Cecchi, Giovan Maria
Firenze 1518–Gangalandi [Firenze] 1587
Presentazione
È un fatto che il settore principe della produzione letteraria di Giovan Maria Cecchi, quello teatrale, sia scarsamente prodigo di carte vergate di pugno del letterato fiorentino, rispetto a quella che è, incontestabilmente, la presenza più ragguardevole per quantità tra le scritture per le scene nel XVI secolo. Gli unici autografi integri noti di commedie regolate sono quelli dei Forzieri (o Gli sciàmiti) e de Le venture non aspettate (→ 13 e 18); completi sono anche l’Atto recitabile alla capannuccia (→ 15) e l’atto unico La sant’Agnese (→ 17), mentre la farsa La pittura (→ 10) si interrompe a metà dell’ultima scena. Altrimenti siamo in presenza di idiografi, sui quali Cecchi intervenne con correzioni e aggiunte talora estese. Sprovvista di testimonianze autografe risulta la modesta produzione lirica e comico-burlesca, mentre attestati da manoscritti d’autore sono Il sommario de’ magistrati di Firenze (databile al 1562; → 8) e il Memoriale di Cosimo I sulle cause dei poveri mandate all’Uffizio dei conservatori delle leggi (→ 14), che rappresentano in buona proporzione le prose storico-cancelleresche coltivate da Cecchi a latere della professione notarile.
Nella penuria di dati biografici e di testimonianze contemporanee che ci impedisce di ricostruire come lavorava Cecchi, una vasta e continua attività letteraria quale la sua trovò posto nelle more concesse dall’impegno professionale, esercitato fino in età avanzata nelle magistrature granducali, e dalle cure del patrimonio familiare, pazientemente accresciuto nel tempo. La connotazione dilettantesca che Cecchi volle dare, non per calcolata sprezzatura, al suo profilo di scrittore (nel prologo delle Maschere si presenta come « uomiciatto | fatto dal ceppo, che non ha perduto | la cupola di vista, o poco ») concorda con una pratica letteraria al di fuori dei crismi dell’uomo di lettere per professione, o comunque coinvolto direttamente nel programma culturale del regime mediceo. È nota la lettera del 7 novembre 1573 in cui autorizza un certo messer Piero a rivedere e modificare l’Atto recitabile alla capannuccia, composto per la Compagnia dell’arcangelo Raffaello « a tutta tirata di penna la vigilia di s.to Andrea »: « perché e’ ci è poco tempo non ho hauto l’agio di rivederla però vi piacerà di rivederla e levarne ciò che vi ci parrà soverchio, e agiugner quello vi manca » (Cecchi 1895-1900: ii 127, vd. tav. 4). La notizia documenta, se non proprio indifferenza per lo stato redazionale in cui i testi venivano pubblicati, per lo meno la pacifica accettazione dell’eventualità che essi potessero essere adattati e rivisti da altri su esplicita autorizzazione o tacito consenso dell’autore, il che riconduce alla consuetudine, in una certa misura tipica, di intervenire sui testi destinati alle scene per adattarli alle varie rappresentazioni.
Ciò non basta, tuttavia, a spiegare il moltiplicarsi delle varianti nelle opere teatrali di Cecchi, le quali presentano rimaneggiamenti radicali e redazioni plurime, rendendo talora problematico distinguere con un buon grado di certezza quanto spetti a Cecchi e quanto sia da imputare ad altri. Caso esemplare è quello della farsa L’acqua-vino, trasmessa dai codici in due redazioni molto differenti, l’una in versi, l’altra in prosa, per le quali Jacqueline Brunet è giunta alla conclusione che il testo fu rimodellato autonomamente da una persona diversa dall’autore (Brunet 1980: 169). Un’opera non teatrale come la Lezione sopra il sonetto di Francesco Berni ‘Passere e beccafichi magri arrosto’ presenta una situazione financo piú complessa, poiché alla redazione databile tra lo scorcio degli anni Cinquanta e il principio dei Sessanta, attestata da tre codici della Nazionale di Firenze (Magl. VII 877 e II IX 45; Pal. 723), si contrappone quella a stampa posteriore di un ventennio (Firenze, D. Manzani, 1583), accresciuta e con sostanziali modifiche. Per quest’ultima si deve congetturare una redazione d’autore differente da quella originale, sulla quale si depositò l’ulteriore intervento di un’altra figura, che, dato il patrocinio esercitato sulla stampa da parte dell’Accademia della Crusca, si è voluto tradizionalmente identificare con il segretario dell’Accademia Bastiano De’ Rossi (Pignatti in Cecchi 2009: 31-35 e nn.).
Senza attingere a siffatti rebus ecdotici, il panorama degli autografi e degli idiografi offre la conferma di una pronunciata mobilità dei testi, che ospitano piú o meno tutti interventi correttòri diffusi, a maggior ragione interessanti in quanto nessuno degli specimina schedati presenta caratteristiche di copia di lavoro. Tali interventi consistono in emendamenti o correzioni minute relative a fatti formali, quali modifiche del lessico o della giacitura della frase, frequenti sono però le aggiunte o riscritture di porzioni cospicue di testo. Sicché si propongono per Cecchi rilettore di se stesso da un lato lo scrupolo, professionale per un notaio, di emendare l’errore materiale, ovvero la prassi, scontata per qualsiasi autore, di migliorare il testo con microinterventi, ma anche, in maniera piú peculiare, l’abitudine a ritornare su quanto scritto e copiato da sé o da altri per una riscrittura massiccia, portata non di rado a sfruttare l’intero spazio concesso dai margini. Tale usus si conferma anche in un’opera documentaria come il Sommario de’ magistrati di Firenze (tav. 5), la cui scrittura ordinata, evidenzia una copia in bella, che però fu destinata a uso privato, se aggiunte corpose occuparono i vivagni.
Di una gestione sorvegliata delle proprie scritture, oltre che a priori il numero contenuto degli autografi (integrali o parziali) pervenutici, dice il fatto che fascicoli o carte sciolte di pugno di Cecchi non siano ancora riemersi dalle biblioteche e dagli archivi fiorentini, a riprova anche di una scarsa vita di relazione con letterati contemporanei, dunque dell’inquadramento del proprio fare letterario in una sfera familiare e privata. Il patrimonio librario di Cecchi subí le medesime sorti dei beni immobiliari, ereditati pro indiviso dai figli Baccio e Niccolò, e pervenuti attraverso i matrimoni delle nipoti alle famiglie Nuti, Ermini e Tolomei, essendosi estinto il ramo maschile con Mariano di Niccolò nel 1667. Ciò evidentemente ha costituito un ostacolo alla diffusione di originali e di copie d’autore e alla loro intercettazione da parte del collezionismo privato e principesco della Toscana sei-settecentesca, i cui frutti sono confluiti nei fondi delle attuali biblioteche pubbliche fiorentine. Interessante, proprio perché caso isolato, è, a questo proposito, l’expertise di Giovanni Berti sul frontespizio del Magl. VII 135 (→ 13 e tav. 6c) contenente Li Forzieri, che attesta l’autografia del codice (« Di man propria dell’Autore »). Peraltro, il successo arriso alle commedie cecchiane in un circuito amatoriale, sprovvisto di sollecitudini filologiche (note di possesso di personaggi per lo piú minori od oscuri sono presenti in parecchi codici), mise in circolo un buon numero di apografi che si intrecciarono alla primitiva lezione d’autore e la sostituirono. Entro gli anni Trenta del Seicento Stefano Rosselli raccolse e in parte trascrisse ben 31 commedie da codici da lui ritenuti in parte « di mano dell’autore »: dato il suo interesse per l’opera di Cecchi, la testimonianza è piuttosto attendibile. Distribuite in sette volumi, le commedie sono oggi conservate a Firenze nella Biblioteca privata Rosselli-Del Turco, segn. 42-48 (Ferraro in Cecchi 1989: xliii-xlv; Ferraro in Cecchi 1994: 24-26): tra di esse prima Curzio Mazzi poi Bruno Ferraro hanno riconosciuto, nel vol. 48, gli autografi de La sant’Agnese e de Le venture non aspettate (→ 17-18).
I protocolli di Cecchi conservati nell’Archivio di Stato di Firenze sono divisi tra i due fondi Notarili, Antecosimiano e Moderno, in quanto egli rogò sia prima sia dopo la provvisione del 14 dicembre 1569 con la quale Cosimo I istituí l’Archivio pubblico dei contratti e riordinò il sistema di conservazione degli atti.
Su altri autografi possediamo notizie indirette. Nel 1896 Mazzi pubblicò, parzialmente, un catalogo di manoscritti di Cecchi conservati nell’archivio di casa Tolomei Gucci, divenuti eredi della parte della biblioteca di Cecchi toccata al primogenito Baccio e pervenuta ai Tolomei con il matrimonio di Maria di Baccio con Baccio Tolomei nel 1606. Il catalogo, datato da Mazzi al XVIII secolo, registra espressamente come autografo solo un abbozzo delle Pellegrine (Mazzi 1896: 165), oltre a diversi apografi di mano di Baccio o recanti sue note. Significativo è che la seconda delle sezioni in cui si articola l’elenco ospiti « frammenti di commedie », confermando che a due secoli dalla scomparsa dello scrittore abbozzi e redazioni imperfette continuavano a essere presso gli eredi.
Nella Biblioteca Comunale di Siena sono allogati sette codici di opere teatrali di Cecchi (segnatura I VII 24-29; H XI 56) in copie esemplate sui manoscritti dell’autore appartenuti un tempo, secondo Fiacchi (1818: xx), alla famiglia Nuti per l’eredità di Marietta di Mariano di Niccolò di Giovan Maria, maritata in prime nozze con Giovan Maria Nuti. L’esistenza di un ulteriore codice di drammi, il terzo della serie originale, è attestata dal Libro de’ libri, e Repertorio generale di tutti i libri mss. del sig. Mariano Cecchi, esaminato da Fiacchi nella medesima biblioteca e oggi indisponibile (Fiacchi 1818: xvii-xviii). Un ulteriore codice (segnatura H XI 55), pure pervenuto a Mariano, ospita prose e rime. Oltre a indicazioni sulla cronologia e sulle circostanze della composizione, i manoscritti senesi dispensano preziosi ragguagli circa gli esemplari da cui sono stati ricavati. Nel codice I VII 25 è contenuta la farsa L’acqua-vino preceduta dalla didascalia « alquanto varia da l’altre dua che seguitano sopra simil materia conposte tutte a tre da detto Cecchi e la presente i’ credo che sia la prima che abbia fatto delle dua seguenti del Aqua vino. Copiate tutte e tre da propri originari di mano del deto componitore » (c. 29r). Il manoscritto I VII 29 ospita La sant’Agnese, composta nel 1582, « copiata dal proprio originale di mano di detto componitore » (c. 1r). Anche la Dichiarazione di molti proverbi, e detti e parole della nostra lingua, nel ms. H XI 55, è « copiato dal proprio horiginale di mano del medesimo Cecchi » (p. 192), cosí come i due capitoli In lode delle carote (p. 235).
Altre didascalie nello stesso codice attestano meglio l’aspetto che avevano questi autografi riposti nello scrittoio dell’autore. Il Compendio di piú ritratti fatto da M. Gio. Maria Cecchi circa l’anno 1575 delle cose della Magna, Fiandra, Spagna et Regno di Napoli con piú Avisi circa le persone di Carlo V Imp. e di altri Re e Principi di quel tempo et de i costumi et proprietà de’ Popoli, risulta « copiato dal propio originale di mano del detto Cecchi ’n un quadernaccio di fogli piegati in quarto » (p. 150) e anche alcuni componimenti in metri diversi sono « copiati dal proprio originale di propria mano del detto Autore. ’N un quadernaccio di fogli in quarto assai lacero, e senza principio e senza fine » (p. 270). L’intestazione dei Ragionamenti spirituali, del 1558, accerta al contrario una tipologia libraria nobile: « Copiati da’ proprij Originali di mano de l’istesso Autore nel libro legato in guanto coperto di Cuoio Rosso » (p. 1). Il medesimo originale è segnalato nel catalogo pubblicato da Mazzi come « Libro, coperto di corame rosso, del 1558, che comprende 9 Ragionamenti, de’ quali quattro sono dell’Avvento e cinque del Natale e feste susseguenti, Alla fine del 5° vi sono 9 sonetti » (Mazzi 1896: 167).
Tra gli scritti che aduna il manoscritto H XI 55 è anche una « Copia d’un Ricordo fatto da Baccio di s. Gio. M.a Cecchi al libro proprio di d.o s. Gio. M.a seg.to D 134 qual libro fino c. 123 è tenuto e scritto di propria mano di Gio. M.a e da c. 123 fino al fine da Baccio Cecchi suo figlio in nome di s. Gio. M.a suo Padre e dipoi doppo la morte di s. Gio. M.a in nome di Baccio e Niccolò Cecchi sua figliuoli ». La mano del documento, capitale per la biografia e la bibliografia di Cecchi (fatto conoscere da Fiacchi 1818: xv-xvii), è quella del nipote di Cecchi, Mariano di Niccolò. Si ha cosí notizia dell’esistenza di un libro di memorie, condotto da Giovan Maria parecchio innanzi a giudicare dal numero delle carte attribuitegli, per poi essere affidato quando ancora era in vita al figlio primogenito (la segnatura indicata è verosimilmente posteriore).
Disperso risulta l’atto di fondazione, in data 1° settembre 1581, della compagnia per la produzione e il commercio della lana tra Cecchi, Marcantonio Adimari, Mariotto Segni, Giovan Francesco Baldesi. Era conservato nel Libro di contratti attenenti alla famiglia Cecchi nell’Archivio di famiglia Tolomei Biffi (Firenze, ASFi, Carte Tolomei Biffi, 25), da dove fu asportato per essere usato come esemplare di collazione e sostituito con una copia (D’Addario in Cecchi 1996: 16 n. 22).
Bibliografia
Brunet 1980 = Jacqueline B., ‘L’Acqua Vino’: une, deux, (trois?) farce(s) de Giovanmaria Cecchi, in Culture et religion en Espagne et en Italie aux XV e et XVI e siècles, Abbeville, Imprimerie F. Paillart, pp. 141-74.
Cecchi 1895-1900 = Giovanni Maria C., Drammi spirituali inediti di Giovanmaria Cecchi notaio fiorentino del secolo XVI, con pref. e note di Raffaello Rocchi, Firenze, Successori Le Monnier, 2 voll.
Cecchi 1989 = Id., L’Andazzo, a cura di Bruno Ferraro, Roma, Salerno Editrice.
Cecchi 1994 = Id., Il debito, a cura di Bruno Ferraro, Pisa, Pacini Fazzi.
Cecchi 1996 = Il ‘Sommario de’ magistrati di Firenze’ di ser Giovanni Maria Cecchi (1562). Per una storia istituzionale dello Stato fiorentino, a cura di Arnaldo D’Addario, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Cecchi 2009 = Id., Ludi esegetici, vol. ii. Lezione sopra il sonetto di Francesco Berni ‘Passere et beccafichi magri arrosto’, a cura di Franco Pignatti, Manziana, Vecchiarelli.
Fiacchi 1818 = Lettera del sig. abate Luigi Fiacchi al sig. Gaetano Poggiali intorno alla vita e all’opere di Gianmaria Cecchi fiorentino celebre scrittore di commedie, in ‘Le Maschere’ e ‘Il Samaritano’ commedie di Gio. Maria Cecchi ora per la prima volta pubblicate per cura d’un accademico della Crusca, Firenze, Accademia della Crusca, pp. ix-xxix.
Mazzi 1896 = Curzio M., Un catalogo degli scritti di Giammaria Cecchi, in «Rivista delle biblioteche e degli archivi», vii, pp. 157-70.
Nota paleografica
Non può certo sorprendere l’abilità e la confidenza con l’atto di scrittura di un professionista dello scrivere quale fu G.M.C. Certamente condizionata dall’ufficio notarile e dalla quotidiana prassi di redazione documentale che ciò comportava, di cui resta testimonianza negli otto protocolli redatti nell’arco di oltre un trentennio di esercizio, una volta conseguita la maggiore età (il piú antico risulta essere del 1542), l’estrema confidenza da C. mostrata con lo strumento scrittorio si esplica in modo assai visibile nell’uso disinvolto e nell’adattamento personale di un modello italico che sembra ancora risentire del peso della corsiva umanistica di atteggiamento fiorentino (cfr., in particolare, l’esecuzione occhiellata della e) ampiamente diffusa nella seconda metà del XV secolo nella Toscana occidentale e probabilmente ancora in uso negli ambienti, sempre tendenzialmente conservativi, della corporazione notarile. Il connotato saliente della sua scrittura, regolare e curatissima nell’allineamento, è la rotondità condizionata e, anzi, determinata dall’insistito andamento destrogiro dell’esecuzione. Proprio questa caratteristica procura e facilita il continuo legamento delle lettere all’interno della parola e, nei momenti di maggiore corsività, anche delle parole tra di loro, cosicché davvero potrebbe dirsi di alcune pagine del C. quello che egli stesso scriveva del suo modo di comporre e cioè, come ricorda Franco Pignatti, che esse sono scritte « a tutta tirata di penna ». E si badi che l’espressione non è né generica né semplicemente figurata, ma rivela un prestito letterale dalla trattatistica sull’insegnamento della scrittura a far luogo almeno da Giovan Francesco Cresci in poi, dove tiri e groppi di penna sono esecuzioni sí ricercate e di maniera ma, appunto, veloci e senza soluzione nella continuità del tratto. È come conseguenza di tale atteggiamento che talune lettere subiscono una radicale trasformazione nel tratteggio, spinta a volte fino alla completa mutazione genetica: per questa via la u può omologarsi alla n (cfr., per es., tav. 2 r. 3: actum), la t alla i in contesti di legamento (dissimilata, quest’ultima, dal solo punto diacritico) e alla r (cfr. nel medesimo luogo per entrambi i fenomeni, r. 3: mercanti ), la f alla s (ivi ultima riga del testo scritto da C. fidem me subscripsi), la b all’h (ivi r. 11: heredibus). A volte il portato “cancelleresco”, cioè esornativo ad sollemnitatem, conduce all’enfasi smodata, al tratto esagerato che emerge soprattutto in finale di parola o nell’adozione di particolari logogrammi (cfr. tav. 1 r. 17 il segno in forma di T con valore di etc., ipsorum etcetera pro quibus, piú avanti semplificato nell’esecuzione), mentre in ambiti meno esasperati, la scrittura tende a una oggettiva semplificazione rimanendo inalterata nella sua fisionomia saliente. Tra le lettere piú significative emerge la g il cui occhiello superiore, spesso rimasto aperto per contesto di legamento, è accompagnato da un occhiello inferiore fortemente disarticolato e spostato a destra rispetto all’asse della lettera (cfr. tav. 4 r. 6: vigilia), la e che sembra rinverdire, in particolari condizioni, modelli di lettera appartenenti a epoche arcaiche della scrittura (ivi, r. 5: breve), la z in forma di 3 o anche secondo il disegno tradizionale, ma sempre ben alta sul rigo (ivi, r. 11: boza e tav. 5 rr. 21 e 22: benefizi, distribuzione). Particolare rilievo assume poi il legamento Et in cui la testa della t funge anche da tratto mediano della vocale di modulo maiuscolo, nonché i legamenti di i finale in cui la lettera appare sempre ben prolungata al di sotto del rigo (cfr. tav. 5 ultima riga: et altri ministri). Parco il panorama della punteggiatura, limitato, nelle tavole riprodotte, alla virgola e alla positura, tipico segnale notarile di chiusura.
Censimento
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile antecosimiano, 4843
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile antecosimiano, 4844
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile antecosimiano, 4845
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile antecosimiano, 4846
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile antecosimiano, 4847
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile antecosimiano, 4848
- Firenze, Archivio di Stato, Notarile moderno, Protocolli, 31
- Firenze, Biblioteca Moreniana, Palagi 246
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II IX 156
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II VII 9
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 132
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 133
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 135
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Miscellanea Palagi II III 498, cc. 241r-242r
- Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2824, cc. 173-187
- Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2969, 10
- Firenze, Biblioteca Rosselli-Del Turco, 48 1
- Firenze, Biblioteca Rosselli-Del Turco, 48 2
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda