Di Costanzo, Angelo

Napoli 1507 ca.–Somma Vesuviana [Napoli] 1591

Presentazione

Come la maggior parte dei petrarchisti del Regno di Napoli, che solo in rari casi giunsero alla pubblicazione di una raccolta d’autore, anche Di Costanzo non ha lasciato un corpus organico dei suoi versi, oggi tramandati da due soli documenti autografi.

Dopo averlo salvato sottraendolo a «una mano barbara», Salvatore Betti (1837: 126) dava notizia, rilanciata poi dal Gamba (1839) due anni dopo, di un codice di rime da subito ritenuto autografo per le correzioni della stessa mano. Nel 1841 il codice venne acquisito da Agostino Gallo, che nella pubblicazione del 1843 poté vantare la «giunta di molte rime inedite» (Gallo in Di Costanzo 1843: III). Scomparso insieme al suo possessore, morto nel 1882, il codice riapparve nel 1971 nel catalogo dell’antiquario Forni di Bologna, per essere poi definitivamente acquistato dalla Biblioteca del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna (→ 1). Nel 1978 Renzo Cremante ne diede più ampia notizia, dopo che Silvia Longhi (1973: 211) era riuscita in extremis a inserire una breve nota nel suo « bilancio » sulle Rime del Costanzo. Dei 123 componimenti tràditi, solo 34 sonetti sono condivisi dall’altro codice autografo custodito presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (→ 3).

Censito dal Padiglione già nel 1876 e descritto dal Rosalba nel 1911, il secondo testimone fu messo a frutto da Angelo Borzelli, che ne trasse alcune rime inedite per la sua monografia del 1921. Il codice, segnato 180 Fondo San Martino, comprende una sezione di carmi latini seguita da sonetti, ma nel suo insieme, considerate soprattutto l’uniformità grafica nonché la presenza di interventi correttori e brevi didascalie, rappresenterebbe, a giudizio della Longhi (1975: 231, ma cfr. anche Rosalba 1911: 162), «una prima e provvisoria silloge d’autore», avvalorata dalla formula Sonetti et altre opere elette per manco male, apposta sul verso della decima carta n.n., a indicare una specifica operazione selettiva. José Luis Gotor (1982: 206), invece, sostiene che elette vada interpretato come participio di leggere «no porque los sonetos hubieran sido leidos en Academìa […], sino porque habìan sido leidos por el autor en esa tarea correctoria personal, contrasignada además por una crucecita en algunos casos». In effetti la stessa Longhi ha potuto verificare che quasi tutti i sonetti “contrassegnati” hanno visto la luce vivente l’autore in alcune raccolte antologiche edite a Venezia e ipotizzare che una sorte analoga sarebbe toccata ai restanti. Poiché i componimenti di sicura datazione sono ascrivibili agli anni 1546-1547, è verosimile supporre che l’allestimento del codice risalga agli anni immediatamente successivi. Dubbioso si mostra ancora il Gotor (1982: 205) circa il carattere autografo del codice napoletano non solo perché confortato in ciò da Armando Petrucci, cui aveva sottoposto la questione, ma anche per il carattere artigianale del suo assetto, contro la convinzione della Longhi (1973: 212) che propende invece per ritenerlo «il primo, e solo, tentativo di raccolta unitaria delle rime da parte dell’autore; ma di un’unificazione provvisoria […] operata da Costanzo per propria utilità personale: la raccolta rimase infatti, nella sua integrità, privata e inedita».

La collazione parziale dei sonetti comuni ai due codici e il raffronto paleografico inducono a ritenere il testimone napoletano anteriore a quello bolognese. Entrambi sono considerati da Gotor antigrafi di un manoscritto non autografo che lo stesso studioso ha rinvenuto in una biblioteca privata madrilena, recante per di più la stessa filigrana del codice bolognese, oltre a diversi componimenti inediti. La raccolta si configurerebbe dunque come il tentativo di «formar una nueva antologìa por el estilo […] de la de Ruscelli [i.e. Fiori delle rime de’ poeti illustri] de 1558» (Gotor 1982: 203).

Come si legge nella lettera autografa al card. Girolamo Seripando del 9 luglio 1556 (→ 4), a questa altezza cronologica il Di Costanzo era alle prese anche con la sua opera storica, che venne edita una prima volta a Napoli nel 1572 e poi all’Aquila dieci anni dopo. Due manoscritti incrociano questo lavoro storiografico. Il primo, ora alla Nazionale di Napoli, è costituito dai sette libri Nell’istorie de la sua patria d’Angelo Costanzo Napolitano (→ P 1), con dedica al cardinale Carlo Carafa, la cui stesura potrebbe essere datata agli anni 1557-1559, come suggerisce Volpicella (1876), confermando in tal modo anche il dettato della lettera al Seripando prima citata. Il codice non è autografo, tuttavia presenta occasionalmente un doppio ordine di postille marginali: una prima mano sconosciuta ha chiosato in maniera critica il testo con continui rinvii al Compendio de le istorie del Regno di Napoli di Pandolfo Collenuccio, «la prima storia generale del Regno» (Croce 1927: 98); il Di Costanzo ha a sua volta postillato le prime chiose, non celando il tono infastidito oramai diffusosi nel Regno a proposito di un’opera, quella del Collenuccio, che accusava i regnicoli di essere «naturalmente inclini all’infedeltà» (Masi 1998: 305). In una lettera non datata Giulio Cesare Capaccio informava il Di Costanzo di aver «resecato alcuni periodi soverchi dal volume dell’Istorie», aggiungendo in fine: «Quanto all’annotazioni del Castelvetro, non so, perché ho il palato infermo, se mi avessero dato un gusto amaretto. Gusterolle un’altra volta, e scriverò quel che ne giudico» (in Di Costanzo 1750: 133).

Il secondo, il ms. Casanatense 695 (→ 6), è una copia dei Diurnali del Duca di Monteleone che Di Costanzo comprende tra le fonti della sua Historia (cfr. Di Costanzo 1582: c. [*1]v) e dei quali sono note due redazioni: una littera antiqua e una nova. Quest’ultima costituirebbe un “rifacimento” cinquecentesco (cfr. Faraglia in Pignatelli 1895: ix-xiv, e Capasso 1902: 137-42), tramandato in particolare dal codice casanatense intitolato Libro di cose antiche del regno extratto da un libro antico del S.or Hettorre Pignatello primo Duca di Monteleone, la cui narrazione giunge fino alla congiura dei baroni (1485-1486), e che in fine reca un catalogo dei S.ri Titulati del Regno hoggi nel 1557 a la metà di Maggio (cc. 220r-222r); indicazione pregnante perché rinvia ancora una volta all’arco cronologico di composizione del manoscritto napoletano e, più in generale, all’operosa attività di storico del nostro. Sebbene in via dubitativa, già Faraglia (in Pignatelli 1895: XI) attribuiva il codice alla mano del Di Costanzo; un secolo dopo Vallone (1998: 257) ne trovava conferma operando un primo confronto con la riproduzione in microfilm delle postille autografe del codice napoletano X C 5.

Oltre alla missiva al Seripando occorre segnalare altri spezzoni di corrispondenza autografa. Due lettere ai Carafa (ora conservate presso la Biblioteca Apostolica Vaticana: → 2) indirizzate la prima al cardinale Carlo il 20 agosto 1558 per procurare l’ufficio di «scrivano di razione» a Girolamo Pignatelli, la seconda al cardinale Antonio il 20 aprile 1573 circa le esequie di Ferdinando Loffredo, primo marchese di Trevico. Altre due ai Gonzaga (ora presso l’Archivio di Stato di Parma: → 5): una a Cesare, del 30 novembre 1557, perché interceda per un suo amico circa l’assegnazione dell’ufficio di capitano di Giffoni o di Ariano; l’altra, del 19 agosto 1567, con un sonetto, al duca di Sabbioneta Vespasiano Gonzaga Colonna.

Non è stato possibile invece visionare gli autografi della raccolta Patetta, segnalati da Kristeller (VI 407) e custoditi sempre alla Vaticana, perché ancora privi di una classificazione definitiva che li renda fruibili agli studiosi.



Bibliografia
Betti 1837 = Salvatore B., Due sonetti inediti di Angelo Di Costanzo, in «Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia. Parte seconda: lettere ed arti», 51, pp. 126-27.
Croce 1927 = Benedetto C., Angelo Di Costanzo poeta e scrittore, in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari, Laterza, pp. 88-107.
Di Costanzo 1582 = Historia del Regno di Napoli dell’Ill. Signor Angelo di Costanzo Gentil’Huomo e Cavalliere Napolitano. Con l’agiontione de dodece altri Libri, dal medesimo authore composti, et hora dati in luce, Nell’Aquila, Appresso Gioseppe Cacchio.
Di Costanzo 1750 = Id., Le Rime d’Angelo Di Costanzo cavaliere napoletano. Sesta edizione accresciuta. Si aggiungono per la ii volta le Rime di Galeazzo di Tarsia, Autore contemporaneo, In Padova, Appresso Giuseppe Comino.
Di Costanzo 1843 = Id., Poesie italiane e latine e prose di Angelo Di Costanzo or per la prima volta ordinate e illustrate con la giunta di molte rime inedite tratte da un antico codice, la versione poetica de’ carmi latini e la vita dell’autore, per opera di Agostino Gallo siciliano, Palermo, F. Lao.
Gamba 1839 = Bartolommeo G., Serie di testi di lingua e di altre opere importanti nella italiana letteratura scritte dal secolo XIV al XIX, Venezia, Gondoliere.
Gotor 1982 = José Luis G., Angelo di Costanzo, poeta «in umbra» (hacia la constitución de su ‘Canzoniere’), in «Rendiconto delle tornate e dei lavori dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle e Arti [della Società Reale di Napoli] », lvii, pp. 183-212.
Longhi 1973 = Silvia L., Primo bilancio sulle ‘Rime’ del Costanzo, in Studi di filologia e letteratura italiana offerti a Carlo Dionisotti, Milano-Napoli, Ricciardi, pp. 209-18.
Longhi 1975 = Ead., Una raccolta di ‘Rime’ di Angelo di Costanzo, in «Rinascimento», xv, pp. 231-90.
Masi 1998 = Giorgio M., Scampoli di sartoria testuale: Benedetto Di Falco, Giovan Battista Carafa e Pandolfo Collenuccio, in Furto e plagio nella letteratura del classicismo, a cura di Roberto Gigliucci, Roma, Bulzoni, pp. 301-22.
Padiglione 1876 = Carlo P., La Biblioteca del Museo Nazionale di S. Martino, Napoli, Giannini.
Pignatelli 1895 = [Ettore P.,] Diurnali detti del duca di Monteleone nella primitiva lezione da un testo a penna, posseduto dalla Società Napoletana di Storia Patria, a cura di Nunzio Federico Faraglia, Napoli, Giannini.
Rosalba 1911 = Giovanni R., Di un nuovo codice delle ‘Rime’ di A. di Costanzo, in «Rassegna critica della letteratura italiana», xvi, pp. 161-67.
Vallone 1998 = Giancarlo V., Un autografo del Di Costanzo, i ‘Diurnali’ del Duca di Monteleone e il terremoto a Brindisi, in «Bollettino storico di Terra d’Otranto», viii, pp. 255-60.
Volpicella 1876 = Scipione V., Della poesia e della vita di Angelo di Costanzo, in Id., Studi di letteratura, storia ed arti, Napoli, Stab. Tip. dei Classici Italiani, pp. 7-24.

Nota paleografica

Ordinata e costante l’italica di modulo medio-piccolo scritta dal D.C. Fortemente inclinata a destra, presenta poco numerosi legamenti, la gran parte dei quali eseguiti con un tratto di collegamento orientato dal basso verso l’alto (uniscono così anche lettere che non hanno una spontanea levata di penna in quella direzione come, per es., a, h e q) oppure, più convenzionalmente, investono un angolo di pochi gradi in linea con la parallela al rigo di base. Il tutto costituisce un panorama di varianti allografiche piuttosto scarno: si riconoscono le tradizionali alternanze tra z contenuta nell’occhio medio del corpo del carattere e z con ampie porzioni ascendenti e discendenti; tra d con traverso e d con taglio; tra v e u, con valore fonetico e posizione indifferenziati; tra s∫ e ∫∫; tra legamento et espresso nel disegno all’antica e la medesima congiunzione realizzata con nesso ascendente tra il tratto mediano della e e il traverso della t: cfr. tav. 4 r. 5 (un carattere codificato, per es., nel trattato di Giovanni Antonio Tagliente, Lo presente libro insegna la vera arte de lo excellente scriuere, stampato per la prima volta nel 1524). In tale panorama meritano rilievo alcuni tipici atteggiamenti della scrittura del D.C. e primo fra tutti quello di principiare i traversi di alcune lettere (in particolare p, ma anche f e s) con un pronunciato tratto di attacco ascendente. Del pari peculiare l’innalzamento di g e q i cui traversi superano sempre abbondantemente gli occhielli delle lettere, e la realizzazione “iconica” del legamento st con netta separazione tra le parti costitutive del grafema (atteggiamento analogo si riscontra anche per la parte superiore della s lunga). Abbastanza ricco e funzionale l’apparato paragrafemico che annovera virgola, due punti, punto, apostrofo (a indicare aferesi e elisione), accento, segni di intonazione.

Censimento

  1. Bologna, Università degli Studi, Biblioteca del Dipartimento di Italianistica, 5
  2. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 5696
  3. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», 180 Fondo San Martino (olim 121 bis)
  4. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», XIII A A 51 (olim 52)
  5. Parma, Archivio di Stato, Epistolario Scelto 8
  6. Roma, Biblioteca Casanatense, 695
  1. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», X C 5

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 22 dicembre 2025 | Cita questa scheda