Colocci, Angelo
Jesi [Ancona] 1474–1549
Presentazione
L’attività intellettuale di Angelo Colocci si svolse in molteplici direzioni, spaziando dalla ricerca antiquaria, alla riflessione filologico-linguistica e naturalmente storico-letteraria. Volendo individuare alcuni filoni di indagine privilegiati, si potranno indicare – in relazione agli ambiti citati –, rispettivamente, la ricerca sulla storia dei sistemi di misura e numerazione antichi (includendo interessi di astronomia, geometria, geografia e agrimensura, ma anche la storia dei metri poetici); gli studi comparativi di storia delle lingue, con particolare attenzione per le evoluzioni e i contatti relativi all’area romanza; la raccolta e la disamina di testi poetici di vario genere, con un interesse specifico per l’indagine intorno al tema del riso e della facezia e il correlato oggetto poetico dell’epigramma (si vedano complessivamente Convegno su Colocci 1972 e Angelo Colocci 2008; una sintesi in Bernardi 2010). A questo si aggiunge una non esigua produzione poetica in proprio (latina e volgare) che costituisce l’unica parte, per così dire, “emersa” – per quanto decisamente postuma – dell’opera colocciana: nel 1772, l’abate marchigiano Giovan Francesco Lancellotti pubblicò infatti a Jesi, con un interessante commento, molte delle Poesie italiane e latine di mons. Angelo Colocci, che egli aveva tratto dai suoi sparsi autografi conservati presso la Biblioteca Vaticana.
Dei multiformi percorsi di indagine del Colocci studioso di belle lettere, invece, non ebbe l’onore delle stampe che l’Apologia nell’opere de Seraphino al magnifico Sylvio Piccolomini: breve scritto in difesa delle scelte linguistiche e retoriche del poeta aquilano Serafino Ciminelli, comparso a corredo dell’edizione curata dall’umanista jesino per i tipi di Besicken nel 1503 (vd. Aquilano 1503). Il resto della produzione colocciana è rimasta inedita, probabile vittima della sua stessa vastità e della natura asistematica e onnivora con cui fu condotta l’indagine che la generò. I suoi percorsi di ricerca hanno prodotto una mole di documentazione scritta estremamente varia: dalla copia completa o parziale d’opere altrui, alla stesura più o meno provvisoria di riflessioni e appunti, dall’annotazione marginale di volumi a stampa e manoscritti, all’approntamento di indici o tavole relative ai contenuti di libri posseduti o anche solo consultati, dalla composizione di testi poetici o dalla compilazione di liste di vocaboli, alla redazione di biglietti, promemoria e lettere. In ogni caso, però, tra le sue carte non rimane neppure un’opera che possa dirsi compiuta, neppure provvisoriamente. I suoi scritti giacciono tutti allo stato di abbozzo, di frammento, di capitolo estravagante (magari in redazioni plurime), di appunto episodico. Il massimo grado di organizzazione di tale materiale è garantito, nella maggior parte dei casi, dal semplice dato codicologico dell’aggregazione di materiale vagamente omogeneo entro la medesima legatura (si pensi al codice delle facezie Vat. Lat. 3450; allo zibaldone metrologico-linguistico Vat. Lat. 4817; al Vat. Lat. 3903, per lo più d’argomento metrologico e antiquario: → 16, 33, 22).
Le uniche opere portate a termine da Colocci paiono essere le edizioni di poeti contemporanei, da lui patrocinate e curate. Dei processi di revisione, selezione e correzione che le dovettero precedere, rimane, in alcuni casi, la testimonianza di manoscritti contenenti le opere di tali poeti (talora autografe), sui quali la mano di Colocci si profuse in una grandine di interventi correttori, spesso assai liberi (cfr. Campana 1972; per una sintesi Bernardi 2008c: 81-82). Caso un po’ particolare è quello costituito dalla progettata edizione dell’opera latina di Antonio Tebaldeo, che però, verosimilmente, non vide la luce (di diverso avviso Cannata Salamone 1993, ma si vedano osservazioni in contrario in Bernardi 2008a: 75-76), ed una corrispondente dell’opera volgare che non ebbe sorte migliore, ma per la quale rimane la testimonianza di alcune lettere e di una tavola alfabetica dei componimenti (vd. Bernardi 2008a: 64-77 e 205-40). Manca, a parte singoli e specifici frammenti (cfr. Fanelli 1979: 7-18 e 45-90), una ricostruzione dell’epistolario: una ricognizione del materiale autografo incluso nelle raccolte di lettere dei destinatari (nei casi in cui si sono conservate) deve ancora essere intrapresa e potrà venir condotta a partire dai nomi dei corrispondenti che firmano le lettere contenute nelle raccolte appartenute all’umanista. In alcuni fortunati casi, però, qualche autografo è rimasto in queste stesse raccolte di corrispondenza: si tratta delle minute di missive nel Vat. Lat. 4105 (→ 30); o di brevi biglietti da lui inviati (contenenti specialmente richieste di libri, come i Reg. Lat. 2023 e Vat. Lat. 4103: → 5 e 28), che i corrispondenti riutilizzarono per rispondergli, scrivendo negli spazi lasciati liberi dalla scrittura di Colocci; o, infine, delle lettere da lui inviate a corrispondenti dei quali ereditò poi le raccolte epistolari (come è il caso di Scipione Carteromaco, la cui corrispondenza è contenuta nel Vat. Lat. 4104: → 29). Oltre a quelli appena citati, tra le raccolte di corrispondenza appartenute a Colocci occorre citare i due codici Ambrosiani G 109 inf. e G 33 inf. (→ P 168 e 167)
Il grosso della collezione libraria dell’umanista è confluito nella Biblioteca Vaticana in circostanze e momenti diversi. Sembra infatti che la maggior parte dei suoi libri sia rimasta nei depositi della biblioteca papale o vi sia riconfluita dopo aver sostato per alcuni lustri nelle mani di altri collezionisti. Anche in questo caso i dettagli della questione potranno forse ricevere un supplemento di lume da indagini e ricerche ancora da intraprendere; allo stato attuale delle conoscenze, in ogni caso, sembra che la collezione colocciana abbia fatto il suo ingresso nella Biblioteca Vaticana in tre momenti diversi: il primo riguardò un manipolo di 49 codici e un testo a stampa che papa Paolo III fece selezionare da Guglielmo Sirleto per la biblioteca papale e inviare all’allora bibliotecario Marcello Cervini (poi papa Marcello II), dall’interno della vasta collezione libraria di Colocci, dopo la morte di quest’ultimo (1° maggio 1549). La lista di questi 50 items è contenuta nel codice Vat. Lat. 3963 (cc. 4v-5v: cfr. Mercati 1937: 542-44). La biblioteca colocciana, infatti, sarebbe dovuta appartenere per diritto di spoglio al papa, il quale però vi rinunciò (salvo appunto l’eccezione dei cinquanta libri appena citati) in favore dei nipoti del prelato, Giacomo e Ippolito Colocci. Questi ultimi, tuttavia, lasciarono in deposito presso la Guardaroba papale il resto della collezione, probabilmente in attesa di trovare un compratore. I libri di Colocci dovettero rimanere ivi giacenti fino al 1558, quando entrarono finalmente in Vaticana: alle cc. 184r-196r del Vat. Lat. 3958 troviamo infatti l’Inventario delli libri del Colotio di sacra scrittura fatto alli 27 d’ottobre mdlviii che registrerebbe questo secondo ingresso (557 items: su questo inventario si basa il pionieristico lavoro di Lattès 1931, che tuttavia presenta non pochi punti problematici). Il terzo ingresso è quello dei libri di Fulvio Orsini, che acquistò una parte della collezione colocciana forse già prima che questa venisse depositata nella Guardaroba, e che già dal 1582 aveva deciso di lasciare il suo intero patrimonio librario alla Vaticana: i suoi libri vi entrano dunque nel 1602, registrati in un inventario contenuto nel Vat. Lat. 7205 (cc. 1r-52r: si veda complessivamente de Nolhac 1887 e l’inventario alle pp. 334-402), che riconduce (in maniera non sempre affidabile) 37 items – tra stampati e manoscritti, autografi o postillati – ad Angelo Colocci.
Nonostante la confluenza di una cospicua parte della raccolta colocciana nella Biblioteca Vaticana, non si possono escludere, almeno in via ipotetica, alcuni rivoli di dispersione. Sembrerebbe infatti che Paolo III abbia concesso a Girolamo Mannelli (un parente di Colocci che questi si associò come coadiutore con diritto di successione nel vescovado di Nocera Umbra nel 1545) «omnia defuncti spolia […] praeter Maronis libros manuscriptos […] et nonnullos alios» (cfr. Lancellotti in Colocci 1772: 77, Lattès 1931: 315 e Mercati 1937: 533-38). I libri del Mannelli confluirono nella Biblioteca Planettiana di Jesi (Ubaldini 1969: 87 n. 156) e se tra di essi vi fossero state di quelle spolia colocciane, appunto a Jesi esse ancora potrebbero trovarsi. Vi è poi una parte dell’eredità dei nipoti Giacomo e Ippolito che rimase forse nelle mani di questi ultimi (di quest’avviso sembrerebbe essere Elisa Curti che richiama l’attenzione sull’inventario manoscritto dei libri di Ippolito datato 1590 e su un fondo di nove volumi recentemente rinvenuto presso il Comune di Montecarotto: vd. Curti 2010).
Infine occorre dare brevemente conto di alcuni pezzi che talora affiorano dai fondi di altre biblioteche. Oltre ai casi celebri e già sufficientemente indagati del Canzoniere portoghese Colocci-Brancuti, migrato a Lisbona (Biblioteca Nacional, 10991: → P 166; cfr. Ferrari 1979: 35-40); o del Canzoniere provenzale M (Paris, BnF, Fr. 12474, già Vat. Lat. 3794: → P 171), preda delle spoliazioni napoleoniche; o ancora del Virgilio Mediceo (Firenze, BML, Lat. XXXIX: cfr. Mercati 1937); altre traiettorie di dispersione di questo notevole patrimonio librario hanno condotto all’approdo di alcuni volumi presso la Biblioteca Ambrosiana. Si tratta di quaderni di appunti e brogliacci autografi, alcune raccolte epistolari (G 33 inf. e G 109 inf.: → P 167, 168, cfr. Michelini Tocci 1972: 87) e un postillato delle Prose della volgar lingua (S R 226: P 169 cfr. Bernardi 2009). Le ipotesi e le indagini relative all’ingresso di questi items in Ambrosiana richiederebbero tuttavia più spazio di quello qui concesso, per cui se ne rimanda la trattazione ad altra sede. Altri rivoli di dispersione hanno poi portato oltreoceano libri che Colocci certamente ebbe tra le mani almeno per qualche tempo: è il caso del manoscritto Ithaca (New York), Cornell University Library, Rare Bd. MS. 4648 no. 22 (già Mss. Bd. Petrarch. P P49 R 51), che può essere identificato con il «Liber Mazzatoste» a cui Colocci fa sovente riferimento nei suoi appunti (cfr. Bernardi-Bologna-Pulsoni 2007, spec. pp. 206-9).
Al di là di questi frammenti dispersi, la biblioteca colocciana sembra comunque offrire buona documentazione per la propria ricostruzione e ai tre inventari citati – relativi agli ingressi in Vaticana – occorre affiancarne altri due, probabilmente incompleti ed anzi complementari, verosimilmente relativi allo stato della biblioteca nell’ultimo decennio di vita dell’umanista: il primo è contenuto in BAV, Arch. Bibl. 15 (cc. 44r-63r) e il secondo nel Vat. Lat. 14065 (cc. 50r-63r; cfr. Bianchi 1990: 277-82). Oltre a questi, negli zibaldoni colocciani è assai frequente imbattersi in liste autografe di libri (ne fornisce un elenco, che potrà ulteriormente essere ampliato, Bologna 2008: 14). La natura di queste liste, tuttavia, andrà indagata caso per caso, dato che talora esse potrebbero rappresentare inventari delle biblioteche di amici e conoscenti e addirittura istituzioni, delle quali Colocci si sarebbe potuto servire per le proprie ricerche (cfr. ad es. Vat. Lat. 6955), altre volte potrebbero essere liste di desiderata, o di volumi da portare con sé in qualche spostamento, o, ancora, l’indice di qualche cospicuo volume miscellaneo.
Sulla base di questa documentazione la ricostruzione della biblioteca colocciana è stata più volte tentata con ampiezza e da angolature diverse dagli studiosi. In Bernardi 2008c si fornisce un regesto di tutti i codici e gli stampati attribuiti alla biblioteca colocciana, a partire dal lavoro di Lattès (1931) e con le integrazioni offerte dalla più significativa bibliografia pertinente, ad esso posteriore. Il risultato di tale ricognizione restituisce l’immagine di una biblioteca piuttosto ricca, costituita da almeno 309 pezzi (230 manoscritti e 79 testi a stampa). Ulteriori ricerche hanno permesso di aggiungere qualche nuovo elemento alla collezione (3 mss. e 4 stampati: BAV, Vat. Lat. 2990, Vat. Lat. 3199, Milano, BAm, G 33 inf.; BAV, Ald. I 51, R I III 298 [int. 1] e R I II 993, Milano, BAm, S R 226: → P 119, P Dubbi 9, P 167, P 6, P 61, P 53, P 169), mentre le verifiche dei pezzi attribuiti alla biblioteca dell’esinate consigliano di eliminare – per ragioni di cautela – dal novero complessivo almeno 32 pezzi individuati da Lattès, sui quali non si trova traccia della mano di Colocci, tre da quelli indicati da José Ruysschaert, due attribuiti da Fanelli, uno attribuito da Mercati e uno da Avesani (su tutti questi items si veda l’Appendice).
Rispetto al regesto di Bernardi 2008c, che pure si è preso come base di partenza (integrato dove necessario con acquisizioni di cui non era stato possibile allora tenere conto), la presente scheda tenta dunque di fare un piccolo passo in avanti, perché in essa si sono considerati soltanto i pezzi (244 tra codici e testi a stampa) che si sono esaminati direttamente e quelli garantiti da bibliografia affidabile (si pensa in particolare ai lavori di Bologna 1993, 1999, 2001 e 2008, ma anche Mercati 1926, 1931-1932 e 1937, Canart 1970, Michelini Tocci 1972, Fanelli 1979, Ruysschaert 1985). In altre parole, non sono stati inclusi tutti quei volumi attribuiti alla biblioteca colocciana senza menzione esplicita della presenza di marginalia di mano dell’umanista, e nei quali non è stato possibile verificare, attraverso disamina dell’originale o della riproduzione microfilmata, tale presenza (per gli items secondo tali criteri esclusi si veda il terzo punto dell’Appendice). Si sono inoltre compresi tra i postillati tutti quei codici o stampati che, pur non essendo effettivamente annotati al loro interno, né possedendo un esplicito ex libris autografo, tuttavia recano nel foglio di guardia o comunque nelle carte iniziali, una sorta di indice di pugno di Colocci delle opere contenute nel volume: si sono segnalati casi simili attraverso la dicitura «solo tavola autografa» a seguire le indicazioni relative al contenuto del volume (analogamente si è fatta menzione, nei 4 unici casi finora noti, della presenza di un ex libris colocciano). L’indicazione «postille e tavola dei contenuti di mano di C.» (o formulazione analoghe) indica, invece, i casi in cui oltre alla tavola sono presenti anche postille (sia pure in certi casi assai esigue) all’interno dei codici o degli stampati esaminati.
APPENDICE
1. Tra i codici individuati da Lattès (1931) come appartenenti alla biblioteca di C. ve ne sono 33 che non possono essere inclusi nella presente scheda perché non presentano traccia della sua mano. Tra di essi, tuttavia, 26 non mostrano neppure alcun indizio che possa invitare ad ascriverli alla biblioteca dell’umanista, mentre ve ne sono altri 7 che con ogni probabilità vi appartennero. I primi sono i codici Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 1495, 1497, 1498, 1499, 1502, 1561, 1576, 1670, 1672, 1713, 1948, 2048, 2815, 2856, 2888, 2915, 2947, 3745, 3934, 3993, 4078, 4252, 4276, 4792, 4813, 4815: su nessuno di essi sono riuscito a reperire tracce della mano di C. (a meno che non le si voglia attribuire l’esigua sigla «SCript» che si legge sul recto del foglio di guardia di Vat. Lat. 2888, che contiene il De officiis di Cicerone, o le croci e i trattini posti nei margini di alcuni brevi pontifici di mano di Poggio Bracciolini, contenuti nel Vat. Lat. 3993, ancora l’esigua postilla « espee » che si legge a c. XCVIIr di Vat. Lat. 4792, contenente un anonimo Faits de romains anticofrancese del XIV sec., o infine, la parola « ovidius » a c. 1r di Vat. Lat. 1576).
Tra i codici, invece, che è assai probabile che C. abbia posseduto, si annoverano i Vat. Lat. 2838 e 2843, autografi pontaniani, rispettivamente del Meteororum liber e del De Fortuna. Il possesso colocciano è ipotizzabile poiché l’umanista possedette anche i Vat. Lat. 2837, 2839 e 2841 – anch’essi autografi di Pontano con postille colocciane (Lattès 1931: 331-32 e 342, attribuisce alla biblioteca colocciana anche gli autografi pontaniani Vat. Lat. 2840, 2842, sui quali non è stato purtroppo possibile verificare la presenza della mano dell’esinate: vd. infra). Analogo discorso riguarda il codice Vat. Lat. 3404 che contiene l’Introductio Nicolai Iudaeci ad libros Aristotelis de syllogismo, preceduta da un’epistola dedicatoria a C., ma priva di note di sua mano. Anche il Vat. Lat. 3424 dovette appartenergli, ma tolte le prime sei carte autografe, non si trova altrove la sua mano nel codice. Il codice Vat. Lat. 4044 (indicato erroneamente come «4046» da Lattès 1931: 337 e 343), poi, contiene elenchi alfabetici di vocaboli (da N a T) tratti da vari autori latini e completa una serie costituita da altri due codici del medesimo tipo (Vat. Lat. 4042: da A a D; e 4043: da E a M) di sicura appartenenza colocciana: sul 4044 non si scorgono tracce di sua mano, ma il possesso è sicuro, visto che suoi marginalia si trovano negli altri due mss. Il codice Vat. Lat. 4514 (contenente lettere e discorsi di Costanza da Varano e un trattato sui sinonimi, opera di Giovanni Colocci) dovette similmente passare nelle mani di C. – dopo essere appartenuto allo zio Francesco – ma non reca sue annotazioni.
2. Un esame diretto di una serie di volumi ascritti da Bernardi 2008c alla biblioteca di C., sulla base delle indicazioni di altri studiosi (Mercati 1926, 1931-1932 e 1937, Avesani 1967, 1972 e 1974, Ruysschaert 1972, Fanelli 1979), invita ad escluderne altri sette dalla presente scheda, in quanto non recano tracce della mano dell’umanista. Si tratta dei Vat. Lat. 6841, 6871, 6875, inizialmente compresi nel regesto dei possessi librari colocciani sulla base delle integrazioni che José Ruysschaert aveva suggerito a completamento dell’edizione di Fanelli 1979. In essi non pare riscontrabile la presenza della grafia di C., come aveva invece sostenuto lo studioso (cfr. Fanelli 1979: 125 e 172), ma solo quella di altre mani umanistiche. I due stampati attribuiti da Fanelli sono invece la bellissima stampa in ottavo, Città del Vaticano, BAV, Ald. III 21 (Florilegium diversorum epigrammatum in septem libros, Venezia, Aldo Manuzio, 1503: cfr. Ubaldini 1969: 175) e BAV, R G Neol. VI 134 (Pacifico Massimo, Opera, Fano, Girolamo Soncino, 1506: cfr. Campana 1972: 268; Fanelli 1979: 5-6, 47-48, 54-55, 76-80), quest’ultima recante solo un monogramma a timbro « A C », ma assai più recente (riferibile probabilmente ad Adriano Colocci). Mercati 1937: 543 attribuisce poi a C. il codice Vat. Lat. 4276 (Facundus, Ad Iustinianum imperatorem) che non presenta però alcuna postilla, né di mano colocciana, né d’altri. Infine Avesani 1974 dimostra in maniera convincente l’appartenenza alla biblioteca colocciana di Vat. Lat. 3446 (un indice alfabetico di termini tratti da Aulo Gellio di mano di Scipione Carteromaco), ma sul codice non si trova la mano dell’esinate.
Assenti le tracce della sua mano anche nel Vat. Lat. 1677 (che contiene il poema Hesperidos di Basinio de Basiniis), del cui possesso da parte dell’umanista troviamo indizi in due degli inventari dei libri appartenuti a C. (Vat. Lat. 3958, c. 191v e Vat. Lat. 14065, c. 53r).
3. Si precisa infine che non è stato possibile verificare, attraverso disamina dell’originale o della riproduzione microfilmata, la presenza di marginalia o di appunti autografi di C. nei seguenti 35 codici che Lattès 1931 ascrive alla sua biblioteca. Si fornisce dunque di seguito il loro elenco, rimandando a Bernardi 2008c per le informazioni essenziali al riguardo: Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 1716, 1790, 2003, 2713, 2725, 2728, 2736, 2738, 2741, 2744, 2752, 2840, 2842, 2844, 2848, 2893, 2895, 2896, 2898, 2900, 2902, 2910, 2914, 2917, 2920, 2924, 2957, 2962, 2963, 2966, 4252, 4471, 4814, 4841, 5194. Questi mss. non sono stati inseriti a causa della non perfetta affidabilità di Lattès nell’identificazione della mano di C. e soprattutto della tendenza dello studioso ad attribuire codici alla biblioteca dell’umanista sulla base di criteri diversi da quello della presenza di segni autografi (criteri, per altro, non sempre esplicitati). La loro inclusione, al netto di una puntuale verifica, avrebbe inficiato l’affidabilità del presente lavoro. Ad essi va aggiunto il codice Vat. Lat. 4538, segnalato – ma assai corsivamente – da Mercati 1937: 544 e i due codici Vat. Lat. 1493 e 2793, indicati come colocciani da Bianchi-Rizzo 2000: 618, 639.
4. Va infine esclusa, a mio parere l’attribuzione alla mano di C. delle postille rinvenute nei seguenti codici: Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3389. Antonio Tebaldeo, Poesie, autografo (de Nolhac 1887: 127, 257, 363, individua interventi correttori di C. e di Pietro Bembo; Lattès 1931: 331, 343; Ubaldini 1969: 53; Cannata Salamone 1993 confuta l’attribuzione a C. e Bembo delle mani che postillano il codice: si tratterebbe sempre della mano di Tebaldeo; tale opinione mi pare condivisibile: la mano che interviene correggendo ha tratti più svolazzanti e i segni di rimando sono diversi da quelli consueti in C., le aste terminano con uncini, il tratto è moderatamente chiaroscurato, l’inclinazione regolare, le s sono basse e chiuse nelle terminazioni: tutti elementi estranei alla grafia più tipica dell’umanista marchigiano; Bernardi 2008c: 37).
Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3410. Lucianus Samosatensis, De Macrobiis, tradotto da Fabio Vigili (autografo: de Nolhac 1887: 127, 253, 368: afferma che il codice conteneva, non legate, una lettera di C. a Vigili e la risposta di quest’ultimo: un esame diretto del ms. mi ha permesso di rilevare l’assenza di tali lettere, come della mano di C. tra le postille; è invece presenta una nota di possesso di tale Gian Paolo de Turre, nella c. 1r; Lattès 1931: 343; Bernardi 2008c: 37).
5. Ai postillati colocciani è stato da alcuni studiosi anche ascritto il celebre codice autografo boccacciano Hamilton 90 della Staatsbibliothek di Berlino, sulla base della presenza di due brevi annotazioni – rispettivamente alle cc. 72v e 78v – ricondotte alla mano di C. da Vittore Branca, con il conforto dell’opinione di Augusto Campana (si veda in proposito almeno G. Boccaccio, Decameron. Edizione critica secondo l’autografo Hamiltoniano, a cura di V. Branca, Firenze, Accademia della Crusca, 1976, p. XXXVII). Io ritengo che, almeno per la prima delle due annotazioni, l’identificazione sia da rifiutare per ragioni paleografiche, mentre la seconda è talmente esigua (la parola«Dextro») da non garantire una base sufficientemente solida per ipotesi in merito. La questione, tuttavia, richiederebbe più spazio di quello qui concesso: mi limito perciò a rimandare al mio contributo: Bernardi i.c.s.
Bibliografia
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Nota paleografica
La scrittura di A.C., mercé gli specifici interessi nel campo della nostra storia letteraria delle origini mostrati dall’esinate e il suo possesso di alcuni testimoni manoscritti che compongono il tessuto di quella storia, ha spesso richiamato l’attenzione di quanti ne hanno studiato le numerose carte: storici, filologi e paleografi.1 Ne derivarono, nel tempo, alcune descrizioni e, più spesso, sintetiche definizioni. Tra queste merita di essere riportata quella di Santorre Debenedetti, per il quale la scrittura del C. è «nervosa e pesante, irregolare e senza ombra d’eleganza, se non fosse per quell’apparente vaghezza che nasce dalla spezzatura e dalla rapidità, singolare nella forma della a e della e minuscole, che spesso confondonsi in un unico segno, nella duplice forma della e» (Debenedetti 1904: 57). Spetta a Bernardi il merito di avere individuato, nella scrittura di C., uno dei due possibili riferimenti culturali. Secondo lo studioso si tratta, infatti, di «una umanistica corsiva dall’andamento corrente, nervoso e spezzato» (Bernardi 2008a: 6). In realtà appare oscillante il polo grafico di riferimento della minuta e rapida corsiva utilizzata dal C.2 Nelle testimonianze in cui meno forte è l’impegno “librario”, nelle scritture epistolari e negli appunti di studio, si avverte una precisa inclinazione all’italica (precedente alla normalizzazione della trattatistica) nell’apertura dell’occhiello della e,3 nel disegno dell’occhiello inferiore di g chiuso immediatamente a ridosso dell’omologo superiore (ma rara è la rettificazione dell’elemento discendente), dalla (primitiva, perché in seguito più rara) tendenza alla verticalizzazione del segno abbreviativo, ma soprattutto dalla netta e preponderante incidenza di legamenti compiuti dal basso e coinvolgenti anche lettere che nel sistema grafico più genericamente umanistico corsivo questo ancora non ammettevano (per es. a, c, ecc.). Anche nel caso di C., come per altri studiosi dell’epoca, insomma, il tratto saliente e caratterizzante della scrittura (almeno del tipo “usuale”) dovrà essere individuato nella corsività, intesa come irrefrenabile tendenza al continuum nella costituzione della catena grafica (di qui legamenti di q o di d a partire dalla sospensione del traverso, di s con o, di o con il segno abbreviativo e conseguente apertura della vocale). Una tendenza, questa, che deve essere vista come il frutto cospicuo dello scrivere moderno e che sarà premessa necessaria all’elaborazione delle forme più sontuose della cancelleresca italica dalla metà del XVI secolo in poi. Naturalmente, negli scritti di personale destinazione (gli appunti, le note in margine a mss. anche illustri per contenuti, ecc.), un siffatto modo di scrivere induce allo stravolgimento e del disegno e del ductus delle lettere, con esiti decisivi, talvolta, sul grado stesso di interpretabilità dei testi.4 Nella produzione di più accurata esecuzione, tuttavia (cfr. tavv. 5, 7) appare riemergere cospicuo il peso della matrice umanistica della minuscola: riappare così l’articolazione ondulata dell’occhiello inferiore di g, la restituzione dell’occhiello di e, la drastica riduzione dei legamenti impropri, l’introduzione di legamenti di classica ispirazione (tipo sp dall’alto: tav. 5 r. 6: sospir). Tra i pochi tratti significativi in una scrittura nel complesso ordinaria, si può segnalare la triplice esecuzione della r (in linea con le fasi primitive di elaborazione dell’italica), l’oscillazione u/v nell’espressione della consonante (la forma acuta essendo impiegata, in prevalenza, in posizione iniziale), il nesso & fortemente inclinato a sinistra (per es. tav. 1 terza r. dal basso; tav. 2 r. 2) naturalmente in concorrenza con la forma scritta a piene lettere. Povera, nell’insieme, la punteggiatura, limitata alla frequente virgola (con funzione ancipite), il punto medio e, in situazioni di elevato registro letterario, l’apostrofo. Altre occasionali occorrenze di segni interpuntivi particolari potrebbero essere legate agli ess. concreti che il C. rilevava nei mss. da lui consultati.
1. Oltre alle annotazioni riportate in Bernardi 2008a: 6 n. 4, ricordo qui il rapido intervento di Ernesto Monaci (nella scheda esplicativa delle riproduzioni incluse in Archivio paleografico 1882, tavv. 8-14, la sola definizione di scrittura corsiva, mentre nella prefazione a p. viii un giudizio di valore che recita «rude e oscillante grafia»); quello, con accurata descrizione paleografica, di Carlo Cipolla (Cipolla 1884).
2. Di rapidità e di «mano nervosa e affrettata» scrive Santorre Debenedetti (Debenedetti 1995: 32); di «carattere spedito e affrettato» il Cipolla (Cipolla 1884: 390).
3. Sulle due forme assunte da questa lettera (cfr. più avanti per la seconda), rinvio a Cipolla 1884: 394.
4. Di «grafia inconfondibile e tremenda» scrive Bernardi, riferendo in nota i giudizi, severi perlopiù, riportati sulla scrittura di C. (cfr. Bernardi 2008a: 6).
Bibliografia
Archivio paleografico 1882 = Archivio paleografico italiano, intr. di Ernesto Monaci, Roma, Ist. di Paleografia dell’Università di Roma, vol. i.
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Cipolla 1884 = Carlo C., Una questione paleografica, in «Giornale storico della letteratura italiana», ii, 4 pp. 389-97.
Debenedetti 1904 = Santorre D., Intorno ad alcune postille di Angelo Colocci, in «Zeitschrift für Romanische Philologie», xxviii, pp. 56-93, poi in Id., Studi filologici, a cura di Cesare Segre, Milano, Angeli, 1986, pp. 169-208.
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Censimento
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Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda