Dolce, Lodovico

Venezia 1508–1568

Presentazione

In Lodovico Dolce si può vedere senz’altro uno dei protagonisti indiscussi di quella che almeno in Italia si considera a ragione la stagione dell’affermazione definitiva e trionfale della stampa. Tale già agli occhi dei contemporanei, il letterato veneziano è stato poi costantemente confermato nel ruolo dalla storiografia letteraria e dagli studi condotti sulla storia del libro e delle tipografie. In questo favorito dal fatto di aver incarnato per decenni il ruolo del collaboratore più attivo e più rappresentativo di Gabriele Giolito, a sua volta il principale editore italiano del pieno e secondo Cinquecento (un filone di indagine ben noto agli studi, aperto da Cicogna 1862 e Bongi 1890-1895, e poi sviluppato da Quondam 1977, Di Filippo Bareggi 1988, Trovato 1991, Nuovo-Coppens 2005). Dopo una breve stagione di militanza poetica vissuta all’ombra di Pietro Bembo e di Pietro Aretino, e dopo un noviziato professionale rappresentato dalla prima intensa collaborazione editoriale con Francesco Marcolini (Procaccioli 2008), fu infatti nella bottega veneziana della Fenice giolitina che Dolce si impose come traduttore e curatore, oltre che come poeta lirico ed epico, commediografo e tragediografo, trattatista, esegeta, grammatico (Terpening 1997). Della sua produzione, sovrabbondante e multiforme, rimangono però pochissime tracce manoscritte e nessuna autografa. Nate per la tipografia, si direbbe nella tipografia, le sue opere erano destinate a vivere esclusivamente in quella dimensione. Il suo attivismo di autore e di teorico, come pure la vivacità del polemista, sono documentati solo dalle dediche e dalle prefazioni o, per altro verso, dalle reazioni dei suoi interlocutori. Al punto che, a fronte dei quasi duecento titoli della sua bibliografia a stampa, il catalogo delle carte autografe si misura nell’ordine delle unità. È evidente che con Dolce siamo già appieno nella stagione nella quale i testi nascono con una destinazione tipografica e la sopravvivenza di una delle fasi manoscritte di esso o di sue parti è, se non proprio un’eccezione, almeno un fatto accidentale.

Non meraviglia allora che nel suo caso anche la scarsa documentazione autografa superstite finora accertata – a eccezione dei lacerti poetici appena recuperati da Paolo Marini (→ 2, 3, 5) – ruoti direttamente o indirettamente intorno alla sua attività di collaboratore editoriale. Così il prezioso postillato boccacciano,1 documento insieme della professionalità del Dolce e della fortuna editoriale del capolavoro trecentesco nella stagione immediatamente a ridosso dell’Index paolino; così le fedi di stampa, e così per lo più anche le carte epistolari (→ 1 e 4). Per queste ultime si tratta quasi esclusivamente del manipolo di otto lettere destinate a Benedetto Varchi e comprese nella raccolta ora conservata tra gli Autografi Palatini della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; per le 20 fedi (→ 6) si tratta dei nulla osta che le autorità veneziane richiedevano a personalità del mondo culturale e religioso a certificazione della correttezza dottrinale e politica dei testi da pubblicare. E a proposito delle quali va ricordato l’incidente nel quale Dolce incorse nel 1557, quando l’Inquisizione locale lo chiamò a rispondere di una fede prodotta a favore dei Dialoghi di secreti de la natura di Pompeo Della Barba, opera poi mandata al rogo. Nella circostanza al letterato si vietò di «amplius facere aliquam fidem seu attestationem pro imprimendo aliquo opere seu libro» (Di Filippo Bareggi 1988: 208; la condanna in Archivio di Stato di Venezia, Sant’Uffizio, 14), un provvedimento che in seguito dovette essere revocato se la raccolta delle fedi superstiti ne comprende una del 28 novembre 1559 a favore della stampa del volgarizzamento di Remigio Nannini delle Epistolae di Ovidio. Nonostante rechi la dichiarazione rituale «di propria mano», la fede di c. 53r (15 settembre 1556), a favore della stampa di varie opere, non è autografa.

Non diverso da quello delle opere edite in vita il destino di quelle impresse postume; si è persa infatti presto ogni traccia degli autografi dai quali Giolito ha tratto le edizioni de L’Achille et l’Enea, de Le prime imprese del Conte Orlando e dell’Ulisse (a stampa rispettivamente nel 1570, 1572 e 1573; cfr. Bongi 1890-1895: II 308, 324-25), mentre di una Vita di Giammatteo Bembo è rimasta solo la menzione (Cicogna 1862: 111). Ugualmente svanita, con le carte, ogni notizia relativa alla raccolta libraria, che dovette essersi accumulata anche solo a ragione dell’intensa e prolungata attività nell’ambito editoriale.

Per quanto riguarda alcune indicazioni dell’Iter italicum relative a lettere dolciane va detto che il riferimento a una missiva contenuta nel codice Carte Strozziane, I 132 dell’Archivio di Stato di Firenze (cfr. Kristeller: i 66) è inattendibile; la notizia, desunta dal sommario del volume, non trova riscontro nelle carte del manoscritto, una raccolta epistolare allestita in anni considerevolmente posteriori. Ugualmente inattendibile l’indicazione di una lettera dolciana compresa nella sezione «Letterati» del fondo Archivio per materia dell’Archivio di Stato di Modena (cfr. Kristeller: I 366); si tratta infatti di una lettera con la quale il 27 marzo 1566 Gabriele Giolito accompagnava l’invio alla duchessa di Ferrara di una novità libraria dolciana, la Vita di Ferdinando primo imperatore. È invece una copia tarda di una lettera di Dolce quella conservata a Brescia, Biblioteca Queriniana, E VII 16, fasc. II, cc. 25-26 (Kristeller: I 36). Alla serie delle copie non autografe si aggiunga la supplica presentata nel maggio 1537 al Consiglio dei X con la quale si chiedeva di assolvere Dolce «dalla pena per l’arma toltali» (Archivio di Stato di Venezia, Cons. X, Parti comuni, filza 21, doc. 121).



Bibliografia
Bongi 1890-1895 = Salvatore B., Annali di Gabriel Giolito de’ Ferrari da Trino di Monferrato, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 2 voll.
Cicogna 1862 = Emmanuele Antonio C., Memoria intorno la vita e gli scritti di Messer Lodovico Dolce letterato veneziano del secolo XVI, in «Memorie dell’I.R. Ist. Veneto», xi, pp. 93-200.
Di Filippo Bareggi 1988 = Claudia Di F.B., Il mestiere di scrivere. Lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, Roma, Bulzoni.
Nuovo-Coppens 2005 = Angela N.-Christian C., I Giolito e la stampa nell’Italia del XVI secolo, Genève, Droz.
Procaccioli 2008 = Paolo P., L’officina veneziana di Francesco Marcolini: il battesimo dei poligrafi e il dialogo delle arti, in Officine del nuovo. Sodalizi tra letterati, artisti e editori nella cultura italiana fra Riforma e Controriforma. Atti del Simposio internazionale di Utrecht, 8-10 novembre 2007, a cura di Harald Hendrix e P.P., Manziana, Vecchiarelli, pp. 135-68.
Quondam 1977 = Amedeo Q., «Mercanzia d’onore»/«mercanzia d’utile». Produzione libraria e lavoro intellettuale a Venezia nel Cinquecento, in Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna. Guida storica e critica, a cura di Armando Petrucci, Roma-Bari, Laterza, pp. 51-104.
Terpening 1997 = Ronnie H. T., Lodovico Dolce Renaissance Man of Letters, Toronto-Buffalo-London, Univ. of Toronto Press.
Trovato 1991 = Paolo T., Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570), Bologna, Il Mulino.

1. Della cui segnalazione sono debitore a Carlo Pulsoni e ad Antonio Ciaralli, che ringrazio.

Nota paleografica

La scrittura di L.D., scarsamente documentata per l’arco cronologico che dal 1540 arriva al 1559 (venti anni, dunque, centrali della sua attività di consulente editoriale e poligrafo, ma lontani dalle fasi dell’apprendimento di scrittura e non prossimi agli anni della tarda maturità) mostra, negli ess. noti, una generale costanza di modulo e di generale conduzione. Regolarissimo nell’impaginare e rispettoso dell’allineamento, D. scrive un’italica ancora di prima maniera (l’unico cedimento ai modelli divulgati dal Cresci è in una delle due varianti di e di cui si dirà più avanti) fortemente inclinata a destra, non priva di varianti grafiche, ma, nel complesso, parca e convenzionale nel sistema delle legature. Queste ultime avvengono di norma per lasciata di penna, con movimento sinistrogiro, e sono presenti anche in quelle lettere che di norma non prevedono legamento come accade, non frequentemente, con h, con p, più raramente con q (dal termine del traverso) o con r (vagamente suggestiva di forme più antiche). Del tutto usuali i legamenti eseguiti con tale modalità per s corta, mentre si tratta di un atteggiamento piuttosto insolito l’analogo fenomeno attestato in quella dal disegno con traverso prolungato al di sotto del rigo di scrittura quando seguita da altra s. Tra le alternative di lettera si segnala la e che può essere eseguita sia con occhiello tendenzialmente chiuso e privo di levata verso destra (dunque non produttivo, di norma, di legamento: anche questo un fatto alquanto raro), sia con testa prolungata nell’interlinea; della d: con traverso, decisamente maggioritaria, o con taglio discendente da sinistra verso destra. Duplice anche il disegno della s: corta o con traverso che, in questo caso, può terminare tanto con piede quanto con volta, dando mostra di differenti coloriture. Rilevante il panorama offerto dalle varianti combinatorie di lettere tra le quali sono da segnalare il triplice modo di scrivere la doppia s (entrambe corte, la prima lunga e la seconda corta, entrambe lunghe), e doppia la scrittura per la coppia st (con alternanza tra s lunga, maggioritaria, e corta); due forme anche per il digramma ch (al modo italico con legatura dal basso di c, e con lettere discrete). Molteplice anche l’elegante sistema delle maiuscole che annovera due tipi di E (capitale, con tratto sul rigo di dimensioni maggiori e spesso prolungato anche a sinistra, e in forma di epsilon); due tipi di G (in un tempo solo e in due tempi con colonnino). La I è prevalentemente dritta, iniziata da un piccolo taglio e conclusa, ben al di sotto del rigo, con un consistente piede, mentre la T ha la testa, ondulata, sempre molto prolungata a sinistra. L’occhiello della P, infine, attacca a sinistra compiendo un ampio semicerchio e imprimendo alla lettera un caratteristico aspetto a phi greco. Rara è la congiunzione espressa con grafia latina, ma, quando capita, questa è in forma di nesso (epsilon-t) secondo un modello ben attestato nel romano corsivo della coeva tipografia. Tra gli elementi singolari, da attribuire cioè a caratteristiche proprie della mano di D., vale menzionare: la r in forma di v, cioè priva di testa o con testa appena accennata quando in congiunzione con lettera posteriore; il primo elemento della lettera, inoltre, cioè il taglio discendente verso destra, è spesso più accentuato del secondo e ricurvo verso il basso. La p e la q hanno un marcato piede (anche la f è terminata sempre da un piede), in alcuni punti tanto consistente da poter essere definita una vera tagliatura; in p l’asta supera anche di molto l’occhiello; il traverso della t supera, di norma, di un terzo della sua altezza la testa della lettera. Infine la z, talvolta alta, ma di norma congrua col corpo delle altre lettere, assume spesso una peculiare forma che la rende simile alla r tonda di tipo mercantile. Ancora da ricordare il falso legamento s (lunga) e t per il quale si deve osservare lo stacco di penna sempre eseguito tra le due lettere. Appartiene agli usi scrittori di D. un articolato sistema paragrafemico costituito da una punteggiatura che contempla tutte le possibili pause sospensive (dalla virgola al punto e virgola, dai due punti al punto fermo), le intonazioni (punto interrogativo), le forme parentetiche, le divisioni sillabiche segnate da una semplice lineetta, le elisioni per le quali viene adibito l’apostrofo, mentre maggiore incostanza si riscontra nell’impiego degli accenti. Alle pause maggiori segue sempre la maiuscola, mentre tutti i segni interpuntivi risultano isolati dal contesto grafico per il tramite di spazi lasciati in bianco sia immediatamente prima, sia immediatamente dopo, secondo un uso che trova ampi riscontri nella tipografia del tempo e nella stessa bottega dei Giolito. Ristretto il ricorso alle scritture compendiate, limitato per lo più a nasale finale (con segno abbreviativo verticalizzato), a ch(e) e a p(er).

Censimento

  1. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi I, num. 81-88
  2. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 1030
  3. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2835
  4. Milano, Biblioteca Ambrosiana, E 32 inf.
  5. Padova, Biblioteca del Seminario, 591
  6. Venezia, Archivio di Stato, Riformatori dello Studio di Padova 284
  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Stampati Capponi IV 508

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 8 gennaio 2026 | Cita questa scheda