Anguillara, Giovanni Andrea dell'

Sutri [Viterbo] 1519–1569

Presentazione

Nel panorama della poesia volgare del medio Cinquecento il nome di Giovanni Andrea dell’Anguillara resta legato essenzialmente alla sua opera di traduttore e in particolare alla versione in ottava rima delle Metamorfosi di Ovidio, pubblicata a partire dal 1553 e compiuta nel 1561, che gli dette celebrità presso i contemporanei e i posteri (Cotugno 2006, Cotugno 2007, Bucchi 2011). La ricostruzione biografica, ancora in parte lacunosa ma un po’ più nitida rispetto alle leggende della storiografia sei e settecentesca, ci restituisce il profilo di una carriera letteraria divisa tra l’accademia e la corte (in particolare quelle dei cardinali Alessandro Farnese e Cristoforo Madruzzo), tra la Francia e l’Italia (dove lo scrittore soggiornò tra il 1554 e il 1560), alla ricerca costante di protettori e sovvenzioni pecuniarie. Simili preoccupazioni risultano ben documentate anche dai cinque autografi fino ad ora individuati, tre dei quali (Archivi di Firenze, Parma, Venezia) riconducibili proprio alle forme della richiesta di privilegi e della supplica. Tra i primi, a testimonianza di competenze non solo letterarie, si segnala una lettera alla Signoria di Venezia, non datata (ma del 1551, per il riferimento all’assedio di Parma) con cui l’Anguillara richiede il privilegio per tutelare un «un facillimo modo de macinare in terra senza acqua» di sua invenzione (→ 4).

Tra i documenti del secondo tipo, sostanziati da toni polemici espressi con un originale gusto paradossale, spicca invece la lettera a Cosimo I (→ 1, tav. 1), una lunga recriminazione satirica sull’ingratitudine del destinatario (costantemente alluso nella figura di re Mida) e sulla sua insensibilità alle lusinghe poetiche. Scarse risultano invece le testimonianze autografe propriamente epistolari, consistenti in due lettere indirizzate a Benedetto Varchi (→ 2), uniche tracce superstiti di una rete di scambi che dovette essere molto più ampia. Si conoscono, ad esempio, le lettere indirizzate al poeta Francesco Bolognetti, pubblicate nel Settecento sulla base degli originali oggi perduti (Anecdota 1773: 409-10) e una lunga lettera ad Annibal Caro (la cui autografia è però da escludere), conservata in una copia calligrafica cinquecentesca alla BNCF (Autografi palatini, Varchi I, num. 114). Un caso particolarissimo e forse unico nel panorama cinquecentesco è costituito dai 38 esemplari della traduzione del primo libro dell’Eneide (Padova, Gratioso Perchacino, 1564) recanti dedica e nota di dono autografa (su cui Lozzi 1885 e il censimento in Kallendorf 1997): una sorta di sistematica campagna pubblicitaria alla ricerca di un sostegno mecenatizio che non ebbe però l’effetto sperato. Della restante produzione poetica, di carattere prevalentemente satirico ed encomiastico (solo parzialmente apparsa vivente l’autore in sillogi a stampa), non risultano per il momento autografi, anche se le numerosissime correzioni (con lezioni sconosciute alle stampe) a un capitolo ternario di contenuto autobiografico (conservato, insieme ad altre poesie edite e inedite, nel ms. Vat. Lat. 5226, cc. 397r-423v: vd. Dubbi 1) potrebbero forse essere ricondotte alla mano dell’Anguillara.

Resta invece da accertare la sopravvivenza di eventuali postillati, da individuare sulla base di un inventario della biblioteca dell’autore comprendente libri e manoscritti a lui appartenuti (stilato nel 1591 alla morte del fratello Ugolino e conservato presso l’Archivio Comunale di Sutri, filza num. 374: cfr. Bucchi 2011: 333), le cui vicende a partire dalla fine del secolo XVI restano però ad oggi purtroppo ignote.



Bibliografia
Anecdota 1773 = Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta, Roma, Antonium Fulgonium, to. i.
Bucchi 2011 = Gabriele B., «Meraviglioso diletto». La traduzione poetica del Cinquecento e le ‘Metamorfosi di Ovidio’ di Giovanni Andrea dell’Anguillara, Pisa, Ets.
Cotugno 2006 = Alessio C., «Le forme […] trasformate». Le ‘Metamorfosi’ e il linguaggio letterario cinquecentesco: appunti su Giovanni Andrea dell’Anguillara traduttore di Ovidio, in «Wolfenbütteler Renaissance-Mitteilungen», xxx, 1 pp. 1-13.
Cotugno 2007 = Id., Le ‘Metamorfosi’ di Ovidio «ridotte» in ottava rima da Giovanni Andrea dell’Anguillara. Tradizione e fortuna editoriale di un best-seller cinquecentesco, in «Atti dell’Ist. Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. Classe di scienze morali, lettere ed arti», clxv, pp. 461-531.
Kallendorf 1997 = Craig K., In Search of a Patron: Anguillara’s Vernacular Virgil and the Print Culture of Renaissance Italy, in «The Papers of the Bibliographical Society of America», xci, 3 pp. 294-325.
Lozzi 1885 = Carlo L., Versione dell’Anguillara dell’ ‘Eneide’ di Virgilio e curioso dono degli esemplari della prima edizione, in «Il Bibliofilo», vi, pp. 102-3.

Nota paleografica

G.A. dell’A., scrivente rapido e sicuro, appare educato, negli ess. riprodotti, a un’italica (si veda per es. la iniziata, come insegnavano i trattatisti, con un piccolo tratto orizzontale) di prima generazione e perciò priva di riconoscimenti agli adattamenti di gusto che caratterizzarono la corsiva comune a partire dal quarto decennio del Cinquecento. La sua scrittura, di modulo ridotto, fortemente inclinata a destra, veloce e aguzza, risulta, inoltre, del tutto destituita di atteggiamenti calligrafici il che, coniugato con la naturale tendenza delle righe a impennarsi verso l’alto, avrebbe potuto favorire un generale senso di confusione e indecifrabilità. Ma la regolare esecuzione e la pulizia del tratto rendono, al contrario, le pagine dell’A. nitide e perspicue. Tra gli elementi più caratteristici, in un generale contesto di osservanza del disegno delle lettere dell’italica, si possono menzionare la e che in posizione libera annulla l’occhiello innalzandone verticalmente il tratto, la g con occhiello inferiore angoloso, la p con marcata volta a sinistra (non costante), la r ridotta a un veloce segno in forma di v, la t con traverso che sopravanza in maniera decisa la testa della lettera, st in legamento stretto e acuto; mette conto di segnalare anche la z, di essenziali fattezze, se non per altro, per il rigido tracciato in tre tratti (ma un solo tempo) con orientamento di norma inclinato. Rare appaiono le varianti di lettera, confinate alla doppia esecuzione della d (con traverso o con taglio, quest’ultima più sporadica), all’esecuzione duplice della doppia s (corta ss, o in legamento ß, ma questa in contesti probabilmente più elevati). Pare più rilevante l’oscillazione tra u tonda e v acuta (quest’ultima frequente nella lettera al Varchi del 1563: cfr. tav. 1 rr. 7 e 13 havrò, r. 11 havrebbe, r. 16 havrei; ma pur sempre in alternanza con la forma tonda, di gran lunga maggioritaria). La corsività della scrittura si esprime e risalta nel costante procedere per legamenti dal basso di lettere come i, n, m, u, ma anche p. Sobrio e orientato in senso moderno il sistema delle maiuscole (riservate ai nomi propri, all’iniziale posta dopo il punto fermo) in linea con l’apparato paragrafematico costituito, oltre che dalla pausa forte per la quale è adibito il punto sul rigo, dalla virgola, dall’apostrofo e, più saltuariamente, dall’accento e con la pronunciata contrazione delle scritture compendiose, limitate alle sole parti formulari.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 5226, cc. 409v-417r
  2. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato, 504
  3. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi I, num. 112-113
  4. Parma, Archivio di Stato, Epistolario Scelto, I 30
  5. Venezia, Archivio di Stato, Senato Terra, XIV, c. 262

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda