Bonfadio, Jacopo

Gazzane, frazione di Roè Volciano [Brescia] 1509–Genova 1550

Presentazione

Poeta ed epistolografo dotato di una personale, a tratti brillante, verve stilistica, Jacopo Bonfadio condivide con altri umanisti del tempo la sorte di letterato ramingo al servizio di signori e signorie della Penisola.* Negli anni ’30 è segretario di eminenti ecclesiastici tra Roma e Napoli, per poi approdare nel 1540 a Padova dove il Bembo lo incarica dell’educazione del figlio Torquato. Dal 1544 opera a Genova col ruolo di storiografo ufficiale della Repubblica; la stesura degli Annales si interrompe però bruscamente nella maniera più tragica, quando, con ogni probabilità a seguito di un’accusa di sodomia, il Bonfadio viene arrestato e giustiziato nel luglio del 1550 (cfr. Urbani 1970).

Appare difficile a fronte dei soli quattro documenti autografi rinvenuti – testimonianze, tra l’altro, di un segmento biografico assai ridotto (1536-1540) – non sottoscrivere l’amara considerazione espressa nell’avviso A’ lettori dell’edizione Turlino delle Opere volgari e latine di Jacopo Bonfadio: « […] certamente forza è di dire, che quell’avversa sorte, che fu, vivente il Bonfadio, sua indivisibile compagna, non lo abbandonasse nemmen dopo morte, mostrandosi per fino nimica alle chiare produzioni del suo felice ingegno » (Bonfadio 1746: *6v). Nel medesimo avviso l’edizione viene proposta come attuazione concreta di un ambizioso progetto di raccolta delle carte bonfadiane, ideale completamento di quello solo abbozzato da Paolo Manuzio pochi mesi dopo la morte dell’amico: « il pensiero, che tocca a me di eseguire, fu prima conceputo da soggetti rinomatissimi nella repubblica letteraria. Paolo Manuzio fino dal 1550 ne palesò il disegno in una delle sue lettere a M. Oliva, data in Venezia ai 4 di dicembre ove dice, essergli venuto in animo di raccorre ed ordinare tutti gli scritti del Bonfadio, e fattane una scelta, di divolgarli con la stampa, aggiugnendo, che si rallegrava, che ogni cosa fosse in mano dell’Oliva […]. Egli è verisimile che in que’ tempi tanto vicini all’infelice morte del Bonfadio moltissimi scritti di lui dovessero trovarsi nelle mani de’ suoi amici, e di coloro, che avevano in pregio le lettere » (Bonfadio 1746: *6r-v, che riprende Manuzio 1556: 64r-v).

Così Jacopo Turlino presenta ai lettori l’importante impresa editoriale completata grazie all’opera dei due curatori, Antonio Sambuca e Giammaria Mazzuchelli, quest’ultimo autore della Vita del Bonfadio che impreziosisce ulteriormente il volume (cfr. Arato 2002: 233-34; Ferraglio 2009). Il richiamo al primo, fallito tentativo di raccolta e pubblicazione degli scritti bonfadiani si accompagna alla constatazione del suo sostanziale accantonamento protrattosi lungo tutto il ’600, sino alla prima parte del ’700. Ma le parole del Turlino offrono lo spunto per condurre l’analisi più in profondità e cogliere così la significativa assenza del nome del Bonfadio dagli stessi annali tipografici primocinquecenteschi. A fronte della posizione di tutto rispetto occupata nel panorama della respublica litterarum, testimoniata dalla familiarità con insigni rappresentanti della cultura e del mecenatismo italiano (da Pietro Bembo, a Paolo Manuzio, a Giovanni Battista Grimaldi), sorprende che nel pieno della stagione dei cosiddetti “poligrafi”, di cui Bonfadio era un contemporaneo, gli unici testi approdati alla stampa per i quali si possa ipotizzare « il consenso e l’attiva collaborazione dell’autore » siano alcune epistole incluse in sillogi miscellanee (Trovato 1980: 34). Scarso l’«interesse per la rivoluzione tipografica» dimostrato dal Bonfadio, per contro sempre fedele «a un modello professionale diciamo tardoquattrocentesco, di specialista di latino e interprete di classici latini e greci» (Trovato 2009: 56-58). E precisamente questa è l’immagine di letterato che sembra delinearsi anche dall’«inventario de li libri ritrovati in una capsia quali erano del quondam messer Giacomo Bonfadio» (riportato in Giuliani 1980: 389-93). Ciò detto, la figura del Bonfadio resta però ancora ben lontana dall’essere definita con nettezza. Nella prospettiva un po’ schiacciata offerta anche dalla migliore storiografia sette-novecentesca, la sua parabola umana e artistica di «uomo che seppe vivere e seppe morire» (Croce 1958: 243), sembra spesso contrarsi tutta sul momento supremo della tragica fine (a più di un secolo dai saggi di Neri 1884 e Rosi 1895, permangono in proposito estese zone d’ombra ancora da illuminare a fondo; si considerino, però, ora i punti fissati da Carlo Bitossi nella lettera sull’argomento spedita a Trovato e da questi pubblicata in Trovato 2009: 64-66). Alla condanna seguì una vivace tradizione postuma delle opere nella seconda parte del secolo XVI e il parallelo proliferare di copie manoscritte di composizioni sparse, soprattutto a carattere epistolare (in primis e pour cause la lettera al Grimaldi scritta dal carcere), alcune delle quali in seguito etichettate, più o meno indebitamente, come originali o addirittura come autografi.

Constatata l’assenza di testimoni manoscritti riconducibili alla mano di Bonfadio per quanto riguarda gli scritti di maggiore estensione, Annales in testa, l’indagine si è rivolta proprio al reperimento e al confronto paleografico di lettere e piccoli componimenti poetici rintracciabili nelle miscellanee epistolari, nelle raccolte antologiche e nei fondi archivistici degli antichi stati italiani. Con tali presupposti si è per lo meno tentato di approdare all’obiettivo minimo di ciò che il Luzio avrebbe definito un lavoro di rettifica e disboscamento» (Luzio 1883: 198). In sede preliminare, è opportuno dichiarare che le uniche nuove acquisizioni del censimento sono state, per così dire, in negativo più che in positivo.

La base di partenza si è ricavata dalle ricerche dell’abate Antonio Sambuca, curatore delle due importanti edizioni settecentesche uscite a Brescia per i tipi del Turlino e del Pianta (Bonfadio 1746 e 1758), e dal lavoro di Aulo Greco, curatore dell’edizione moderna delle lettere (Bonfadio 1978); ma soprattutto dal saggio-recensione all’edizione Greco di Paolo Trovato (Trovato 1980). Proprio Trovato, lamentando una certa leggerezza metodologica di Greco e Hobson nel trattamento della lettera a Stefano Penello del 19 marzo 1548, che il primo giudica un « originale» (in Bonfadio 1978: 42) e il secondo «a sixteenth-century transcript» (Hobson 1975: 53 n. 15), richiama la necessità di individuare una pietra di paragone sicura per avviare il confronto paleografico e indica contestualmente nella nota di prestito contenuta nel ms. Vat. Lat. 3964 un documento di indubbia autografia utile per procedere a nuove attribuzioni su basi meno aleatorie (Trovato 1980: 37 n. 23). La nota di prestito rappresenta del resto una di quelle pratiche grafiche in cui, come per le fedi di stampa, la scrittura di propria mano riveste un particolare significato di garanzia, che non di rado si vuole esplicitato nella formula finale della sottoscrizione: «[…] In quorum fidem hec mea manu scripsi, die 2 augusti 1536. Iacobus Bonfadius» (Bertola 1942: 38; cfr. tav. 1). Su questa base si è proceduto al confronto della nota di prestito con tutti i manoscritti riconducibili ai secoli XVI-XVII contenenti scritti del Bonfadio di cui si avesse notizia.

Non si ha notizia di postillati attribuibili al Bonfadio. Indico, per quanto labili, due tracce che potrebbero rappresentare in prospettiva altrettante piste da sondare: il già citato elenco dei libri in possesso del Bonfadio al momento della condanna (Giuliani 1980: 389-93); la monografia di Anthony Hobson sulla biblioteca di G.B. Grimaldi alla cui costruzione diede verosimilmente il proprio contributo anche il Bonfadio (Hobson 1975).

In conclusione, a margine del censimento degli autografi del Bonfadio, segnalo un manoscritto elencato nel sesto volume dell’Iter italicum che contiene un’importante testimonianza della lettera con sonetto al Grimaldi del 19 luglio 1550, sin qui, a quanto mi risulta, non considerata (Kristeller: vi 140). Si tratta di un manoscritto miscellaneo cinquecentesco conservato presso il Palazzo Piccolomini di Pienza (SI) tra le carte del Legato Colonnello Silvio Piccolomini della Triana (BI-cas-1421, scheda d’inventario num. 1820, cc. 44v-45r). La redazione ivi compresa della lettera – di cui sono note per lo meno tre versioni – è quella testimoniata anche dal ms. C V 27 della Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena (cc. 57v-58r), che Trovato ha giustamente riportato all’attenzione degli studi come degna della massima considerazione sotto il profilo testuale (Trovato 1980: 57-60). Rispetto alla lettera di Siena quella di Pienza sembrerebbe rappresentare, se non il diretto antigrafo, per lo meno un antecedente assai prossimo; l’errore comune Maiettina per Mariettina potrebbe infatti essere stato generato proprio sul manoscritto di Pienza nell’a capo « Ma= | iettina » di c. 44v, la cui corruttela si sarebbe poi trasmessa alle copie seriori nel corso della tradizione.

Elenco di seguito i documenti cui è stato, a mio giudizio, erroneamente attribuito il valore di autografi o l’etichetta – talora ambigua, e in nessun caso specificata o argomentata – di originali. Una copia della lettera a un « cordialissimo e vero amico » scritta dal carcere (« l’ultimo dí della vita mia 1550 »), conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Fondo nazionale, II IV 533 (c. 15) e segnalata come autografa in IMBI: xi 84 (classificata invece come copia in Bonfadio 1978: 43). Un altro testimone della stessa missiva seguito dalla lettera senza data scritta dal carcere a Giovanni Battista Grimaldi (incipit: « Magnifico signor Giambattista, mi pesa il morire, non che io il tema »), contenuti nel ms. D 191 inf. della Biblioteca Ambrosiana di Milano (cc. 63r-64v). Le due lettere sono pubblicate come autografe in Ceruti 1867 e vengono considerate invece copie in Bonfadio 1978: 42. Scartata la qualifica di autografia, si potrà invece considerare, con la dovuta cautela, quella di idiografia per due lettere scritte da una stessa mano su un unico bifolio e che sembrerebbero essere state effettivamente spedite (come inducono a pensare le piegature, tre orizzontali e una verticale, e l’apposizione dell’indirizzo a c. 64v « Al Molto Mag:co S.r Giambattista de | grimaldi. »). Non autografa è la lettera latina priva di firma, data e destinatario contenuta nel ms. D 198 inf. dell’Ambrosiana (cc. 102r-103v) che reca nel margine superiore della prima carta l’indicazione « Jacobi Bonfadii judicium de Marco Antonio Janua et Vincentio Madio philosophis » (Ceruti 1973-1979: i 503): Greco la definisce una « lettera originale » (in Bonfadio 1978: 42). Non autografa anche quella già menzionata indirizzata a Stefano Penello del 19 marzo 1548 conservata nel ms. E 32 inf. dell’Ambrosiana (c. 124), che, come si è visto, Hobson ritiene una copia cinquecentesca e che invece Greco considera un originale; in realtà Greco non nota che nel medesimo manoscritto, parte del prezioso epistolario manuziano conservato in Ambrosiana sin dalla fondazione della Biblioteca (mss. E 30-37 inf.), sono raccolte, alle cc. 174r-175v, altre cinque lettere del Bonfadio vergate dalla stessa mano di c. 124: a Giovanni Battista Grimaldi (Genova lunedí, sic: manca l’indicazione dell’anno), a Stefano Penello (Genova, 8 maggio), a Ottaviano Ferrerio (Genova, 7 gennaio 1554, sic: l’anno è vistosamente errato essendo il Bonfadio morto nel 1550; 18 marzo 1548), a Pietro Vasollo (Genova, 18 marzo 1548); le cinque lettere sono trascritte di seguito su due carte prive, come c. 124, dei segni delle piegature caratteristici delle missive spedite, ma gli elementi che, al di là dell’analisi paleografica, inducono a identificare queste e, per transitività, anche la lettera di c. 124, come copie e non come originali o autografi sono il significativo errore di datazione della prima delle due epistole al Ferrerio e la correzione della firma in calce alla lettera al Vasollo (dove l’iniziale J di Jacomo è sovrascritta a una precedente G, incertezza che risulterebbe davvero singolare in un autografo). Dal punto di vista testuale, va notato come la testimonianza manoscritta di queste lettere, pubblicate nella raccolta cinquecentesca di Francesco Turchi da cui le ricava anche Greco (Lettere facete 1575: 289-93; Bonfadio 1978: 49-50), possa risultare interessante sotto il profilo filologico, considerata anche la loro collocazione nell’importante serie dei documenti dell’epistolario manuziano; non è inverosimile pensare che proprio di queste testimonianze possa essersi avvalso come antigrafo il Turchi: una prova dell’appartenenza alla medesima linea di tradizione si individua nel caso della lettera al Ferrerio nella concordanza in errore della data 7 gennaio 1554 (Lettere facete 1575: 292).

Alcuni manoscritti contenenti testimonianze potenzialmente autografe sono risultati irreperibili. Li elenco in successione. Il ms. 1497 della Biblioteca Trivulziana di Milano che reca il testo degli Annales, manoscritto « coevo dell’autore » (Porro 1884: 38) segnalato dall’Iter italicum ma andato probabilmente distrutto nell’ultimo conflitto mondiale (Kristeller: i 361). Il manoscritto contenente il libro iii degli Annales, già Phillipps Manuscripts 21107, poi catalogato come parte della collezione privata H.P. Kraus di New York (Kristeller: v 358); nella descrizione pubblicata da Kraus il manoscritto è ricondotto al 1550 in base alle filigrane (Italian manuscripts [1982]: 54). La lettera al conte Marco degli Emilii del 10 luglio 1541, ad oggi nota solo tramite la copia ottocentesca di Francesco Testa contenuta nel ms. 4 4 11 della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza (cfr. Bonfadio 1978: 44-45, 89-90) e attraverso la pubblicazione degli originali delle missive dirette all’Emilii curata dal discendente Pietro nel 1832 (Lettere inedite 1832: 16-17; la lettera viene ripubblicata nella recensione di Nuovo giornale 1834: 238-39 e poi in Lettere varie 1850: 5-6; sulla questione cfr. Procaccioli 2009: 309). L’epistola « ad un gentil garzone, che a nobile donzella si disposava » datata 24 novembre 1543 che Luigi Pacciarelli dice di aver rinvenuto mentre frugava « in un antico e polveroso Archivio della sua Città nativa » (ovvero Camerino; vd. Pacciarelli 1883: 7; cfr. in proposito Nicolini 1919: 86 n. 1, e Bonfadio 1978: 55); hanno dato esito negativo le ricerche cortesemente effettuate a Camerino dal personale della Biblioteca Comunale Valentiniana, dell’Archivio di Stato di Macerata (Sezione di Camerino) e dell’Archivio diocesano. Irreperibili sono risultati anche i vari manoscritti che Antonio Sambuca sostiene di aver impiegato per la cura dell’edizione Pianta delle Opere. Nell’ordine: i materiali raccolti da Pietro Bonfadini (con tutta probabilità un discendente del Bonfadio, che forse poteva disporre di carte originali conservate nell’archivio di famiglia), che Sambuca rivela di aver acquisito dagli eredi (in Bonfadio 1758: 283 n. 1); il « manoscritto del secolo XVI » coi testi integrali di tre canzoni che il Sambuca dice di aver ricevuto dall’abate Filippo Tomacelli (in Bonfadio 1758: 284 n. 1); la missiva con due sonetti allegati a Bernardino Filippini del 20 marzo 1527: il Sambuca dice esplicitamente che « la lettera originale, scritta dall’autore di proprio pugno, conservasi appresso il Reverendissimo Padre D. Pietro Faita, Abate di questo Monistero di S. Eufemia, a cui è piaciuto di gentilmente comunicargliela » (in Bonfadio 1758: 285 n. 3). Vani i tentativi di rintracciarla tra le carte del monastero confluite nell’Archivio di Stato di Brescia; vane, sin qui, anche le ricerche condotte tra le carte dell’abate Faita sulla scorta delle indicazioni fornite da Giuseppe Billanovich nella monografia folenghiana del 1948: niente di interessante sembra emergere dalla corrispondenza del vescovo Gradenigo che dal Faita ricevette parecchio materiale proveniente da S. Eufemia (Venezia, BCor, Gradenigo Dolfin, 204; cfr. Billanovich 1948: 9-10 n. 1); nessun elemento utile nemmeno dai tre manoscritti in folio, il terzo dei quali compilato dal Faita stesso, che contengono gli inventari delle carte del monastero (Archivio di Stato di Brescia, Archivio dell’Ospedale, Monastero di S. Faustino, 39, 40a, 40b; cfr. Billanovich 1948: 18 n. 1).



Bibliografia
Arato 2002 = Franco A., La storiografia letteraria nel Settecento italiano, Pisa, Ets.
Bertola 1942 = Maria B., I due primi registri di prestito della Biblioteca Apostolica Vaticana. Codici Vaticani latini 3964, 3966, pubblicati in fototipia e in trascrizione con note e indici a cura di M.B., Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana.
Billanovich 1948 = Giuseppe B., Tra don Teofilo Folengo e Merlin Cocaio, Napoli, Raffaele Pironti e Figli.
Bonfadio 1746 = Lettere famigliari di Jacopo B. […] con altri suoi componimenti in prosa ed in verso e con la vita dell’autore scritta dal signor conte Giammaria Mazzuchelli […]. Il tutto insieme raccolto e dato alla luce dall’abate Antonio Sambuca, Brescia, Jacopo Turlino.
Bonfadio 1758 = Lettere famigliari di Jacopo B. […] con altri suoi componimenti in prosa ed in verso e colla vita dell’autore scritta dal sig. conte Giammaria Mazzuchelli, edizione seconda accresciuta ed illustrata con note, Brescia, Pier Antonio Pianta.
Bonfadio 1978 = Iacopo B., Le lettere e una scrittura burlesca, ed. critica con intr. e commento di Aulo Greco, Roma, Bonacci.
Bonfadio 2009 = Jacopo Bonfadio a cinquecento anni dalla nascita. Atti del Convegno di Roè Volciano, 25 ottobre 2008, a cura di Alfredo Bonomi e Sandra Zaboni, Roè Volciano, Comune di Roè Volciano.
Ceruti 1867 = Antonio C., Giacomo Bonfadio, in Id., Lettere inedite di dotti italiani del secolo XVI tratte dagli autografi della Biblioteca Ambrosiana, Milano, Tip. e Libreria Arcivescovile, pp. 20-22.
Ceruti 1973-1979 = Inventario Ceruti [Antonio C.] dei manoscritti della Biblioteca Ambrosiana, a cura di Angelo Paredi, Trezzano sul Naviglio, Etimar, 5 voll.
Croce 1958 = Benedetto C., Il Bonfadio, in Id., Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, Bari, Laterza, vol. i pp. 229-43 (1a ed. 1945).
Ferraglio 2009 = Ennio F., La “penna maestra” di G.M. Mazzuchelli e la biografia del Bonfadio, in Bonfadio 2009, pp. 69-78.
Giuliani 1980 = Nicolò G., Notizie sulla tipografia ligure sino a tutto il secolo XVI con primo e secondo supplemento, Sala Bolognese, Forni (rist. anast. della 1a ed. in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», ix 1869).
Hobson 1975 = Anthony H., Apollo and Pegasus. An Enquiry into the Formation and Dispersal of a Renaissance Library, Amsterdam, Gérard Th. Van Heusden.
Italian manuscripts [1982] = Italian manuscripts, documents & autographs from the collection of Sir Thomas Phillipps including papers from the archives of Cardinal Savo Millini and the Colonna family. List 203, New York, H.P. Kraus, vol. i [il rinvio è al numero dell’oggetto catalogato].
Lettere facete 1575 = Delle lettere facete, et piacevoli, di diversi grandihuomini, et chiari ingegni, scritte sopra diverse materie, raccolte per M. Francesco Turchi, libro secondo, Venezia, s.e. [Aldo Manuzio il Giovane?].
Lettere inedite 1832 = Lettere inedite di ragguardevoli personaggi del secolo XVI dirette al conte Marco degli Emilj di Verona ora per la prima volta pubblicate nelle nozze Scroffa-Porto di Vicenza, Verona, Dalla Tip. del gabinetto letterario.
Lettere varie 1850 = Lettere varie inedite di Veronesi od a Veronesi dirette concernenti a cose o individui veronesi raccolte e pubblicate per illustri nozze fiorentine l’aprile mdcccl, Pisa, Tip. Nistri.
Luzio 1883 = Alessandro L., La critica in Italia e le oligarchie letterarie, in «Preludio», vii, 18 (Ancona, 30 settembre), pp. 197-200.
Manuzio 1556 = Tre libri di lettere volgari di Paolo Manuzio, Venezia, [Paolo Manuzio].
Neri 1884 = Achille N., Il processo di Jacopo Bonfadio, in «Giornale ligustico di archeologia, storia e letteratura», xi, pp. 275-82.
Nicolini 1919 = Fausto N., Tre lettere inedite di Iacopo Bonfadio, in «Giornale storico della letteratura italiana», lxxiv, pp. 81-98.
Nuovo giornale 1834 = rec. non firmata a Lettere inedite 1832, in «Nuovo giornale de’ letterati», xxviii, pp. 237-39.
Pacciarelli 1883 = Luigi P., Per nozze Parisani-Marchetti, Camerino, Tip. Successori Borgarelli.
Porro 1884 = Giulio P., Catalogo dei codici manoscritti della Trivulziana, Torino, Fratelli Bocca.
Procaccioli 2009 = Paolo P., Girolamo Ruscelli, in ALI, iii to. i pp. 309-17.
Rosi 1895 = Michele R., La morte di Iacopo Bonfadio, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», xxvii, pp. 209-27.
Trovato 1980 = Paolo T., Intorno al testo e alla cronologia delle ‘Lettere’ di Jacopo Bonfadio, in «Studi e problemi di critica testuale», 20, pp. 29-60 (rist. an. in calce a Bonfadio 2009).
Trovato 2009 = Id., Jacopo Bonfadio letterato, in Bonfadio 2009, pp. 55-66.
Urbani 1970 = Rossana U., Bonfadio, Iacopo, in DBI, vol. xii pp. 6-7.

* Per i preziosi contributi alla ricerca sono grato ad Alfonso Assini, Carlo Bitossi, Élise Boillet, Marco Faini, Carlo Alberto Girotto, Leonardo Leo, Piero Lucchi, Stephen Parkin, Paolo Procaccioli, Massimo Rodella.

Nota paleografica

La possibilità che lo scarso patrimonio di testimonianze autografe attribuito a J.B. possa con facilità accrescersi per il tramite di identificazione grafica trova un serio ostacolo nei tratti decisamente ordinari della veloce corsiva di base italica propria della mano del letterato e, insieme, dall’assenza di elementi chiaramente caratterizzanti. B., infatti, scrive una comune corsiva, inclinata a destra e, nell’insieme, anonima con i suoi consueti legamenti destrogiri (tra occhiello di g e l; di h semplificata dal basso con la lettera seguente: cfr. tav. 2 r. 3: gli ha; di p e di s anch’esse dal basso), nelle allografie omofone (d con taglio o con traverso; s corta e lunga, quest’ultima usata prevalentemente nei fittizi legamenti st); nelle volte, nei piedi appena accennati. Persino un tratto significativo, come l’attacco a destra degli occhielli o delle parti di occhiello (cfr. tav. 1 r. 10: di, et, occupationi; tav. 3a r. 9: qui, ecc.), significativo in quanto aspetto ben presente nell’insegnamento grafico del tempo (chissà se, in quanto precettore del figlio del Bembo o come maestro, il B. ha mai impartito lezioni di scrittura), finisce con l’assumere un aspetto, appunto, ordinario e rientrare cosí nei comportamenti usuali per il tempo e l’ambiente frequentato da B. Colpiscono piuttosto alcuni tratti volti a solennizzare la corrispondenza: mi riferisco, ovviamente, alle lettere ingrandite incipitarie o anche nel corso della prima riga (cfr. tav. 2 r. 1 e 3a r. 1 la s rispettivamente in casa e arcivescovo), ma anche a quel segno, simile a una positura, posto in ἔχθεσις nelle lettere alle tavv. 3 e 4. Ben si capisce, in un contesto tanto anonimo, come possano essere sorti continui dubbi in merito all’autografia di alcune lettere e scritti del B. Dubbi che, laddove ne capiti l’occorrenza, forse piú che la scrittura latina potrà contribuire a risolvere quella greca. Significativa appare, infatti, l’esigua testimonianza della scrittura greca del B. affidata, nelle carte sicuramente autografe, a una sola citazione (imperfetta) dall’Etica Nicomachea (tav. 2 rr. 10-11: « τὸ ὰληθἐς ἐν τοῖς πραχτοῖς ἐχ τῶν ἔρδων χρίνεται » = Ethica Nicomachea, 1179a [15]). Qui si vedono a in luogo di α, s al posto di ς, la tipica t alta italica per la omologa lettera greca, una specifica ε fortemente inclinata sul rigo, un particolare ρ con il traverso sinuoso: tutti elementi in qualche misura originali e, sembra di poter affermare, significativi.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3964, c. 38r
  2. Parma, Archivio di Stato, Epistolario Scelto 3 25 1
  3. Parma, Archivio di Stato, Epistolario Scelto 3 25 2
  4. Parma, Archivio di Stato, Epistolario Scelto 3 25 3

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 8 gennaio 2026 | Cita questa scheda