratto, i trattini complementari delle aste brevi e accurati. Un poco più ariosa e spontanea, ma sempre ben riconoscibile, appare la grafia giovanile in cui si possono segnalare le legature ampie e raffinate dei nessi ct, st e sp (si veda, come caso limite, il nesso str al v. 10 della tav. 1), l’occhiello inferiore della g in forma triangolare, le aste delle maiuscole incipitarie prolungate da brevi tratti ornamentali, l’asta della a lunga e sinuosa a fine parola. Va segnalato inoltre che il sovrapporsi delle varianti su rasura o per cancellatura, più spesso in inchiostro seppia e talora in nero, documenta la prolungata permanenza dei manoscritti superstiti sullo scrittoio dell’autore.
Censimento
- Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, 16 P IV 21
- Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, B 3131
- Bologna, Biblioteca Universitaria, 12
- Bologna, Biblioteca Universitaria, 410
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Acquisti e doni 397
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda