Gelli, Giovan Battista
Firenze 1498–1563
Presentazione
Le testimonianze autografe relative a Giovan Battista Gelli, non numerose ma qualitativamente rilevanti, restituiscono solo in parte il profilo intellettuale che, secondo gli orientamenti dell’ultimo cinquantennio di studi, si è soliti riconoscergli.* Le poche indicazioni documentarie disponibili, assieme alle espresse dichiarazioni dello stesso Gelli in merito, suggeriscono l’immagine di un autodidatta, che alla professione umile di «calzaiuolo» poté nondimeno affiancare lo studio delle lettere. Poco è noto sulla sua giovinezza, durante la quale avrebbe frequentato il circolo degli Orti Oricellari (su tali dichiarazioni vd. le note di Dionisotti 1980: 138 e 295-96), e poco è noto anche dei suoi primi esperimenti letterari (ma tessere significative vengono ora da Leporatti 2005: 134-35). La sua figura acquista maggior visibilità quando, in età ormai matura, il Gelli entrò a far parte dell’Accademia degli Humidi, già al momento della sua fondazione in casa dello Stradino, nel 1540: ma come è noto (vd. Plaisance 2004), tale consesso mutò presto di indirizzo, assumendo il nome di Accademia Fiorentina e diventando un’istituzione controllata dal Principato. Le non celate simpatie medicee del Gelli gli permisero di guadagnarsi una fiducia più o meno diretta da parte del più giovane duca: assieme a Pier Francesco Giambullari e ad altri “aramei”, acquisì un ruolo di primo piano nella costruzione di un circolo intellettuale organico e, di riflesso, di una mitologia del Principato mediceo. Quale sia stata, allora, l’effettiva rilevanza degli “aramei” e delle loro teorie è fatto sul quale ancora si discute (vd. in merito Pozzi 1998); ma è indubbio che il Gelli ebbe peso rilevante all’interno dell’Accademia Fiorentina, cominciando ben presto con letture pubbliche e private su Dante e su Petrarca, e ricoprendo anche il consolato nel 1548. Il che non gli garantì di passare indenne da critiche, talora feroci, per la sua modesta levatura intellettuale, ora da intimi di Cosimo I (vd. Bryce 1995: 83-85), ora da ex-Humidi quali il Lasca o Alfonso de’ Pazzi; del resto, la stessa vicinanza all’altro grande intellettuale dell’Accademia Fiorentina, Benedetto Varchi, anch’egli pubblico lettore, giocò talora a suo sfavore, generando anzi conflitti interni all’Accademia che si ricomposero solo in apparenza (aspetti su cui vd. Firpo 1997: 265-68, Andreoni 2004: 170-73, Andreoni 2012: 118-21).
Durante la stagione accademica il Gelli pubblicò anche buona parte dei propri scritti, che coprono ambiti e generi affatto differenti – lezioni, dialoghi filosofici, trattati linguistici, componimenti poetici d’occasione, opere teatrali –, tutti posti sotto l’insegna di una piana divulgazione del sapere (aspetti sui quali, da ultimi, vd. Pozzi in Gelli 1978: 857-69, Perrone Compagni 2003, Cassiani 2006: 44-45). Di tutti questi scritti, tuttavia, non sembrano sopravvivere documenti autografi: l’unica eccezione, e di qualche momento, è costituita dal ms. Magl. VIII 49, cc. 1r-128v, della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (→ 8), che contiene le sue Letture viii e ix sull’Inferno dantesco: non pubblicate vivente l’autore, esse furono edite solamente a fine Ottocento per cura di Carlo Negroni (vd. Gelli 1887: ii 195-518, da fruire tenendo conto della recensione di Barbi 1888), che per la sua edizione si basò su di una copia fatta realizzare all’occasione.1 Riconducibili agli ultimi anni di vita dell’autore, queste Letture furono tenute entro l’Accademia Fiorentina tra 1562 e 1563, in continuità con quelle pronunciate anni prima nel medesimo consesso; e, al pari di queste, confermano il peculiare approccio del Gelli al poema dantesco, che innesta sul filone dell’esegesi landiniana un «mito borghese e semipopolare di Dante» (vd. Mazzacurati 2007: 95). Lo stesso manoscritto magliabechiano, peraltro, conserva alle cc. 376r-383v un volgarizzamento dal De motu animalium di Aristotele, che è stato correttamente restituito alla mano del Gelli solo in tempi recenti (vd. Gelli 2003). Anche se i due documenti sono separati da almeno un decennio – il volgarizzamento aristotelico risale probabilmente alla fine degli anni Quaranta –, la parentela con le Letture pare innegabile, anche sul piano paleografico: come esibito anche dagli altri autografi oggi noti, in linea con quella che poteva essere l’educazione grafica di un calzaiuolo, il Gelli si serve di una italica che corrisponde probabilmente al modello grafico appreso in gioventù.
Molto è andato perduto anche sul versante della corrispondenza, ma i materiali restanti sono ad ogni modo di accentuato rilievo (→ 1-7 e 10). Un mannello coerente di lettere è sopravvissuto tra i fondi documentari legati alla famiglia dei Medici e al Varchi: da esse risulta un Gelli impegnato per lo più sul fronte accademico (così nella lettera a Cosimo I, che chiama in causa anche il collega Giambullari, o nel messaggio del 31 gennaio 1543, con il quale il calzaiuolo invita ufficialmente il Varchi a ritornare a Firenze), pur non mancando altrove indicazioni di carattere più domestico (di negozi decisamente più minuti si discorre nelle due lettere al Varchi del 1557 e del 1561). Considerata la sostanziale unicità di un simile dossier, merita tuttavia particolare attenzione il nucleo dei documenti conservati tra le carte di Lodovico Beccadelli, oggi presso la Biblioteca Palatina di Parma. In parallelo alla discussione conciliare sull’indice dei libri proibiti e sulle relative modalità di intervento, per tramite di Lelio Torelli, monsignor Beccadelli si premurò di informare il Gelli che i suoi Capricci del bottaio, fatta salva l’ipotesi di una revisione preventiva, erano stati inseriti nella lista degli scritti da proibire. Con sollecitudine che sembra tradire una reale apprensione, il Gelli rispose immediatamente alle richieste del Beccadelli, fornendo la propria completa disponibilità per una revisione del testo (per questi eventi vd. De Gaetano 1957, De Gaetano 1976: 238-48 e Roatta 1998: 16-23). Oltre alle tre lettere del Gelli, tra le carte parmensi sopravvive anche una bozza di lettera dedicatoria che doveva confluire in testa alla progettata nuova edizione dei Capricci: edizione che, tuttavia, a seguito della morte dell’autore, non ebbe mai luogo. Che, forse anche di riflesso, possa emergere altra documentazione epistolare relativa al Gelli pare suggerito da alcune tessere minute, che certificano una più ampia rete di contatti: indicativo, in merito, pare il copialettere vaticano di Cornelio Musso, latore di una rilevante missiva al Gelli (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg. Lat. 300, c. 163r, su cui vd. Kristeller: vi 385 e l’edizione, migliorabile, fornita in De Gaetano 1976: 406).
Se del numero non trascurabile di testi letterari gelliani editi a stampa lui vivente non sembra sopravvivere nient’altro in versione autografa, restano nondimeno testimonianze che, pur difettando del requisito dell’autografia, sono a vario titolo riconducibili al suo scrittoio (vd. Girotto 2013). Si consideri, in tal senso, il Magl. XXV 25 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (su cui vd. Barbi 1894; De Gaetano 1976: 40-43; Plaisance 2004: 158-64, 219-20, assieme all’edizione fornita in Gelli 1979: 71-122), probabile copia di dedica di un testo sicuramente gelliano sull’origine di Firenze, volto – al pari del Gello del Giambullari – a legittimare la civiltà fiorentina su basi linguistiche che si dimostrarono ben presto improbabili. Parrebbe appena differente la vicenda di un codice di Vite d’artisti, nato a quanto pare contemporaneamente e in parallelo al disegno storiografico di Giorgio Vasari: già tra i manoscritti della biblioteca strozziana di Firenze (vd. Salvini 1717: 77 e Moreni 1805: i 418) e poi confluito in collezione privata a Cortona, esso sembra ora irreperibile; alla luce dell’edizione procurata a fine Ottocento da uno dei suoi proprietari, Girolamo Mancini (1896), e delle poche informazioni disponibili (De Gaetano 1976: 46-47, M[argaret] D[aly] D[avies] in Giorgio Vasari 1981: 190-91, e Spagnolo 2008: 109-11, assieme a Kristeller: v 533), pare lecito credere che si tratti di una copia di lavoro, vargata da uno o – a quanto affermato dal Mancini – da due copisti di professione pur con saltuarie postille d’autore, interrotta tuttavia prima di arrivare a conclusione. Pur con maggiori cautele, vista anche la mancanza di esplicita documentazione sulla quale appoggiarsi per l’attribuzione, è probabilmente da collegare al Gelli il ms. It. 441 della Bibliothèque Nationale de France di Parigi, che reca una traduzione, anonima ma da tempo messa in relazione col calzaiuolo fiorentino, del De mente humana dell’amico e sodale Simone Porzio (De Gaetano 1968: 101-5, Montù 1968, Kristeller: iii 304, Del Soldato in Porzio 2005: viii-ix, Del Soldato 2010: 124-26, e, su un piano più ampio, Vasoli 2001: 577-601). Più in generale, in vista di auspicabili accertamenti testuali, meriterebbero di essere riesaminate anche altre testimonianze manoscritte che trasmettono testi attribuiti al Gelli: significativo in merito è il caso del piccolo gruppo di testi poetici che si è soliti assegnargli, consegnato da un manipolo di raccolte miscellanee coeve, di qualità testuale assai diversa.
Da ultimo, non è noto alcun volume, manoscritto o a stampa, con segni di appartenenza che riconducano con sicurezza, o anche per sola via ipotetica, al Gelli. Si è, in molti casi, ben informati sul suo bagaglio di letture, da Dante a Machiavelli, tanto da poter segnalare precise rispondenze tra i testi altrui e quelli suoi, talora accusati di dipendenza pedissequa (una scheda significativa di tali prossimità testuali è presentata da Garin 1979). Recenti esplorazioni, peraltro, hanno segnalato come tra i testi da lui impiegati come supporto per le sue lezioni dantesche figurasse anche un deperdito manoscritto dell’Ottimo Commento, fruito a quanto pare da lui e dal Giambullari congiuntamente (vd. Corrado 2008: 399-405). Allo stato attuale delle ricerche, tuttavia, nessuno dei «più libri legati in cartone, coperti di carta pecora», segnalati nell’inventario che accompagnava il suo testamento del 1557 (Firenze, Archivio di Stato, Notarile Antecosimiano, 9338 [notaio G.B. Giordani], cc. 149r-155r, a c. 153v), sembra essere sopravvissuto alla dispersione seguita alla sua morte.
Bibliografia
Andreoni 2004 = Annalisa A., « Sangue perfetto che poi non si beve… »: le lezioni di Benedetto Varchi sul canto xxv del ‘Purgatorio’, in «Rinascimento», s. ii, xliv, pp. 139-223.
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Barbi 1888 = Michele B., rec. a Gelli 1887, in «Rivista critica della letteratura italiana», v, 4 coll. 97-104.
Barbi 1894 = Id., Il trattatello sull’origine di Firenze di Giambattista Gelli, in Nozze Gigliotti-Michelagnoli. xix agosto mdcccxciv, s.n.t. [ma: Firenze, Tip. Carnesecchi], pp. 1-13.
Bonanno 1998 = Danilo B., La raccolta dantesca di Evan MacKenzie, in Da tesori privati a bene pubblico. Le collezioni antiche della Biblioteca Berio di Genova. Catalogo della Mostra, Genova, Biblioteca Civica Berio, 27 aprile-27 giugno 1998, a cura di Laura Malfatto, Pisa, Pacini, pp. 73-90.
Bryce 1995 = Judith B., The Oral World of the early Accademia Fiorentina, in «Renaissance studies», ix, 1 pp. 77-103.
Cassiani 2006 = Chiara C., Metamorfosi e conoscenza. I dialoghi e le commedie di Giovan Battista Gelli, pref. di Gennaro Savarese, Roma, Bulzoni.
Corrado 2008 = Massimiliano C., Lettori cinquecenteschi dell’ ‘Ottimo’ Commento alla ‘Commedia’ (Giambullari, Gelli, Vasari, Borghini, Salviati, Piero del Nero), in «Rivista di studi danteschi», viii, pp. 349-409.
De Gaetano 1957 = Armand L. De G., Tre lettere inedite di G.B. Gelli e la purgazione de ‘I capricci del bottaio’, in «Giornale storico della letteratura italiana», cxxxiv, 406-407 pp. 298-313.
De Gaetano 1968 = Id., Two Translations attributed to G.B. Gelli: Porzio’s ‘De mente humana’ and Plutarch’s ‘Apophtegmi’, in «Modern Language Notes», lxxxiii, 1 pp. 100-6.
De Gaetano 1976 = Id., Giambattista Gelli and the Florentine Academy. The Rebellion against Latin, Firenze, Olschki.
Del Soldato 2010 = Eva Del S., Simone Porzio. Un aristotelico tra natura e grazia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura.
Dionisotti 1980 = Carlo D., Machiavellerie, Torino, Einaudi.
Firpo 1997 = Massimo F., Gli affreschi di Pontormo a San Lorenzo. Eresia, politica e cultura nella Firenze di Cosimo I, Torino, Einaudi.
Garin 1979 = Eugenio G., Noterelle su Giovanni Pico e G.B. Gelli, in «Rinascimento», s. ii, xix, pp. 259-64.
Gelli 1887 = Letture edite e inedite di Giovan Batista Gelli sopra la ‘Commedia’ di Dante, raccolte per cura di Carlo Negroni, Firenze, Bocca, 2 voll.
Gelli 1978 = Giovan Battista G., [Opere], in Trattatisti del Cinquecento, a cura di Mario Pozzi, Milano-Napoli, Ricciardi, i pp. 851-1158 e 1195-205.
Gelli 1979 = Id., Dell’origine di Firenze, intr., testo inedito e note a cura di Alessandro D’Alessandro, in «Atti e memorie dell’Accademia Toscana di scienze e lettere “La Colombaria”», xliv, n.s. xxx, pp. 59-122.
Gelli 2003 = Id., De’ moti o movimenti de gli animali, a cura di Teresa Porcella, in «Letteratura italiana antica», iv, pp. 315-35.
Giorgio Vasari 1981 = Giorgio Vasari. Principi, letterati e artisti nelle carte di Giorgio Vasari. Casa Vasari. Pittura vasariana dal 1532 al 1554, Sottochiesa di S. Francesco. Catalogo della Mostra, Arezzo, 26 settembre-29 novembre 1981, a cura di Charles Davis et alii, Firenze, Edam.
Girotto 2013 = Carlo Alberto G., «Batista Gelli che è pur un galante homo», in Recuperi testuali tra Quattro e Cinquecento, a cura di Italo Pantani ed Emilio Russo, Roma, Bulzoni, pp. 69-107.
Leporatti 2005 = Roberto L., ‘Il Vespro’ di Bartolomeo Tasio. Dialogo su una commedia cinquecentesca intitolata ‘Il Negromante de’ Negromanti’, in «Per leggere», v, 8 pp. 111-71.
Mancini 1896 = Girolamo M., Vite d’artisti di Giovanni Battista Gelli, in «Archivio storico italiano», s. v, xvii, 1 pp. 32-62.
Mazzacurati 2007 = Giancarlo M., G.B. Gelli: un “itinerario della mente” a Dante (1969), in Id., L’albero dell’Eden. Dante tra mito e storia, a cura di Stefano Jossa, Roma, Salerno Editrice, pp. 92-133.
Montú 1968 = Angelo M., La traduzione del ‘De mente humana’ di Simone Porzio. Storia ed esame di un manoscritto inedito, in «Filosofia», xix, 2 pp. 187-94 (poi in ripr. an. in Id., Gelliana. Appunti per una fortuna francese di Giovan Battista Gelli, Torino, Bottega d’Erasmo, 1973, pp. 47-54).
Moreni 1805 = Domenico M., Bibliografia storico-ragionata della Toscana, o sia catalogo degli scrittori che hanno illustrata la storia delle città, luoghi e persone della medesima, Firenze, presso Domenico Ciardetti, 2 voll.
Perrone Compagni 2003 = Vittoria P.C., Cose di filosofia si possono dire in volgare. Il programma culturale di Giambattista Gelli, in Il volgare come lingua di cultura dal Trecento al Cinquecento. Atti del Convegno internazionale di Mantova, 18-20 ottobre 2001, a cura di Arturo Calzona, Francesco Paolo Fiore, Alberto Tenenti e Cesare Vasoli, Firenze, Olschki, pp. 301-37.
Plaisance 2004 = Michel P., L’Accademia e il suo principe. Cultura e politica a Firenze al tempo di Cosimo I e di Francesco de’ Medici. (L’Académie et le prince. Culture et politique à Florence au temps de Côme Ier et de François de Médicis), Manziana, Vecchiarelli.
Porzio 2005 = Simone P., An homo bonus vel malus volens fiat [rist. an. dell’ed. Firenze, Torrentino, 1551], con il volgarizzamento di Giovan Battista Gelli, a cura di Eva Del Soldato, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura.
Pozzi 1998 = Mario P., Mito aramaico-etrusco e potere assoluto a Firenze al tempo di Cosimo I (1990), in Id., I confini della letteratura. Aspetti e momenti di storia della letteratura italiana, Alessandria, Edizioni dell’Orso, pp. 237-46.
Roatta 1998 = Massimo R., Giovan Battista Gelli e l’Indice dei libri proibiti. Una postilla, in «Bollettino della società di studi valdesi», cxv, 182 pp. 3-23.
Saginati-Calcagno 1966 = Liana S.-Giacomina C., La collezione dantesca della Biblioteca Civica Berio di Genova, pres. di Giuseppe Piersantelli, Firenze, Olschki.
Salvini 1717 = Fasti consolari dell’Accademia Fiorentina di Salvino Salvini, consolo della medesima e Rettore generale dello Studio di Firenze […], Firenze, Stamperia di Sua Altezza Reale, Tartini e Franchi.
Spagnolo 2008 = Maddalena S., Ragionare e cicalare d’arte a Firenze nel Cinquecento. Tracce di un dibattito fra artisti e letterati, in Officine del nuovo. Sodalizi fra letterati, artisti ed editori nella cultura italiana fra Riforma e Controriforma. Atti del Simposio internazionale di Utrecht, 8-10 novembre 2007, a cura di Harald Hendrix e Paolo Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, pp. 105-28.
Vasoli 2001 = Cesare V., Tra Aristotele, Alessandro di Afrodisia e Juan de Valdés: note su Simone Porzio, in «Rivista di storia della filosofia», n.s., lvi, 4 pp. 562-607.
* Nella compilazione di questa scheda ho potuto ricorrere alla disponibilità di Simonetta Adorni Braccesi, Simone Albonico, Annalisa Andreoni, Eliana Carrara, Chiara Cassiani, Marco Cavarzere, Massimiliano Corrado, Eva Del Soldato, Teresa Porcella, Anna Siekiera, Maddalena Spagnolo: a tutti va il mio ringraziamento.
1. Essa è identificabile con l’attuale Novara, Biblioteca Civica « C. Negroni », Fondo Negroni E 7 (olim Fondo Negroni, 19: vd. IMBI: xxxi 163-64), ms. realizzato dallo scrivano fiorentino Federigo Bencini nel 1878. Il codice gelliano era comunque noto anche ad altri dantisti ottocenteschi: un’altra copia completa, datata 1847, è conservata a Genova, Biblioteca Comunale « Berio », m r V 1 57, realizzata dalla stessa mano del codice di Novara (su tale trascrizione, già appartenuta a George John Warren e dunque a Evan MacKenzie, vd. Kristeller: ii 521; Saginati-Calcagno 1966: 308 num. 1308; Bonanno 1998: 73-74). Dall’originale gelliano deriva anche una copia parziale, relativa al solo canto xxiv dell’Inferno, compresa tra le carte di una miscellanea dantesca ora conservata a Pisa, Biblioteca della Scuola Normale Superiore, con segnatura 863.7 A 411 Misc. 41 (05) [rari] AT: la trascrizione, anche in questo caso di mano del Bencini, era ad uso del dantista veronese Alessandro Torri.
Nota paleografica
È difficile stabilire cosa potesse significare, dal punto di vista dell’istruzione (e di quella grafica in particolare), l’iscrizione a un’arte (nello specifico quella dei calzajuoli) nella Firenze dei primi anni del Cinquecento. Se è vero che per tutto l’arco della sua vita G. ha rivendicato con fierezza la scelta compiuta dal padre, tanto da esaltare per sé «l’immagine dell’artigiano-letterato, capace di elevarsi con lo studio e l’amore dei classici al di sopra della condizione destinatagli dalla fortuna» (Piscini 2000: 12), è però anche vero che poco sembra emergere della sua educazione primaria, presumibilmente orientata agli aspetti pratici commerciali mercantili, negli scritti autografi conservati (tutti comunque tardi e posteriori al quarantesimo anno d’età). L’italica impiegata da G., infatti, è una scrittura nell’insieme ben aderente al modello (naturalmente di prima maniera): veloce, inclinata a destra e legata seguendo quell’andamento orario che è fattore dominante nel sistema congiuntivo dello strato più moderno della corsiva. Le tracce che potrebbero riferirsi a un modello grafico diverso e opposto, quello mercantesco, appaiono in effetti labili, riducendosi nella pratica alla sola a in finale di parola con tratto di uscita prolungato e quasi orizzontale e alla G “in forma di alambicco” (cfr. tav. 3 rr. 2 e 5: Giorno, Giambullari, ma si veda a r. 9 il medesimo nome con G nel disegno italico in forma di 6) perché sia possibile riferirle, in assenza di testimonianze dirette, a una coerente fase di istruzione primaria. A meno che non possa essere attribuito a G. il medesimo percorso per es. di Alamanni (compagno del G. nella frequentazione degli Orti Oricellari) o di Michelangelo (da G. conosciuto), per i quali il rinnegare l’educazione grafica primaria in mercantesca e l’aderire al sistema italico ebbe un chiaro significato di elevazione sociale, prima ancora che culturale. La situazione è arricchita dalla compresenza di grafemi che potrebbero rivelare, invece, una commistione di elementi cancellereschi: così è per es. l’accostamento della doppial per una sola delle quali (la prima) viene di norma eseguito l’occhiello (cfr. tav. 3 r. 2: quella), o la u/v (manca una distinzione funzionale alla pronuncia) nel tipico tracciato “inverso” (cfr. tav. 3 r. 11: una pruova). Mentre la partecipazione all’italica appare garantita nella testa di attacco degli occhielli sul rigo (un fatto che però, si ricordi, è già tardo-umanistico) riscontrabile in a e g (cfr. per es. tav. 1 r. 18: ingannare), della d (ivi, r. 4: dico) ed esteso perfino a quelle lettere che occhiello non hanno, ma sono costruite partendo da un analogo tratto, come avviene per la c (ivi, r. 8: occhio). La questione che pone la mescolanza di tratti grafici morfologicamente distinti, ma almeno in parte storicamente e geneticamente convergenti, è proprio relativa ai connotati della scrittura appresa durante le fasi di alfabetizzazione primaria: è lecito, detto in altri termini, pensare a un sistema grafico “indistinto” impiegato nelle scuole elementari per l’epoca in cui G. visse? Si tocca qui con mano il problema dell’origine dell’italica (sul quale cfr. J. Wardrop, The Script of Humanism. Some Aspects of Humanistic Script 1460-1560, Oxford, Clarendon Press, 1963, pp. 11-12) che però, in assenza di ulteriori riscontri sarà opportuno lasciare in sospeso. Al di là delle lettere ora poste in evidenza, tratti caratteristici nella mano di G. sono da individuarsi nella e eseguita in un solo tempo e tracciato sinuoso, con esiti che si riscontrano anche in altri fiorentini coevi (cfr. Cecchi; raro il disegno con occhiello chiuso, mentre nella tav. 6 compare una e in due tratti con elemento di chiusura dell’occhiello a volte proseguito a sinistra del corpo della lettera di foggia inaspettata nella costanza della scrittura del G.); nella g con occhiello inferiore spesso aperto; nella i lunga quando in posizione finale; nella q di aspetto maiuscolo, ma bassa sul rigo e con elegante e sinuosa coda; nella t la cui testa è eseguita in continuità col traverso (cfr. tav. 5 r. 4: et). Notevoli anche i legamenti non tanto per la foggia (anche se eleganti appaiono quelli di g conl, di i con l, dell’h semplificata con successiva vocale), quanto per l’inconsueta natura (per es. tav. 3 r. 12: importanza; tav. 2 r. 4: so) o per il coinvolgimento di più lettere (cfr. tav. 2 r. 4: il loro) anche con esiti di stravolgimento delle lettere (ivi: obietti). Cospicua la presenza di lettere maiuscole (tra le quali spicca la E a epsilon), impiegate senza un discrimine ortografico, mentre parco appare il sistema interpuntivo.
Bibliografia
Piscini 2000 = Angela P., Gelli Giovanbattista, in DBI, vol. liii pp. 12-18.
Censimento
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, II num. 72
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II, num. 6
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II, num. 7
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II, num. 8
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II, num. 9
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II, num. 10
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Palatini, Varchi II, num. 11
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VIII 49
- Parma, Biblioteca Palatina, Pal. 974/2
- Parma, Biblioteca Palatina, Pal. 1028/5,
Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)
Data ultima modifica: 8 gennaio 2026 | Cita questa scheda