Sannazaro, Iacopo

Napoli 1457–1530

Presentazione

L’apprendistato umanistico di Iacopo Sannazaro nella Napoli aragonese della seconda metà del Quattrocento si riflette anche nella formalizzazione della scrittura come strumento di lavoro intellettuale, a stretto contatto con un maestro insigne come Giovanni Pontano, e con antiquari ed epigrafisti come Pomponio Leto, fra Giocondo da Verona, Filippino Bononi. Dopo i pochi esempi di scrittura giovanile in schedari di lettura (Wien, ÖN, Lat. 9477: → 16) e in alcuni postillati (→ P 1, 2 e 3), la sua calligrafia si evolve soprattutto nella trascrizione in bella copia delle opere latine, tale da presentarle come veri e propri monumenti della lunga storia redazionale che precede il loro approdo alla stampa. I manoscritti autografi di testi sannazariani sono così un esempio luminoso di “autografia d’autore”, che ne rende riconoscibile ed affidabile dal punto di vista filologico la provenienza: un problema che Sannazaro sente drammaticamente per tutte le sue opere, coinvolte sempre in vicende di pubblicazione che sfuggono al controllo dell’autore (cfr. Vecce 2010).

La prima redazione dell’Arcadia, ancora incompiuta, si diffonde subito col titolo Libro pastorale nominato Arcadio, approdato a un’edizione non autorizzata a Venezia nel 1502; subito dopo, a Napoli (Mayr, marzo 1504), l’umanista Pietro Summonte pubblica la redazione definitiva sulla base di un manoscritto autografo («quello originale medesmo quale ho trovato di sua mano correttissimo», lo definisce Summonte nella lettera dedicatoria al cardinal Luigi d’Aragona), conservato presso il fratello di Iacopo, Marcantonio (il poeta era allora esule in Francia, e sarebbe tornato solo nel 1505). Dell’autografo dell’Arcadia si perdono in seguito le tracce, così come di quello delle rime in volgare, in parte dedicate all’amata Cassandra Marchese, e verrà utilizzato solo dopo la morte di Sannazaro per la prima edizione dei Sonetti e canzoni (Napoli, Sultzbach, novembre 1530).

Sopravvivono invece in larga misura gli autografi delle opere latine, innanzitutto di Elegiae, Epigrammata e frammenti di Eclogae piscatoriae (Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3361; Milano, BAm, Z 98 sup.; Wien, ÖN, Lat. 9477 e 9977: → 1, 7, 16, 17). Anche il De partu Virginis conobbe una scorretta edizione pirata della prima redazione del primo libro, ma pervenne in seguito alla stampa definitiva, corretta dall’autore (Napoli, Frezza, 1526): gli autografi (Firenze, BML, Ashb. 411, e Plut. 34 44: → 2 e 3) testimoniano il lungo processo correttorio del poema sacro, insieme ad alcune lettere ad Antonio Seripando (1521) e alle fedeli trascrizioni eseguite (forse proprio a casa di Sannazaro) dai fratelli Antonio e Girolamo Seripando e dall’umanista Decio Apranio (1523), nei codici Napoli, BNN, Vind. Lat. 59 e 60 (Vecce 1988: 161). È in questo stesso laboratorio filologico che si colloca la trascrizione in bella copia (da parte di un altro copista) della traduzione latina degli idilli di Teocrito, compiuta probabilmente da Sannazaro negli ultimi anni del Quattrocento sulla base dell’edizione aldina del 1496, e siglata dall’autore solo con l’indicazione autografa del nome e della data: «Iaco Sanazaro 25 ott. mdxxiii » (Napoli, BNN, XXII 87: → 9; cfr. Vecce 2007a).

In un’elegante scrittura calligrafica sono infine gli indici alfabetici e metrici di autori classici e umanistici (Wien, ÖN, Lat. 3503: → 14), databili alla seconda metà del primo decennio del Cinquecento, come anche le trascrizioni autografe dei testi classici scoperti negli anni 1502-1503, durante l’esilio francese (Wien, ÖN, Lat. 3261 e 9401*: → 13 e 15). In uno di quei manoscritti (Wien, ÖN, Lat. 277: → 12), insieme ad un frammento dell’antico codice carolingio scoperto in Francia, le trascrizioni non sono autografe, ma compiute da amici e collaboratori come Filippino Bononi (copista di Rutilio Namaziano nel 1502) e Summonte (copista di Grattio e Halieuticon dopo il 1505), e presentano comunque interventi autografi di Sannazaro (Vecce 1988).

L’alto grado di formalizzazione della scrittura di Summonte la rende in effetti molto simile a quella di Sannazaro, e questo spiega perché tra Cinque e Settecento si siano attribuiti a Sannazaro codici trascritti da Summonte, in particolare le copie del De prudentia del Pontano (London, BL, Add. 12027; Wien, ÖN, Lat. 3214). Un altro motivo dell’erronea attribuzione era probabilmente anche la comune origine dalla biblioteca di Sannazaro, che aveva raccolto, nei primi decenni del Cinquecento, testi e autografi dell’Umanesimo napoletano, e che purtroppo andò dispersa dopo la morte del poeta.

L’autografo delle rime volgari, come detto, fu utilizzato per l’edizione di Sonetti e canzoni, e forse andò perduto in tipografia. Il codice Vaticano delle poesie latine (→ 1) fu invece oggetto di attente cure filologiche da parte di Antonio e Girolamo Seripando e Onorato Fascitelli, fornendo la base testuale per la prima edizione complessiva dei Carmina (Venezia, Paolo Manuzio, 1535); rimasto a Napoli, sarebbe stato ritrovato dal letterato salentino Giovanni Battista Crispo, autore della prima ampia biografia di Sannazaro (Vita di Giacopo Sannazaro, Roma, Zanetti, 1593), e donato a Fulvio Orsini insieme ad altri due manoscritti creduti erroneamente autografi, il Vat. Lat. 3360, latore del De partu, e il Vat. Lat. 3202, che contiene l’Arcadia (vd. Vecce 1988: 161).

I testi classici scoperti in Francia (custoditi gelosamente da Sannazaro, e parzialmente conosciuti negli anni precedenti solo da Aldo Manuzio, Erasmo da Rotterdam, Lazzaro Bonamico) furono trascritti da un giovane umanista tedesco di passaggio a Napoli, Johann Albrecht Widmannstetter (Johannes Lucretius Oesiander), e trasmessi all’umanista slesiano Georg von Logau, che ne approntò l’editio princeps (Poetae latini nunc primum in lucem editi, Venezia, Paolo Manuzio, 1534). Il Widmannstetter aveva operato nella cerchia di Bernardino e Coriolano Martirano, e tra i libri di quest’ultimo ritrovò ancora gli autografi di Sannazaro nel 1562-1563 il bibliofilo ungherese Giovanni Sambuco (Ján Zsamboky), portandoli a Vienna insieme ad altri manoscritti di umanisti meridionali (Vecce 1988, 1998, 2010).

Altri libri e autografi sannazariani erano invece confluiti nella biblioteca di Berardino Rota, e da lì in quella del convento teatino dei Santi Apostoli di Napoli: i codici Laurenziani del De partu; la copia autografa degli inni a San Nazaro, inviata in dono al cardinal Federigo Borromeo da Antonio Caracciolo nel 1630 (Milano, BAm, Z 98 sup.: → 7); e il Teocrito napoletano, non autografo, ma creduto tale nei cataloghi antichi dei Santi Apostoli (Napoli, BNN, XXII 87: → 9; sul quale cfr. Vecce 2000).

Infine, le lettere autografe, vergate nella stessa scrittura calligrafica solenne usata per i Carmina o i testi antichi, segno dell’importanza attribuita dall’umanista a qualunque tipo di materiale fosse destinato a una forma di circolazione, se pur ristretta alla cerchia più intima degli amici e dei collaboratori, devono aver conosciuto anch’esse un’impietosa dispersione, se in pratica ne sopravvive in originale solo una minima parte indirizzata ad un unico corrispondente: l’umanista Antonio Seripando, allievo di Francesco Pucci e segretario del cardinal Luigi d’Aragona, erede della straordinaria biblioteca di Aulo Giano Parrasio confluita poi nel convento agostiniano di San Giovanni a Carbonara. Si tratta di ben 54 pezzi, datati dal 27 giugno 1517 al 15 aprile 1521 (con una interruzione dal febbraio 1519 al marzo 1521, dovuta al ritorno del Seripando a Napoli dopo la morte del cardinal d’Aragona). Conservati a San Giovanni a Carbonara, furono dispersi nel Settecento, passando attraverso diversi collezionisti. Il gruppo più consistente arrivò al British Museum nel 1841 tramite il bibliofilo inglese Samuel Butler (London, BL, Add. 12058: → 4). Altri undici sono oggi a New York, provenienti dalla vendita (1968) della biblioteca di Sir Thomas Phillipps, e prima da quella di Lord Henry Richard Fox Holland (1773-1840), che a sua volta aveva acquistato le lettere a Madrid nel 1803 da don Ysidoro del Olmo (New York, MorL, MA 2639: → 11). Infine la lettera all’Archivio di Stato di Napoli fu donata da Tammaro De Marinis, che la rinvenne nel 1955 a Parigi dal libraio Carlo Alberto Chiesa (Napoli, ASNa, Museo, A 25 II/I: → 8).

Vi si aggiungono solo tre autografi ad altri corrispondenti: a Parrasio (insieme alle lettere a Seripando nel codice londinese), a Mario Equicola e al marchese di Mantova Federico II Gonzaga (Mantova, ASMn, Archivio Gonzaga, E XXIV 3, 809, num. 243, e Autografi, 8 209: → 5 e 6); una lettera in copia manoscritta del Seicento a Camillo Caracciolo (Napoli, Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, XXII B 6, cc. 43r-44r), e undici lettere apparse nelle edizioni a stampa del suo epistolario: una ad Antonio Agnello e a Bernardo Dovizi da Bibbiena, tre a Marcantonio Michiel, sei al Bembo. Da parte sua, Sannazaro conservò le lettere autografe dei corrispondenti più cari: l’umanista spagnolo Giovanni Pardo, il medico nolano Ambrogio Leone, il poeta veronese Giovanni Cotta, Pietro Bembo (la sua prima lettera, inviatagli insieme ad una copia degli Asolani, nel 1505), Vittore Falconio, e una singolare epistola latina dell’abate dalmata Ludovico Cervario Tuberone (1526), indirizzata a Cassandra Marchese e ispirata dalla notizia (falsa) della morte del poeta (Wien, ÖN, Lat. 9737e).

Ai pochi postillati superstiti si deve aggiungere la notizia di una copia delle Vite de’ Pontefici et imperadori romani attribuite a Petrarca (Firenze, San Iacopo di Ripoli, 1478), conservata nel Seicento nel museo del convento di Santa Caterina a Formello a Napoli, con la sottoscrizione « Sum Iacobi Sanazari, qui ad tantam musam comparatus fatetur se non esse poetam» (forse identificabile con l’esemplare attualmente a Napoli, BNN, S Q XI G 20, privato però dell’ultimo foglio e quindi della nota autografa: vd. Vecce 1998: 52; Vecce 2000: 303). Sembra invece da escludere il possesso sannazariano di un manoscritto del Bucolicum carmen di Petrarca e delle egloghe di Dante e Giovanni del Virgilio (Napoli, BGir, C F 1-16, olim X 16), privo di interventi autografi (Vecce 1988: 160), ma comunque testimonianza interessante della silloge bucolica latina nella Napoli del secondo Quattrocento.



Bibliografia
Vecce 1988 = Carlo V., Iacopo Sannazaro in Francia. Scoperte di codici all’inizio del XVI secolo, Padova, Antenore.
Vecce 1998 = Id., Gli zibaldoni di Iacopo Sannazaro, Messina, Sicania.
Vecce 2000 = Id., « In Actii Sinceri bibliotheca »: appunti sui libri di Sannazaro, in Studi vari di lingua e letteratura italiana in onore di Giuseppe Velli, Milano, Cisalpino-Ist. Editoriale Universitario, pp. 301-10.
Vecce 2007a = Id., Un codice di Teocrito posseduto da Sannazaro, in L’antiche e le moderne carte. Studi in memoria di Giuseppe Billanovich, a cura di Antonio Manfredi e Carla Maria Monti, Roma-Padova, Antenore, pp. 597-616.
Vecce 2010 = Id., Scrittura, creazione, lavoro intellettuale tra Quattro e Cinquecento, in « Di mano propria ». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlí, 24-27 novembre 2008, a cura di Guido Baldassarri, Matteo Motolese, Paolo Procaccioli, Emilio Russo, Roma, Salerno Editrice, pp. 211-39.

Nota paleografica

Per la complessa figura di I.S., importante anche come copista, si è in possesso dell’articolata e dettagliata analisi di Carlo Vecce (rimandiamo senz’altro a Vecce 1998: 22-45, 61-135, e Vecce 2010: 217-25), analisi che sembra opportuno sunteggiare in questa sede. La scrittura giovanile è testimoniata da alcune pagine del ms. viennese Lat. 9477 (Vecce 2010: 219) nella quale Vecce distingue «tre diversi momenti di compilazione, che corrispondono a tre strati grafici relativamente diversi». Il primo strato è caratterizzato da «una scrittura minuta e ordinata […] più vicina all’umanistica libraria e con un sistema di legature che rinvia all’uso contemporaneo dei manoscritti epigrafici e della scuola di Ciriaco d’Ancona e di Pomponio Leto». La seconda scrittura è «più corsivizzante, veloce, irregolare, con maggiore frequenza di legature ed abbreviazioni […]. Tra i caratteri più rilevanti, la comparsa di una d cancelleresca in alternanza con la forma dritta, e le forme corsive della s e della g. L’uso pomponiano resta evidente in caratteri come la g (talvolta di tipo onciale in corpo di parola), e la e maiuscola» (ivi, p. 220). Con la terza si torna «alle caratteristiche calligrafiche della prima scrittura, ora anche accentuate, con la scomparsa degli elementi cancellereschi della fase precedente (d, s) e della g pomponiana, mentre si diffonde l’uso di terminare l’asta discendente con un breve tratto orizzontale verso sinistra». Se all’epoca del Repertorium i modelli sono dunque quelli pomponiani, «la calligrafia della maturità si collega all’influenza di umanisti contemporanei esperti di calligrafia». Tra questi, in particolare, Giocondo da Verona. Proprio la scrittura «chiara e monumentale » di costui è « il modello principale assunto da Sannazaro» nel primo decennio del Cinquecento (ivi, p. 222). Anche «le lettere autografe, [risultano] vergate nella stessa scrittura calligrafica solenne usata per gli autografi dei Carmina o dei testi antichi» (ivi, p. 223).

Imprescindibile punto di partenza, nella valutazione dell’attività di copista del letterato napoletano, è proprio l’ambito di formazione partenopeo: «quello della Napoli aragonese della seconda metà del Quattrocento » è, infatti, nelle parole di Vecce, « Un milieu umanistico che tende a un’evidente formalizzazione della scrittura come strumento di lavoro intellettuale» (Vecce 2010: 217). Fu in quell’ambiente, animato dalla figura di Gioviano Pontano, amanuense dalle originali soluzioni stilistiche e non immune dalle suggestioni culturali che provenivano da Roma e in particolare dal circolo di Pomponio Leto (ivi, p. 218), che S. deve avere sviluppato un’acuta sensibilità verso il fatto grafico, tanto acuta da spingersi fino ai limiti dell’abilità professionale. Se si guarda agli esempi datati o databili della sua scrittura (tutti confinati nei primi due decenni del Cinquecento), appare evidente l’assunzione cosciente di un (elevato) modello umanistico corsivo interpretato con tratti di spiccata originalità. Così, se appartiene all’exemplar il modulo, l’inclinazione, il disegno della maggior parte delle lettere, spunti moderni si colgono, nelle prove più antiche (cfr. tavv. 6 e 4), nel legamento dissimilato della doppia s (ß), nell’et in legamento eseguito dal basso (&), nella costante aggiunta di piedi alla terminazione dei traversi discendenti sotto il rigo, nell’attacco raddoppiato delle aste ascendenti (con un effetto di ispessimento che verrà assunto come tipico della più tarda italica) e, forse, nella g (il cui occhiello inferiore appare dapprima di ispirazione italica, poi, già nel 1517 più spiccatamente umanistico); sembrano dipendere da incertezza nell’interpretazione del modello esecuzioni meno costanti come il tratto superiore ondulato della s allungata, il medesimo occhiello della g quando scollegato dal corpo della lettera. Appaiono invece proprie del S., e tali che si conserveranno nel corso degli anni e nei diversi contesti di scrittura (epistolari, di copia semplice, di copia a buono), la a scritta a partire dall’occhiello (a volte con piccola testa di attacco) e con schiena prominente; il legamento ct con tratto di collegamento rettificato e, soprattutto, con la t terminata sul rigo da un piede e non, come per il simile legamento st, da una volta; il corpo della p aperto a sinistra (cfr. per es. tav. 6 r. 9: postremaque; tav. 4 r. 10: risposta e r. 12: parea; tav. 1 r. 3: pulcher; tav. 2 r. 4: tempus; tav. 3 r. 15: Olympi; tav. 5 r. 9: patriumque). Già con le raccolte di opere latine contenute nel Vat. Lat. 3361 e nell’inno a san Nazaro ambrosiano (tavv. 1 e 5), attribuibili al secondo decennio del XVI secolo, si nota una decisa svolta verso atteggiamenti più consoni al canone umanistico nella verticalizzazione delle lettere; nella conservazione dei dittonghi; nella g, il cui occhiello inferiore appare ora collegato a quello superiore da un tratto verticale (proprio il trattamento riservato a questa lettera sembra giustificativo di una diversa collocazione cronologica, progredendo verso un disegno disarmonico con la parte inferiore progressivamente più separata e schiacciata); nel legamento sp ottenuto attraverso l’unione del traverso della seconda lettera con il secondo tratto della prima (e non tra questo e occhiello come negli ess. più eleganti di italica). Nella produzione attribuita agli anni ’20 del secolo (tavv. 2 e 3) si colgono atteggiamenti professionistici nell’adozione di colori diversi per parti significative del testo (il rosa per il colophon nel Laurenziano) o il marcato accostamento delle curve contrapposte nella copia Ashburnam del De partu virginis. Particolarmente rivelatrice di collegamenti con la migliore cultura antiquaria del tempo è, infine, la scrittura d’apparato di modello squisitamente epigrafico e con attento studio nella disposizione degli apici e dei tratti di coronamento delle lettere. Ricco l’apparato paragrafemico: per le pause la virgola, il punto, la positura; il segno di accapo; l’accento (adibito anche come segno di troncamento).



Bibliografia
Vecce 1998 = Carlo V., Gli zibaldoni di Iacopo Sannazaro, Messina, Sicania.
Vecce 2010 = Id., Scrittura, creazione, lavoro intellettuale tra Quattro e Cinquecento, in «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlí, 24-27 novembre 2008, a cura di Guido Baldassarri, Matteo Motolese, Paolo Procaccioli, Emilio Russo, Roma, Salerno Editrice, pp. 211-39.

Censimento

  1. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3361
  2. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 411 (343)
  3. Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 34 44
  4. London, The British Library, Add. 12058
  5. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, Autografi, 8 209
  6. Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, E XXIV 3, 809, num. 243
  7. Milano, Biblioteca Ambrosiana, Z 98 sup.
  8. Napoli, Archivio di Stato, Sezione «Museo», A 25 II I
  9. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», Vind. Lat. 61 (olim 5559)
  10. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», XXII 87
  11. New York, Pierpont Morgan Library, MA 2639
  12. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Lat. 277
  13. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Lat. 3261
  14. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Lat. 3503
  15. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Lat. 9401*
  16. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Lat. 9477
  17. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Lat. 9977
  1. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», S.Q. IX B 50
  2. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», S.Q. X D 8
  3. Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», S.Q. X D 26

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda