Ariosto, Ludovico
Reggio Emilia 1474–Ferrara 1533
Presentazione
La prima considerazione generale che si impone osservando dall’alto i documenti autografi ariosteschi riguarda i luoghi in cui si sono conservati: tutti in sostanza padano-emiliani, con l’eccezione di poche lettere fiorentine e di qualche pezzo disperso. È un segnale del fortissimo radicamento locale, specificamente ferrarese, premessa e condizione della fortuna non solo documentaria di un grande scrittore dell’Europa moderna. Il triangolo Ferrara-Mantova-Modena circoscrive una delle aree a piú alta densità artistica e culturale del Rinascimento e della sua fortuna storica e libraria successiva. Sempre dall’alto, si rilevano immediatamente alcune accusate sproporzioni: la prima tra i materiali relativi a negozi privati o di cancelleria e materiali letterari, preziosi ma di consistenza ridotta; ancora, all’interno dei primi, quella tra la documentazione relativa al periodo in Garfagnana – dove Ariosto fu commissario estense per poco piú di tre anni a partire dal febbraio 1522 (restano 64 lettere autografe; e si tenga conto che 157 delle 214 complessivamente note sono datate dalla Garfagnana) – o agli ultimissimi anni (17 lettere, piú 6 a nome d’altri, tra 1531 e 1532), e i pochi pezzi utili a ricostruire la prima fase di attività fino al 1520 (21 a nome proprio, 6 a nome d’altri), per non dire del periodo tra settembre 1524 e gennaio 1531, per il quale risulta una sola lettera; e infine la sproporzione tra le lettere di negozi (la quasi totalità) e le pochissime che riguardano le vicende, se non propriamente letterarie e culturali, quanto meno editoriali: una manciata di missive in cui, magari a nome di altri, chiede favori fiscali e privilegi di stampa, e che alla fine sempre di negozi trattano, come del resto fanno anche i “biglietti” di accompagnamento di esemplari a stampa del poema o di altre opere inviati a signori e papi. La rilevanza biografica dell’attività di Ariosto “cancelliere” risulta con evidenza dal numero significativo di lettere scritte a nome di altri, si tratti del cardinale Ippolito (→ 26, 32eee, 32ggg e 32iii) o della donna amata Alessandra Benucci vedova Strozzi (→ 5h-m), con un elemento isolato del 1505 in relazione a Alberto d’Este (→ 25), già segnalato da Stella e che parrebbe da confermare, con il suggerimento di qualche approfondimento.
I principali nuclei di conservazione sono due: l’Archivio estense, oggi a Modena, per i documenti di cancelleria (decimati e in parte rovinati da almeno un incendio); e il lascito famigliare, dopo una breve circolazione approdato già nel Settecento alla biblioteca pubblica di Ferrara (oggi « Ariostea »),1 per quelli letterari. Al primo insieme si aggiungono quelli gregari di Mantova (piú interessante e personale, → 25-28) e di Firenze (→ 8-18, quasi tutto relativo ai negozi garfagnini; mentre delle molte lettere spedite a Lucca nello stesso periodo restano solo 91 copie in registri ufficiali). Ciò che oggi sta altrove vi è arrivato in seguito a dispersioni (→ 35) o sottrazioni avviatesi già anticamente e proseguite sino a tempi abbastanza recenti (→ 23 a inizio Ottocento; → 30, 33, e forse 34a-b nella prima metà di quel secolo; → Deperdita 5 negli anni Cinquanta-Sessanta; → 36 nel 1870; in date imprecisate 20, 24, e Deperdita 6), mentre i pezzi noti ma oggi non accessibili sono pochi (→ Deperdita). Materiali di cui si è avuta notizia indiretta e che nessuno sembra aver visto sono alcune carte originali presenti a Castelnuovo Garfagnana sino a inizio Ottocento (Sforza 1926: 10). Va segnalato che alcune altre dispersioni sono apparentemente connesse alla pubblicazione di singoli documenti (→ Deperdita 5-6).
I materiali relativi al Furioso di cui disponiamo sono una piccola parte di quelli complessivamente prodotti dal poeta: è sempre con un tuffo al cuore che si rilegge la lettera a Francesco Gonzaga del 14 luglio 1512 (→ 28a) in cui Ariosto, per schermirsi dalla richiesta del signore, cosí si riferisce all’originale in lavorazione del primo Furioso: « Ma, oltra ch’el libro non sia limato né fornito anchora, come quello che è grande et ha bisogno de grande opera, è anchora scritto per modo, con infinite chiose e liture, e trasportato di qua e de là, che fôra impossibile che altro che io lo legessi ». Di questo manufatto pare che ancora nel Settecento si conservasse almeno una carta (comprensiva dell’ottava 142 del canto xviii), vista a Venezia da Saverio Bettinelli, che ne parla nel suo Risorgimento d’Italia, 1775 (Debenedetti in Ariosto 1937: xiii-xiv), e della quale era giunta notizia anche al Barotti (in Ariosto 1765-1766: i lx), che non riuscí però a recuperarla. Sarà esistita almeno una copia dell’edizione del 1516 riveduta dall’autore in vista di quella successiva; mentre che ne sia esistita una dell’edizione del 1521 in vista dell’ultima è certo, e i consistenti interventi di Ariosto che vi comparivano erano tali da motivare una delle prime e piú significative illustrazioni di “come lavorava l’Ariosto”. La si deve a Giovan Battista Pigna, critico e cortigiano di spicco a Ferrara, che si riconosce debitore a Virginio in quanto gli forní « il penultimo libro su che […] suo padre in piú modi nelle margini varie cose mutò e rimutò » (Pigna 1554: 65), « In cui ove stampa non era e di sopra e di sotto, e dalle bande e tra mezzo mutati furono da lui hora versi intieri, hora una parte, hora tutta una stanza, hora un pezzo. E bene spesso dopo uno o due racconciamenti d’una cosa medesima ne segue un altro. E quantunque l’ultime correttioni ch’egli piú approva da esso publicate fossero, nondimeno il conferire quelle ch’egli non accettò con quelle che poscia gli piacquero agevolmente farà conoscere perché le cose che paiono di conto non siano da essere stimate, e le pregiate perché in effetto sieno degne di pregio » (ivi, p. 123). La copia di lavoro era perciò nella disponibilità di Pigna, anche se è probabile che fosse poi recuperata dalla famiglia. Lo stesso Pigna, anche nelle dense pagine biografiche, testimonia la precocità del culto locale: che infatti inizia presto ad attirare visitatori a Ferrara, dal piccolo Simon Fòrnari, uno dei primi interpreti del poema, al grande Montaigne, e poi giú fino all’Alfieri che il « 18 giugno 1783 » lasciò una memoria autografa in calce ai Frammenti del Furioso (« Vittorio Alfieri vide e venerò »: → 2).
La conservazione della memoria e delle carte fu condivisa da una cerchia famigliare allargata, che incluse ad esempio Agostino Mosti (1505-1584), imparentato con gli Ariosto e possessore del codice delle Satire (→ 3) e di altri materiali che ricevette da Virginio. Il che non impedí dispersioni, come accadde alle ottave “della Storia d’Italia” (pensate per il canto xxxii e poi abbandonate) e a un frammento dell’episodio della Rocca di Tristano (per lo stesso episodio del poema), dallo stesso Mosti donati a un Cornelio Pigna pure ferrarese, e oggi fruibili solo indirettamente attraverso la copia nell’Ambrosiano H 55 (olim H 66) inf., allestita per Gian Vincenzo Pinelli quando gli originali erano presso quel Pigna. Materiali importanti ma a quanto pare non autografi erano conservati presso la famiglia materna dei Malaguzzi a Reggio Emilia, e se ne poté servire il Barotti (per le Satire, in Ariosto 1765-1766: vi 219, parla di una « copia antica », anche se con varianti non disponibili altrove, e cosí per il Negromante, accompagnato da una lettera a Leone X non altrimenti nota). Emblematico della gestione del lascito del poeta da parte dei discendenti è il dono del foglio del Furioso oggi a Napoli (→ 35) al teatino Lodovico Antinori, giunto a Ferrara nel 1640 per predicarvi la Quaresima.
Dubbiosi o decisamente renitenti furono invece per lo piú gli antichi (Lodovico Dolce in Ariosto 1568: *4r, e Giovan Battista Giraldi Cinzio nel 1563, vd. Giraldi Cinthio 2002: 132-33, 140-41, 198) e sono i moderni (Segre in Ariosto 1960: 1693, e Morini 1979, meglio attrezzati, contro Antonio Panizzi in Ariosto 1834: passim, e Salza 1914: 241 sgg.; si veda Pignatti 2012, con bibl.) circa la fondatezza della testimonianza di Girolamo Ruscelli sui materiali che avrebbe visto a Reggio nel 1543 presso Galasso fratello del poeta: « molti quaderni di carta scritti, parte di mano di esso m. Lodovico, come egli [i.e. Galasso] me la dichiarò, e parte d’altre diverse mani. E questi erano quei fogli, o quaderni, ov’egli veniva scrivendo e componendo quel libro suo. E vi erano delle stanze e de’ versi molto cassati, e postillati per sopra e ne i margini » (Ruscelli 1556: d1r). Non tanto in relazione ai manoscritti, di cui poco si può dire (al canto xlvi sarebbero seguiti i Cinque canti come xlviii-lii), quanto soprattutto per quello che viene descritto come « un Furioso degli ultimi stampati in Ferrara », di ampi margini e « per tutto notato e postillato di mano dell’autore stesso », che (per dichiarazione di Galasso confermata dalla valutazione personale di Ruscelli) avrebbe testimoniato l’intenzione di Ludovico di « ristampare ultimamente cosí tutto ricorretto, e migliorato da lui medesimo », il poema: da qui Ruscelli afferma di aver tratto numerose notizie di correzioni, illustrate (ma non sempre accolte) nella sua edizione Ariosto 1556, con lezioni che fanno appunto dubitare i filologi della genuinità della notizia.
Il vanto di rifarsi a un autografo compariva invece sul frontespizio delle Satire (appunto tratte dall’originale di mano dell’autore) uscite per Giolito nel 1550, che effettivamente poté giovarsi del ms. ferrarese (→ 3) attraverso una copia, la cui lezione fu come di consueto adeguata alle esigenze editoriali. Tambara, curatore di Ariosto 1903 (edizione peraltro meritevole), arrivò addirittura a pensare (pp. 43 e sgg., e in partic. p. 64) che ai revisori giolitini andasse attribuita una serie di correzioni in inchiostro grigio, piú strettamente linguistiche, che appaiono sui margini di F, nelle quali gli studi successivi hanno potuto riconoscere invece la mano dell’autore.
Le due epoche decisive per la trasmissione fino a noi dei documenti originali e per la loro valorizzazione e salvaguardia (e, inevitabilmente, anche per una loro parziale scomparsa) sono però il secolo XVIII e il successivo. Nel 1747 si estingue con Claudio la famiglia Ariosto, e i Frammenti autografi del Furioso, tramite il collezionista Giuseppe De Carli, alla morte di questo nel 1758, pervengono alla Biblioteca Civica, di fresca istituzione (1753), con minime dispersioni: il settimo e ultimo fascicolo, recuperato da Giovanni Andrea Barotti, è unito al resto nel 1769; il foglio entrato per un breve periodo nella collezione di Giberto Borromeo (30b, dal 1885 all’Ambrosiana); e le carte napoletane (→ 35, un altro foglio, cui si aggiunge una carta con le quindici ottave dello Scudo della regina Elisa) di cui si è detto. Si è già accennato a un foglio della prima elaborazione ante 1516 relativo all’ottava 142 del canto xviii, circolante nel Settecento e poi scomparso. Il manoscritto delle Satire, come si è visto già nella disponibilità di Mosti, giunse – smembrato in due parti di identica ma non positivamente accertabile provenienza intermedia – nelle mani di Girolamo Baruffaldi sr. (1675-1755) e del benemerito Barotti, i quali nel 1749 si accordarono perché il piú giovane ricomponesse presso di sé i due spezzoni. La predominante passione ariostesca portò ancora il Barotti a individuare un nutrito gruppo di lettere originali (→ 5) nell’archivio ferrarese di Guido Bentivoglio, dove erano pervenute con un’eredità Strozzi (e dove potevano trovarsi dunque altri materiali ariosteschi): dopo averle pubblicate ed esserne successivamente entrato in possesso, l’erudito le donò insieme alle Satire e al fascicolo dei Frammenti a quella stessa Biblioteca cittadina cui sovraintese, non riuscendo a evitare una minima perdita (→ Deperdita 3-4).
La corrusca rievocazione di Ariosto nel finale della Cantica in morte di Lorenzo Mascheroni di Monti (1802) addita i meriti del culto locale (« chi da’ marmi bui / suscitò l’ombra tua? – Concittadino / amor »), lo stesso che muove il biografo G. Baruffaldi jr. (1807). Queste e altre premesse – tra cui il primo recupero del codice ferrarese delle Satire in Ariosto 1824, e le celebrazioni centenarie del 1833 – portano, attorno a metà secolo, a una ricerca spasmodica delle lettere originali, resa possibile dai nuovi assetti istituzionali e dall’accessibilità dei fondi archivistici nel contesto dello stato unitario: primo fra tutti l’Archivio palatino estense di Modena, completamente inesplorato. In sinergia con numerosi contributi sparsi (Arco 1845, Mortara in Ariosto 1852, Braghirolli 1856, che peraltro pubblicò come inedite lettere già fatte conoscere da altri, Campori 1860, 1866 e 1871, Cibrario 1861, Fondora 1862, Milanesi 1863, ecc.), è soprattutto il modenese Antonio Cappelli (1863, 1864, 1867a-b, 1875) che attraverso successive edizioni (in particolare Ariosto 1862 e 1866) arriva a raccogliere in Ariosto 1887 la quasi totalità delle lettere ariostesche note a tutt’oggi.
Le celebrazioni del quarto centenario della nascita suscitano finalmente un’attenzione per le varianti del Furioso (Ariosto 1875-1876 e Ariosto 1876, che ristampa A, raccoglie le varianti di B e segnala tutte le differenze strutturali di C) e per gli autografi letterari, fino ad allora molto trascurati. Ciò avvenne in particolare grazie agli appassionati interventi di Giosue Carducci, a partire dal tuttora ammirevole Carducci 1874-1876, e al suo ruolo di promotore delle celebrazioni (Agnelli in Ariosto 1904: 10, ricorda anche l’auspicio di una ristampa in facsimile dei Frammenti del poema da lui espressa; sulle copie che Carducci trasse dalle carte del Furioso e da quelle dei carmi, e sulle modalità di trascrizione ispirate a quelle già di Ubaldini, vd. Casari 2018). Nel 1875 vede la luce la riproduzione litografica del manoscritto delle Satire (Ariosto 1875), che Prospero Viani, nella presentazione, mostra di ritenere interamente autografo, come del resto già molti prima di lui a partire da Baruffaldi e Barotti (vd. Agnelli in Ariosto 1904: 7). È questo il precedente necessario dell’edizione Tambara (Ariosto 1903), a cui segue una fitta discussione sull’autografia e sulla affidabilità o meno delle correzioni al testo base: se Tambara (indirizzato da Francesco Flamini) sancisce la non autografia di quest’ultimo, non riconosce però, come si è detto, la mano dell’autore nella gran parte degli interventi successivi. Saranno in particolare i contributi quasi contemporanei di Carlo Bertani (1926) e di Michele Catalano (1925b) a inquadrare correttamente la situazione del ms. F, poi confermata da Santorre Debenedetti (1944-1946) e oggi implicitamente ricostruita dall’apparato dell’edizione Segre per l’ed. Ariosto 1987, che richiede però alcune rettifiche nella puntuale attribuzione delle responsabilità (per cui vd. Albonico 2017 e 2019).
Un’analoga trafila di fortuna editoriale e critica è quella attivata dalla monumentale riproduzione litografica dei Frammenti autografi dell’Orlando furioso curata da Giuseppe Agnelli (Ariosto 1904, a celebrazione del 150° della Biblioteca ferrarese), premessa necessaria all’edizione critica tentata da Giuseppe Lisio (un saggio dei primi due canti in Ariosto 1909, e vd. Segre in Ariosto 2010: vi, per l’impianto comprensivo delle varianti dei Frammenti), e forse non troppo indirettamente anche a quella vittoriosa di Santorre Debenedetti (Ariosto 1937), che muoveva però da un piú largo interesse filologico per le opere di Ariosto (concretizzatosi fra l’altro nell’edizione Laterza del poema nel 1928) e dimostrava una eccezionale capacità di ricostruzione codicologica, nonché di decifrazione e di resa editoriale delle minime increspature dell’originale. La piena e pacifica autografia, al contrario che per le Satire, non lasciava aperte questioni attributive (se non per dettagli delle numerazioni, su cui vd. Agnelli in Ariosto 1904, Fahy 1989, Orlandi 2001). La ricchezza letteraria e storico-filologica dei documenti, in piena epoca crociana, suscitò d’altra parte scarsissime attenzioni, e la recensione di Gianfranco Contini (1937) all’edizione Debenedetti, recensione che di lí a poco diventerà ben piú conosciuta dell’edizione, invece che stimolato sembra aver spento l’interesse per quanto poteva emergere da quelle carte, dal grande studioso interpretate in modo innovativo ma molto parziale: prendendo in considerazione una fase soltanto del percorso elaborativo, e in chiusura del pezzo limitandone la potenzialità critica a un ambito di stretta osservanza crociana. Non si deve dimenticare che nel 1900 era uscita l’indagine di Maria Diaz (oggi forse sottovalutata), con la quale le varianti delle tre edizioni, variamente delibate a partire dal Cinquecento e poco prima raccolte da Crescentino Giannini (Ariosto 1875-1876 e 1876), entravano in un quadro critico moderno. Contemporaneamente a quella di Lisio, interrotta dalla sua morte nel 1912, tra 1909 e 1913 usciva l’edizione a cura di Filippo Ermini per la Società filologica romana (Ariosto 1909-1913), che propone separatamente le tre edizioni originali.
L’intervento continiano intendeva forse marcare la distanza tra un punto di vista criticamente alto, che trascende il documento in sé, e l’interesse cronachistico-esornativo e locale ancora prevalente nella letteratura critica attorno al centenario del 1933: dopo Carducci 1874-1876, indirizzato « All’inclita città di Ferrara festeggiante il iv centenario ariosteo », la Vita di Catalano 1930-1931, fu dedicata « Alle città di Ferrara e Reggio Emilia », e la bibliografia di Agnelli-Ravegnani 1933, « Alla città di Ferrara nel iv centenario della morte del suo poeta », sempre in pagine solennemente epigrafiche; mentre L’ottava d’oro 1933 rifletteva la propulsione conferita dal gerarca ferrarese Italo Balbo alle iniziative per l’anniversario (tra le quali, da maggio a ottobre, la famosa Esposizione della pittura ferrarese del Rinascimento). Al di là degli intenti, lo scarso radicamento filologico della lezione continiana si misura dal fatto che negli studi ariosteschi del Novecento, esauritasi la spinta della scuola storica e carducciana, sui Frammenti autografi è sceso il silenzio (tra le pochissime eccezioni Carrara 1940, Medici 1981; mai se ne è occupato uno specialista come Segre; le prime vere novità sono ora in Campeggiani 2017).
Se si considerano perciò le scritture non epistolari, il manoscritto delle Satire e i Frammenti si pongono, probabilmente in successione, nella seconda metà e fine degli anni Venti, con i Frammenti forse affacciati, almeno in parte, sul decennio successivo (la filigrana con bilancia, meno frequente, per cui vd. Debenedetti in Ariosto 1937: xv, trova riscontro fra l’altro in una lettera del 29 marzo 1532: → 5b): l’incertezza è dovuta al fatto che mancano elementi per datazioni positive e assolute, e le valutazioni degli studiosi moderni si sono fondate quasi esclusivamente su un’analisi comparativa dello stadio evolutivo della lingua dei testi, con l’ed. C del 1532 che funge da termine finale di confronto. Ai manoscritti in volgare si aggiungono alcuni problematici fogli latini (→ 4), valorizzati da Carducci (1874-1876), e poi illustrati da Pesenti (1924), Catalano (1925b) e Bertoni (1933), in gran parte giovanili e distribuiti su un arco cronologico abbastanza ristretto, che solo in parte è possibile riassemblare secondo un’originaria continui tà codicologica. Tra questi estremi, nulla (o quasi: si veda ora → 21). O meglio, due libretti vergati dalla mano di Ariosto che raccolgono scritture pratiche, uno relativo all’amministrazione e alla conduzione del bestiame tramite contratti di soccida per gli anni tra il 1518 e il 1521 (il Conto dei contadini, → 6, che reca anche annotazioni di Gabriele fino al 1524, mentre Ludovico era assente da Ferrara), e l’altro con la contabilità del governatore estense in Garfagnana alle prese con il reclutamento e il pagamento periodico di uomini d’arme per le necessità sue e del territorio (il cosiddetto Conto de’ balestreri, → 32a). Oltre a questi registri, ci restano copie di testamenti (→ 7a, non datato) o altri documenti legati a eredità (→ 7b, del 1504; → 20b, del 1522; → 1, semplici sottoscrizioni del 1527-1529). Unici sopravvissuti di un insieme che sarà stato consistente, e che ci dicono molto della vita dell’uomo e delle occupazioni e scritture che in larghissima parte la riempirono (eredità, dare e avere, partite doppie, nascite e morti di capi di bestiame), all’apparenza lontanissime da quelle del poeta felicissimamente fantasioso. Scrivano, oltre che cavallaro, non solo in delicate missioni diplomatiche per conto dei signori, ma anche nella continua amministrazione dei beni di famiglia e propri, oppure per conto della donna amata, cui piaceva scherzare sul ruolo del suo uomo (« mio cancellero »), che affettuosamente ne riduceva la statura a una dimensione domestica e in buona misura antifrastica a quella creativa, di lí a poco universalmente riconosciuta.
Oltre ai casi già menzionati di dispersioni, e alle perdite in conseguenza di un incendio dell’archivio modenese, restano da ricordare i materiali conservati un tempo a Castelnuovo Garfagnana trafugati a piú riprese in epoca napoleonica (Sforza 1926: 10, che fu direttore dell’Archivio di Stato di Massa, ricorda che « Il primo a stendervi gli artigli fu il lucchese Vincenzo Cotenna, Vice Prefetto della Garfagnana al tempo de’ Napoleonidi », che ebbe per nipote Guglielmo Libri, e « il figlio di un tal Vincenzo Mignani Consultore di Governo »).
Meriterebbe poi uno studio apposito la raccolta di documenti originali – tutti o in parte provenienti da carte della famiglia Ariosto ma in nulla riguardanti Ludovico o i congiunti stretti (i materiali di qualche interesse sono conservati all’Ariostea, nel ms. Cl. I 153) – che ha avuto lunga circolazione sul mercato, tra collezionisti e antiquari, nel tentativo di ingannare eventuali acquirenti con il miraggio di carte autografe del poeta, tentativo riuscito grazie alla confezione di veri e propri falsi o a presentazioni ingannevoli. Una consistente porzione di tali documenti, in tempi purtroppo molto recenti, è stata acquisita dalla Biblioteca Estense e Universitaria di Modena (vendita perfezionata dalla ditta di Antiquariato W. Toscanini & c., Milano, Galleria De Cristoforis 58), dove costituisce oggi il fondo « Archivio familiare Ariosto ». Vi spiccano, attribuite alla mano del poeta anche dagli schedoni della Biblioteca: 1) una lettera da Firenze, 7 luglio 1504, di Ercole d’Este a Ercole Strozzi, siglata in basso a destra da un segretario « Lud. », che si pretenderebbe essere il nostro; 2) una seconda lettera, clamorosamente falsificata, di mano di un Ludovico Ariosto del sec. XVII in., da Ferrara, al conte Gherardo Bevilacqui, la cui data è stata materialmente modificata, qui e nell’indirizzo, da 1601 in un incredibile 1490. Sul retro della lettera compaiono due (vergognose, ma non molto piú di altre rilasciate in tempi recenti a sostegno di attribuzioni spericolate) autenticazioni, datate 31 gennaio 1851, di Luigi Napoleone Cittadella e di Giuseppe Antonelli, l’uno archivista e l’altro bibliotecario a Ferrara, e un furbesco rinvio, vergato da Vincenzo Faustini, al Diario ferrarese edito da Muratori dove è menzione « del suddetto conte Gherardo » (ma anche il nome proprio del destinatario era stato modificato in indirizzo in modo da corrispondere a quella fonte). Compare anche una nota di possesso di « Francesco Kühlen | Roma 1850 ». Solerti 1904, che pure riconosceva e segnalava la falsificazione e la non autografia delle due lettere oggi all’Estense (su cui si veda anche Fatini 1950: 42-43), nonché l’infondatezza delle expertise, non eccepisce sulle intenzioni che hanno nel tempo mosso chi ha venduto l’insieme della documentazione, di cui forniva un’utile descrizione sommaria. Solerti ipotizza che quei resti sparsi dell’Archivio degli Ariosto avessero abbandonato la casata prima della sua estinzione insieme al preteso autografo del preteso Rinaldo ardito (su cui non solleva dubbi: si veda qui avanti), e che fossero rimasti a Ferrara, visti dal Frizzi e dal Baruffaldi jr., per finire (ma sarebbe da accertare) nelle mani del padre del canonico Vincenzo Faustini, di cui Solerti riporta una lunga lettera (a un tal Filippo, 14 febbraio 1847) che ha tutta l’aria di essere un’esca per possibili compratori. Acquistate infatti dal conte Francesco Kühlen, « uno straniero innamorato delle cose nostre » (Solerti 1904: 20) e residente in Roma, che ne aveva pubblicate alcune sull’« Album di Roma » del 1851, alla morte di questo le carte erano passate in Germania, e da qui reimmesse sul mercato. A fronte dell’indisponibilità della biblioteca pubblica di Ferrara, se le assicurò Giuseppe Cavalieri, già proprietario del Rinaldo ardito, e il Solerti le vide nella sua collezione, da cui uscirono per nuove avventure d’antiquariato sino all’approdo Estense.
Altri documenti di analoga provenienza, acquistati dalla Bibliothèque royale de Belgique, II 3341 (descritti da Battistini 1928), a c. 25 offrono una isolata firma « Ludovico Ariosto » accompagnata da expertise di Antonelli del 10 maggio 1844 che la dichiara autografa « con molta probabilità », mentre non lo è assolutamente (in un altro caso Antonelli ricompare in coppia con Cittadella, dichiarazione del 5 marzo 1858). Sembra avere analoga provenienza la lettera di un Ludovico Ariosto a Rinaldo Ariosto del luglio 1503, da Rivalta, autenticata come autografa dal solito Antonelli il 19 novembre 1829, e che senza dubbio è da restituire allo zio del poeta (si rivolge a Rinaldo come fiolo): lettera ora a Milano, BAm, S.P. 33 (segnalata da Lisio 1904: 141-42; edita con « dubbi gravissimi » da Fatini 1915: 342-43, e definitivamente espunta in Fatini 1950: 44), al primo posto di quella « Cartella degli Ariosto » che è in larga parte costituita da un legato del conte Giberto Borromeo (è elencata anche in un allegato « Catalogo dei Mss. autografi / degli Ariosti », datato 1840, che non include ancora la lettera al cardinal de’ Medici, → 30a). Chissà se lo stesso Antonelli (che mentí in ripetute occasioni e, in una almeno, rubò, come vedremo fra non molto) può aver favorito il passaggio dei fogli estratti dai Frammenti autografi (→ 30b) da Ferrara alla collezione Borromeo. Il legato presso l’Ambrosiana da parte del collezionista si spiega certamente con l’acquisita consapevolezza sulla provenienza di quelle carte ariostesche.
Ancora in Belgio, nella collezione di autografi del Musée Royal de Mariemont (ringrazio vivamente il conservatore Bertrand Federinov per le informazioni), si conservano due scritture antiche attribuite ad Ariosto, entrambe provenienti dalla raccolta Raoul Warocqué, per acquisto a un’asta Stargardt dell’ottobre 1906 (in precedenza nella collezione di Ronner von Ehrenwerth, venduta a Lipsia nel 1857). La prima (Aut. 568 4a) è un’elegia latina in 47 distici indirizzata Ad ill.mu(m) et R.mu(m) D(omi)nu(m) Hieronimu(m) Car.le(m) S.ti Georgij Prov.ce Romandiole, exarcatusq(ue) Ravennae de Latere legatum con incipit Nuntia fama mihi post(quam) te maxime adesse, attribuita ad Ariosto nel catalogo in rete (si veda il sito del Musée Royal de Mariemont, nella sezione Archives) e nei materiali di accompagnamento (il testo, che per ora non ho identificato, è indirizzato a Girolamo Grimaldi, cardinale dal novembre 1527, a quanto sembra legato in Romagna dal 1538), ma certo non di sua mano. La seconda (Aut. 568 4b), per cui valgono le stesse coordinate di provenienza (con una precedente dalla collezione di Ferdinand von Trauttmansdorff-Weinsberg) è una lettera autentica cinquecentesca di un Ludovico Ariosto ad Antonio Costabili, del 18 ottobre 1521, altra persona rispetto al poeta (segnalata e trascritta in Battistini 1931: 300, e quindi menzionata da Agnelli-Ravegnani 1933: 176; che si trattasse di un altro Ludovico era stato segnalato da Bertoni 1932: 126). Una lettera autografa di quello stesso Ludovico è raccolta a Modena, ASMo, Archivio per materie Letterati, Ariosto, Ludovico, 3, Ludovico Ariosto diversi, 2 novembre 1528.
Fu ritenuto a lungo autografo il manoscritto che trasmette l’Epicedio de morte Ill.me Lionorae Estensis de Aragonia ducissae Ferrariae Ludovici Areosti, in terza rima, conservato a Ferrara, BAr, I D It. 3, provenienza Barotti (Antonelli 1884: 21-22; IMBI: liv 11; scheda su Manus). La non autografia, già affermata da Bertoni 1919: 298, fu dimostrata puntualmente da Catalano 1925b: 33-48 (con ripr. parziale). Non ariostesca nemmeno la firma a c. 4v, alla cui autografia credettero Salza 1914: 36 n. e Fatini 1924: 182. Catalano sostenne l’attribuibilità di testo e scrittura all’arciprete zio ed omonimo del nostro Ludovico (cui non consente Bertoni 1932: 125-26).
Un manoscritto di 30 carte con frammenti di un supposto Rinaldo ardito (242 ottave ca. relative a 5 canti nell’ed. Firenze, Piatti, 1846), segnalato da Baruffaldi 1807: 172-73 e 310-14 (secondo il quale sarebbe stato trovato nella biblioteca di Giuseppe Lanzoni, morto nel febbraio 1730), riapparve presso il Faustini (con le altre carte di cui si è appena detto), che prima del 1846 lo cedette a Innocenzo Giampieri suo primo editore e ovvio sostenitore dell’autenticità (anche appoggiandosi alla notizia antica, ma non per questo affidabile, in Doni 1551: 82r). Come autografo di opera ariostesca circolò poi sul mercato antiquario (ad esempio in Catalogue 1862: 6 num. 51), per entrare nella collezione ferrarese di Giuseppe Bevilacqua. Uscitone, arrivò poi alla Biblioteca Braidense di Milano, dove tuttora si conserva sotto la segnatura AC X 4 (vd. la scheda su Manus). Fu edito in piú occasioni (Firenze, Piatti, 1846, e nelle Opere minori dell’Ariosto a cura Filippo Luigi Polidori, Firenze, Le Monnier, 1857, vol. i pp. 383-443) e venne variamente illustrato e giudicato, fino a che Bertoni 1922 ne dimostrò la non autografia (vd. qui altra bibl.; e Catalano 1930-1931: i 277). A escludere che possa trattarsi di opera ariostesca basta la lettura di una qualsiasi ottava presa a caso. È accompagnato da tre certificazioni: la prima del 1840 (don Pietro Caprara con Giuseppe Antonelli e altri, fra cui Andrea Borgonzoni maestro di calligrafia e Benedetto Giovanelli custode della biblioteca di Ferrara), le altre del 1879 (Niccolò Anziani) e del 1883 (Aldo Gennari).
Un documento di per sé autentico ora a Wien, ÖN, Autogr. 1/100-1 – già nella collezione di Bartolomeo Gamba – fu modificato con un’aggiunta falsa e doppiamente goffa, sotto il profilo documentario (la carta proviene da un registro di conti, con scritture contabili che non dovrebbero prevedere consensi o sottoscrizioni personali di altri) e soprattutto sotto quello grafico (ripr. disponibile sul sito della Österreichische Nationalbibliothek; qualche notizia, anche su un precedente possessore inglese, in Casadei 1991, che allora condivideva la dichiarata autografia). Non autografo nemmeno il carme Ibis ad umbrosas conservato nello stesso fondo Autogr. 1/100-2, nonostante la certificazione che lo accompagna, rilasciata il 15 novembre 1828 da Vincenzo Cicognara bibliotecario a Ferrara.
A proposito degli interventi che una mano diversa dal copista effettua sulle pagine del Vaticano Rossiano 639, importante testimone delle rime ariostesche, Claudio Vela ha ritenuto che « non […] si possa di primo acchito escludere » che le parole spalle (16v), gia (18r), danni (23v), digiuni (28r), concesso (31v), frettar (33r), absente (43v), nonché attenti (17v), siano di « mano di Ariosto », e propende infine « per una mano non dell’Ariosto, ma di qualcuno che vuole imitare, e non sempre ci riesce perfettamente, la sua grafia » (Vela 2000: 219-20). Da parte mia non riconosco l’autografia, nemmeno nei vari altri interventi minori.
« La libreria dell’Ariosto è andata purtroppo distrutta o dispersa: nessuno dei volumi che la componevano è pervenuto sino a noi ». Alle conclusioni negative di Catalano (1930-1931: ii 272), che restano esatte, è comunque bene accompagnare un elenco aggiornato dei pezzi che recano attribuzioni e che sono stati nel tempo variamente segnalati. Si tratta di libri con sottoscrizioni che in alcuni casi si possono sospettare falsificate, o che ad ogni modo non sono attribuibili all’autore del Furioso.
1. Una copia degli Epigrammata Antiquae Urbis, Roma, G. Mazzocchi (F. Albertini e A. Fulvio), 1521 (Edit16 CNCE 18162), segnalata da Fatini in Ariosto 1924: 337-38 e ora alla Biblioteca Città di Arezzo, fondo Fraternita dei Laici (in cui entrò nel primo Novecento donata da G.F. Gamurrini), appartenuta anticamente a un Lelio Benucci, reca il carme ariostesco Hic humantur ossa distribuito tra una carta di guardia finale e un foglietto volante, che ha poi note di spese di viaggio: né queste scritture né le postille del volume sono autografe (Catalano 1930-1931: i 279-80).
2. Il ms. di Ferrara, BAr, II 331, cartaceo del medio Quattrocento con il Quadriregio di Federico Frezzi, appartenuto a Orazio e Antonio Ariosto, e poi a Girolamo Baruffaldi sr., ha una serie di postille che sembrano far riferimento al Furioso, attribuite a Ludovico da Pietro Canneti (informato da Baruffaldi) in Canneti 1725: 15-17 (forse anche per suggestione della firma abbreviata « Lud. Ar.to » a c. 1v): nessuna annotazione è però autografa o anche solo somigliante alla scrittura ariostesca (come già visto da Catalano 1930-1931: i 272-74). Del manoscritto e dell’incunabolo qui al punto successivo si è occupata per la sua tesi di laurea presso l’Università di Perugia Martina Stella, che ringrazio per lo scambio di informazioni.
3. A Firenze, BNCF, Banco Rari 82, si conserva l’incunabolo della Commedia con il commento di M.P. Nidobeato, Milano, Ludovico e Alberto pedemontani per Guido Terzago, 1477-1478 (istc id00028000), che ha in almeno due luoghi una sottoscrizione « Di m.r Lodovicho ariosto 1553 », letto dal Molini « 1517 » (ripr. in Catalano 1928: 9, che rinvia al manoscritto Catalogo delle edizioni del sec. XV esistenti nella pubblica Libreria Magliabechiana, vol. i cc. 195-96, compilato da Giuseppe Molini nel 1854). Né la sottoscrizione (ovviamente) né le postille sono attribuibili ad Ariosto (Catalano 1930-1931: i 275-76 riconosce somiglianze tra queste e le postille al Quadriregio ferrarese; vd. anche Mostra 1965: 165; Scapecchi 2017: 194).
4. Una nota di possesso « Mei Ludovici Areosti » compare su una carta di guardia del ms. London, BL, Burney 193, pergamenaceo del terzo quarto del sec. XV in cui si leggono le satire di Giovenale e di Persio (si veda la scheda con ripr. parziale e bibl. sul sito della British Library, dove già si avanzano dubbi sull’autografia).
5. Come segnalatomi da Carlo Alberto Girotto, che ringrazio per la liberale condivisione, a Washington, Folger Shakespeare Library, Inc. L294, si conserva un esemplare di Lucianus, Vera historia [e altre opere], Venezia, Simone Bevilacqua da Pavia per Benedetto Bordon, 25 agosto 1494, in 4° (istc il00329000), che sotto il colophon tipografico di c. p6v esibisce una sottoscrizione « Ludovicus Areostus 1520 », compitata da una mano che non pare assegnabile a quell’epoca, e che potrebbe essere il risultato di una falsificazione: lungo il volume compaiono almeno quattro diverse mani, di epoche differenti, nessuna delle quali è identificabile con quella dell’autore del Furioso.
Dei molti deperdita è possibile censire un documento e alcune lettere, emersi e poi scomparsi in tempi recenti.
1. Città del Vaticano, BAV, Raccolta Ferrajoli I 2, num. 13, c. 47 (segnalato erroneamente anche come Autografi Ferrajoli 1006). • Foglio sicuramente autografo, oggi disperso, immediatamente riconoscibile come proveniente da → 6, nel quale doveva stare sciolto tra le cc. 27 e 28, e dal quale era perciò piú semplice separarlo, analogamente a quanto accaduto a → 20a e 22. Si conserva la relativa documentazione, ovvero tre lettere del canonico Antonelli a Giuseppe Palagi (8 e 10 maggio 1871), su carta intestata della Direzione del Civico museo archeologico di Ferrara, dalle quali si deduce il primo sottrasse dal fondo la carta per donarla a Palagi come ringraziamento per un intervento presso un ministero. Già « esposto nella sala Sistina », secondo si ricava da un’annotazione di servizio, la scomparsa fu segnalata da Vian 1990. Il pezzo è per fortuna accessibile tramite una riproduzione fotografica a stampa nel 1943. Ringrazio Chiara De Cesare che ha individuato il pezzo e mi ha trasmesso le notizie raccolte in Vaticana. • Riproduzioni 1943: 27, 64 (ripr.); Kristeller: ii 605; Vian 1990: xxiii.
2. Lettera a Blosio Palladio (Biagio Pallai) in Roma, da Firenze, 26 luglio 1530. • È accessibile grazie alla riproduzione nel volume celebrativo L’ottava d’oro del 1933, che non segnala la collocazione (probabilmente privata) del documento originale, già presente sul mercato antiquario nel 1869. • Catalogue 1869; Sforza 1926: 11; L’ottava d’oro 1933: 64-65 (ripr. fotogr.: unica fonte disponibile); Fatini 1950: 50; Stella 1963; Ariosto 1984: num. 188.
3. Lettera a Giovan Francesco Strozzi in Padova, da Ferrara, 30 gennaio 1532. Questa lettera e la successiva nel sec. XVIII fecero parte della collezione ferrarese del marchese Guido Bentivoglio (cui pervennero da un’eredità Strozzi), ma – al contrario del mannello di epistole ora in BAr, Cl. I E It. 4 (→ 5a-n) – non giunsero poi, tramite Barotti, alla biblioteca pubblica di Ferrara. • Ariosto 1765-1766: num. vii; Stella 1963; Ariosto 1984: num. 195.
4. Lettera a Giovan Francesco Strozzi in Padova, da Ferrara, 20 febbraio 1532 (si veda l’item precedente). • Ariosto 1765-1766: num. viii; Stella 1963; Ariosto 1984: num. 197.
5. Lettera a Gian Francesco Gonzaga marchese di Mantova, da Ferrara, 6 giugno 1519. Edita da d’Arco quando era ancor conservata a Mantova (ASMn), e poi da Mortara a Braghirolli come inedita, fu sottratta all’Archivio Gonzaga, e – dopo essere passata in almeno tre vendite parigine (nel catalogo della collezione Fillon è fortunatamente riprodotta) – arrivò alla British Library: la segnala nell’Egerton 44 Solerti 1904 (su informazione di Charles Emil Pollak), citandola come la xv di Ariosto 1887, lí presente con la lxx e la xcvii (queste sono copie, tuttora disponibili nel ms. inglese, i cui originali si trovano all’Estense, → 34: già l’Index 1849 dichiarava « Copies of two letters to the Duke of the Ferrara, 1523. | Eg. 44. f. 1 », segnalate su quella base anche da Kristeller: iv 141). È riprodotta in Geigy-Hagenbach 1925, a quanto pare senza mai aver fatto parte di quella collezione, poi in gran parte confluita nell’omonimo fondo della Universitätsbibliotek Basel (Geigy-Hagenbach 1929-1939; Geigy-Hagenbach 1961). • Arco 1845: 317-18; Mortara in Ariosto 1852: 15 Braghirolli 1856: 16; Catalogue 1862; Catalogue 1863; Lozzi 1882: 22; Inventaire 1878: 161 num. 1345, 162 (ripr.); Solerti 1904: 29 n.; Geigy-Hagenbach 1925: 202 (ripr.); Sforza 1926: 10-11; Stella 1963: 572; Ariosto 1984: num. 22. Ringrazio Raffaella Colombo per alcune verifiche londinesi, Gabriele Bucchi e Chiara Gizzi per segnalazioni e controlli.
6. Lettera a Ludovico Gonzaga, da Firenze, 1° ottobre 1512. Un tempo a Mantova, ASMn, Archivio Gonzaga. • Ariosto 1858: 69; Cappelli 1867b; Sforza 1926: 7 e 18 (non segnala la scomparsa); Stella 1963; Ariosto 1984: num. 13.
7. Lettera ad Alfonso d’Este duca di Ferrara, da Castelnuovo Garfagnana, 19 aprile 1522. Un tempo Modena, ASMo. È la prima lettera dalla Garfagnana: ancora disponibile durante le ricerche di Stella, risulta attualmente irreperibile. • Cappelli 1867b; Sforza 1926; Stella 1963; Ariosto 1984: num. 34.
8. Modena, ASMo. Nell’Inventario 10 (Archivio segreto Estense, Cancelleria, Estero, Serie Ambasciatori, Italia, Roma), relativamente alla busta 20, fasc. 131, oltre alla lettera del 25 dicembre 1509 (che un’annotazione segnala accorpata alla cartella dell’Arch. per materie. Letterati. Ariosto: → 32d del nostro elenco) ne veniva censita un’altra « 1510, 24 mag.-giug.° Per ottenere il possesso dell’abbazia di Nonantola pel Card.le d’Este e per altri negozi ». Forse alla sua assenza già ab antico si riferisce l’annotazione che avverte « Evvi una sola lettera », sulla p. precedente, in corrispondenza di quella del 25 dicembre.
9. Lettera del 19 luglio 1523? • In ASMo, Archivio per materie, Letterati, Ariosto, Ludovico, ins. 33 è costituito da un foglio che reca l’avviso: « 1523 19 luglio | Esisteva nella Biblioteca Estense ».
Per facilitare l’utilizzo del censimento si fornisce qui l’ordine secondo cronologia dei documenti datati o databili sia pur con approssimazione: 31, 7b, 32eee, 25, 32b, 32c, 7c, 32d, 32iii, 32f, 32e, 32g, 32h, 32i, 30a, Deperdita 8(?), 32hhh, 28a, Deperdita 6, 32j, 26, 38, 32fff, 28b, 32ggg, 33, Deperdita 5, 28c, 28d, 8, 28e, 19, 28f, 32a, Deperdita 7, 12, 32k, 32l, 32m, 13, 32n, 32o, 23, 32p, 32q, 32r, 16, 32s, 32t, 32u, 32v, 32w, 32x, 34a, 32y, 32z, 14, 11a, 32aa, 32bb, 32cc, 32dd, 32ee, 32ff, 32gg, 32hh, Deperdita 9(?), 10a, 10b, 11b, 32ii, 34b, 32jj, 15, 32kk, 32ll, 36, 32mm, 32nn, 32oo, 32pp, 32qq, 32rr, 32ss, 32tt, 32ccc, 32ddd, 32uu, 32vv, 32ww, 32xx, 32yy, 32zz, 32aaa, 32bbb, 17a, 17b, 37, 18, 1, Deperdita 2, 5h, 29, 5i, 28g, 5a, Deperdita 3, 28h, Deperdita 4, 28i, 28j, 5b, 5c, 28k, 5d, 5e, 5j, 5k, 5l, 5n, 5f, 5g, 24, 28l, 27, 9, 5m. Per la datazione di, 2, 3, 4, 5, 7a e 21 si vedano le rispettive schede. Si segnalano qui per la prima volta 7c e 21.
Bibliografia
Agnelli-Ravegnani 1933 = Giuseppe A.-Giuseppe R., Annali delle edizioni ariostee, Bologna, Zanichelli, 2 voll.
Albonico 2017 = Simone A., Osservazioni paleografiche e considerazioni testuali sul manoscritto ferrarese delle ‘Satire’ (ms. F), in Studi sulle ‘Satire’ di Ariosto. [Atti del Convegno internazionale di Amiens, luglio 2017], a cura di Michel Paoli ed Emilio Russo, con la collaborazione di Paulina Spiechowicz, num. mon. de «L’Ellisse », xii, 2 pp. 17-36 2017 [ma 2019].
Albonico 2019 = Id., Verso un nuovo testo delle ‘Satire’ di Ludovico Ariosto, in Ludovico Ariosto, Satire, a cura di Emilio Russo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 9-31.
Antonelli 1884 = Giuseppe A., Indice dei manoscritti della Civica Biblioteca di Ferrara, Ferrara, Taddei.
Arco (d’) 1845 = Carlo d’A., Notizie di Isabella Estense moglie a Francesco Gonzaga aggiuntivi molti documenti inediti […], in «Archivio storico italiano», ii, 11 Appendice, pp. 201-326.
Ariosto 1556 = Orlando furioso di m. Lodovico Ariosto, tutto ricorretto e di nuove figure adornato. Al quale di nuovo sono aggiunte Le Annotationi, gli Avvertimenti, et le Dichiarationi di Girolamo Ruscelli, La Vita dell’Autore descritta dal Signor Giovambattista Pigna, Gli Scontri de’ luoghi mutati dall’Autore doppo la sua prima impressione, La Dichiaratione di tutte le favole, Il Vocabolario di tutte le parole oscure, Et altre cose utili et necessarie, Venezia, Vincenzo Valgrisi nella Bottega d’Erasmo.
Ariosto 1568 = Orlando furioso di m. Ludovico Ariosto, nuovamente ricorretto, con nuovi argomenti di m. Lodovico Dolce […], Venezia, Domenico & Gio. Battista Guerra.
Ariosto 1765-1766 = Opere di Lodovico Ariosto con dichiarazioni, [a cura di Giovanni Andrea Barotti], Venezia, Pitteri, 6 to.
Ariosto 1824 = Poesie varie di Ludovico Ariosto, con annotazioni [di Giuseppe Molini], Firenze, Giuseppe Molini all’insegna di Dante.
Ariosto 1834 = Ludovico A., Orlando furioso, with memoirs and notes by Antonio Panizzi, London, W. Pickering, 4 voll.
Ariosto 1852 = Epistole di Lodovico Ariosto […] ora per la prima volta messe in pubblico da Antonenrico Mortara, Casalmaggiore, Bizzarri.
Ariosto 1858 = Satire e rime di Lodovico Ariosto, novamente ordinate e corredate di note, con in fine L’erbolario, le lettere, le poesie attribuite all’autore e i carmi latini, Trieste, Sez. letterario-artistica del Lloyd austriaco.
Ariosto 1862 = Lettere di Ludovico Ariosto tratte dagli autografi dell’Archivio Palatino di Modena, per cura di Antonio Cappelli, Modena, Cappelli.
Ariosto 1866 = Lettere di Lodovico Ariosto tratte dall’Archivio di Stato di Modena, con prefazione, documenti e note per cura di Antonio Cappelli, Bologna, Romagnoli.
Ariosto 1875 = Le ‘Satire’ autografe di Ludovico Ariosto, pubblicate a cura del Comitato Ferrarese per la ricorrenza del iv centenario ariostesco, pref. di Prospero Viani, Bologna, G. Wenk litografo.
Ariosto 1875-1876 = ‘Orlando furioso’ di Ludovico Ariosto ferrarese secondo l’edizione del 1516, [a cura di Crescentino Giannini], Ferrara, Taddei, 2 voll.
Ariosto 1876 = ‘Orlando furioso’ di Ludovico Ariosto ferrarese secondo l’edizione del 1521, [a cura di Crescentino Giannini], Ferrara, Taddei.
Ariosto 1887 = Ludovico A., Lettere, con prefazione storico-critica, documenti e note per cura di Antonio Cappelli, 3a ed. riveduta ed accresciuta di notizie e di lettere, Milano, Hoepli.
Ariosto 1903 = Id., Le satire, con introduzione, facsimile e note a cura di Giovanni Tambara, Livorno, Giusti.
Ariosto 1904 = Id., I ‘Frammenti autografi’ dell’ ‘Orlando furioso’, pubblicati a cura di Giuseppe Agnelli, Roma, Danesi.
Ariosto 1909 = Id., Il canto primo e il canto secondo dell’ ‘Orlando furioso’. Testo critico comparato, a cura di Giuseppe Lisio, Milano, La Gutenberg.
Ariosto 1909-1913 = ‘Orlando furioso’ di Ludovico Ariosto secondo le stampe del 1516, 1521, 1532 rivedute dall’Autore, riproduzione letterale a cura di Filippo Ermini, Roma, Società Filologica Romana.
Ariosto 1924 = Ludovico A., Lirica, a cura di Giuseppe Fatini, Bari, Laterza.
Ariosto 1928 = Id., Orlando furioso, a cura di Santorre Debenedetti, Bari, Laterza, 3 voll.
Ariosto 1937 = Id., I ‘Frammenti autografi’ dell’ ‘Orlando furioso’, a cura di Santorre Debenedetti, Torino, Chiantore.
Ariosto 1960 = Id., Orlando furioso, secondo l’ed. del 1532 con le varianti delle ed. del 1516 e del 1521, a cura di Santorre Debenedetti e Cesare Segre, Bologna, Commissione per i testi di lingua.
Ariosto 1984 = Id., Tutte le opere, vol. iii. Satire, a cura di Cesare Segre, Erbolato, a cura di Gabriella Ronchi, Lettere, a cura di Angelo Stella, Milano, Mondadori.
Ariosto 1987 = Id., Satire, ed. critica e commentata a cura di Cesare Segre, Torino, Einaudi.
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Baruffaldi 1807 = La vita di m. Ludovico Ariosto scritta da Girolamo Baruffaldi giuniore […], Ferrara, Soci Bianchi e Negri.
Battistini 1928 = Mario B., Una raccolta di documenti sulla famiglia Ariosto, in «L’Archiginnasio», xxiii, 3-4 pp. 207-15.
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Bertoni 1919 = Giulio B., L’ ‘Orlando furioso’ e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Orlandini.
Bertoni 1922 = Id., Il cosí detto ‘Rinaldo ardito’, in «Giornale storico della letteratura italiana», lxxx, pp. 312-25.
Bertoni 1932 = Id., rec. a Catalano 1930-1931, in «Giornale storico della letteratura italiana», xcix, pp. 123-34.
Bertoni 1933 = Id., Il codice ferrarese dei ‘Carmina’ di Ludovico Ariosto, in «Archivum Romanicum», xvii, pp. 619-58.
Braghirolli 1856 = Lettere inedite di alcuni illustri italiani, [a cura di Willelmo B.], in Per Nozze Cavriani-Lucchesi Palli, Milano, Ripamonti Carpano, pp. 13-19.
Campeggiani 2017 = Ida C., L’ultimo Ariosto. Dalle ‘Satire’ ai ‘Frammenti autografi’, Pisa, Edizioni della Normale.
Campori 1860 = Giuseppe C., Relazione d’alcuni studi fatti nell’Archivio Estense, presentata alla deputazione di storia patria nella tornata del 7 dicembre, in «Gazzetta di Modena», n. 499 (7 dicembre 1860).
Campori 1866 = Id., Studi intorno la vita di Ludovico Ariosto, in «Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Modena», vii (Sezione di Lettere), pp. 53-133 [anche come estratto, Modena, Erede Soliani].
Campori 1871 = Id., Notizie per la vita di Ludovico Ariosto tratte da documenti inediti, seconda ed. corretta e notevolmente accresciuta, Modena, Vincenzi.
Canneti 1725 = Pietro C., Dissertazione apologetica […] intorno al poema de’ ‘Quattro Regni’ detto altromenti il ‘Quadriregio’ e al vero autore di esso Monsignore Federigo Frezzi, in appendice a Il Quadriregio o Poema de’ quattro regni di monsignore Federigo Frezzi […], pubblicato dagli Accademici Rinvigoriti di Foligno […], Foligno, Pompeo Campana, to. ii pp. 1-80.
Cappelli 1863 = Antonio C., Due lettere inedite di Ludovico Ariosto, in «Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia patria per le provincie Modenesi e Parmensi», i, pp. 103-4.
Cappelli 1864 = Id., Tre lettere inedite di Lodovico Ariosto con altre memorie intorno al medesimo, in «Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia patria per le provincie Modenesi e Parmensi», ii, pp. 199-204.
Cappelli 1867a = Id., Lettera di Ludovico Ariosto, in «Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia patria per le provincie Modenesi e Parmensi», iv, pp. 69-72.
Cappelli 1867b = Id., Tre lettere di Ludovico Ariosto ed una di Alessandra Strozzi, in «Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di storia patria per le provincie Modenesi e Parmensi», iv, pp. 273-80 [anche come estratto, Modena, Vincenzi, 1868].
Cappelli 1875 = Id., Quattro lettere inedite di Ludovico Ariosto, Modena, Vincenzi; poi Lettere di Ludovico Ariosto, in «Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia patria per le provincie Modenesi e Parmensi», viii, pp. 263-72.
Carducci 1874-1876 = Giosue C., Delle poesie latine edite e inedite di Ludovico Ariosto. Studi e ricerche, seconda ed. con emendazioni ed aggiunte, Bologna, Zanichelli (18741; 18813, identica alla precedente).
Carrara 1940 = Enrico C., Marganorre, in «Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere, storia e filosofia», s. ii, vol. ix, 1-2 pp. 1-20.
Casadei 1991 = Alberto C., Una nota autografia ariostesca e un manoscritto del carme ‘Ibis ad umbrosas’, in «Giornale storico della letteratura italiana», clxviii, pp. 573-76.
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Nota paleografica
Nei primi decenni del secolo XX comparvero numerosi contributi specifici incentrati sulla scrittura e la grafia di A., determinati dalla necessità di attribuire a lui con certezza interventi su documenti senza dubbio originali (in particolare il ms. F delle Satire → 3) o da quella di escludere la presenza della sua mano in situazioni sospette (Tambara in Ariosto 1903, Agnelli in Ariosto 1904, Bertoni 1922, Catalano 1925a e 1925b, Bertani 1926, Catalano 1928, Catalano 1930-1931, Bertoni 1933). A conclusione di un’intera stagione spicca Cerlini 1942, che illustra in modo sistematico gli usi ariosteschi, segno per segno sulla serie delle lettere maiuscole e su quella delle minuscole. Debenedetti in Ariosto 1937, da parte sua, importa per una piú generale descrizione di intenti, abitudini e tempi di scrittura e di correzione del testo letterario (tema poi abbandonato dagli studi, e ora ripreso con novità rilevanti da Campeggiani 2017). Le dure critiche mosse da Debenedetti 1947 a Cerlini 1944-1945 (che in parte ripeteva il precedente studio) e l’effettiva debolezza di posizioni e argomenti (in particolare l’ipotesi che i Frammenti autografi fossero copie allestite da A. a supporto di letture del poema) non inficiano il fondamentale contributo del paleografo alla conoscenza degli usi ariosteschi, di norma trascurato dalle ricerche successive.
È stato notato a piú riprese che la grafia ariostesca non mostra tratti personali rilevanti e che rimane relativamente stabile nel tempo (già Catalano 1925b: 42). Le variazioni si spiegano o con abitudini prese in fasi particolari (ad esempio attorno al 1520, → 19, del 4 agosto, e → 28f, dell’8 novembre), o per l’assunzione di due distinti atteggiamenti di scrittura: uno piú letterario-librario, documentato in un paio di lettere e nei pochi manoscritti con testi in versi (ma anche, e forse in modo piú netto, nella supplica scritta per Rinaldo → 7c del 1509), e uno piú cancelleresco-epistolare, che ha riscontro nelle scritture di negozi: missive, copie di documenti → 7a-b, 20b, e registri → 6 e 20a, 32a. Si aggiunge ora la novità dell’unica bella copia nota di un proprio testo letterario, a quanto sembra allestita in vista di una diffusione esterna, che si presenta per la prima volta (→ 21). In effetti la differenza tra le due principali tipologie non è poi cosí ampia, e si nota piú nell’aspetto generale – determinato da disposizione, fretta, stanchezza, tensione – che in tratti distinti della scrittura. La d, ad esempio, che ha una foggia esclusiva con asta diritta fino al 1518 circa, da quel momento in poi viene sostituita da una onciale, disegnata in un tratto unico a partire dall’occhiello e con l’asta incurvata a sinistra (Bertoni 1922 ritiene che consenta addirittura di datare le scritture), che è la soluzione normale anche nel testo letterario 21. Nei Frammenti autografi del Furioso (→ 2) e nel codice delle Satire (→ 3) ricompare la versione con asta diritta, che – pur mescolandosi con l’altra (addirittura in una stessa parola) – prevale nettamente; questa stessa foggia è però l’unica a comparire nelle lettere tarde (→ 5m, dove sviluppa un’ampia asola sull’asta), e l’alternanza sembra perciò spiegabile con una variazione nel tempo piuttosto che con una distinzione funzionale (che non sia quella della diversa modalità di esecuzione ipotizzabile). Quando Cerlini indica le differenze che intercorrono tra i due tipi di scrittura, d’altra parte, non sembra poter andare oltre una supposta frettolosità di quella di uso piú comune e quotidiano e una maggiore accuratezza dell’altra. Condizione che non è nemmeno sempre obbligata, visto che si incontrano scritture cancelleresche complessivamente piú distese e leggibili di quelle letterarie mature dei Frammenti autografi, spesso nervose e irregolari; e senza infine scordare che la varietà letteraria della scrittura è poco documentata, e che non siamo realmente in grado di seguirne l’evoluzione.
Volendo indicare alcune tipologie significative di scrittura, si può iniziare dalla lettera a Manuzio del 1498 → 31 (ben riprodotta in Bertoni 1933, a cui si rinvia), la scrittura piú antica datata di cui disponiamo, che si distingue in primo luogo perché rientra in una tipologia particolare altrimenti non attestata (se non parzialmente dalla lettera a Giovanni de’ Medici del 1511, → 30a), quella della scrittura epistolare umanisticamente impostata (è l’unica missiva in latino effettivamente spedita che conosciamo). Si nota una particolare cura nel tracciare tutti gli occhielli (compresa la e, fatto rarissimo), la tendenza a ispessire la parte terminale delle aste sopra il rigo (in particolare b, d, h, l e ∫), le h con l’asta che scende eccezionalmente fino al rigo, le n vergate con cura, le m spesso con le astine ben parallele, le p con l’asta incurvata in fondo che sale ben oltre l’occhiello ed è chiusa da un trattino obliquo, i nessi st con il legame alto esteso orizzontalmente con due angoli quasi retti, l’uso abbondante di abbreviazioni per le -m; diverse altre soluzioni già assestate rispetto alle prove piú tarde (i legami ex-, e∫, la q di foggia maiuscola, la E onciale, ecc.). L’impostazione generale vede una normale inclinazione a destra e una forte uniformità nella dimensione del modulo base degli occhielli.
L’autografia dei frammenti dei Carmina ferraresi (→ 4) – affermata da Carducci 1874-1876, con le limitazioni di Agnelli in Ariosto 1904, assunta da Pesenti 1924, e velocemente argomentata da Catalano 1925b e Bertoni 1933 (che in precedenza l’aveva negata) – non è priva di aspetti problematici, e sotto il profilo grafico andrebbe compiutamente illustrata, in particolare per quanto riguarda le varietà di modulo piú ampio lí attestate. Pur avvicinandosi per ragioni generali di impostazione, e probabilmente per cronologia, alla lettera del 1498, i Carmina ne differiscono sensibilmente per alcuni tratti: le legature ex, st (in alcuni casi, 9v, addirittura con un ricciolo), la t-, la u- che è sempre v- (come in altri testi latini, ad es. → 32hhh), l’occhiello e l’attacco della gamba della a. La scrittura ha qualcosa di impacciato e non assestato, e non è altrimenti documentata.
Quanto alle missive e alla loro grafia corrente, Cerlini 1942 ha notato in generale che si tratta di una corsiva non chiara e poco aggiornata, in quanto influenzata da modelli umanistici e cancellereschi (tipicamente estensi), con ulteriori tratti mercanteschi (in particolare nei numeri e nelle maiuscole), poco regolare nei risultati anche perché non fondata sull’imitazione cosciente di tratti tradizionali. L’evoluzione per stadi successivi dall’umanistica a soluzioni piú semplici e rapide, suggerita dallo stesso Cerlini, non è in effetti comprovabile.
Nel registro → 6 (tav. 3) si riscontrano scritture di vario aspetto: sulla prima pagina una di modulo grande con inchiostro di color tabacco chiaro, piú distesa ma simile a quelle di 9v, 15v, 16v-17r, 25 (sono tutte del 1518 e tutte con la d con asta diritta), mentre le altre differiscono per modulo, spessore del tratto, colore d’inchiostro, essenzialità, ma non sembrano realizzare soluzioni peculiari o in contraddizione con quanto altrimenti noto (qualche somiglianza con alcune aggiunte d’autore al codice delle satire, → 3). Il registro → 32a relativo all’ufficio in Garfagnana mostra differenze di inchiostro (a uno principale grigio piombo se ne affiancano uno rossastro e uno marrone, segnale di utilizzo non solo in momenti ma forse anche in luoghi diversi) e variazioni di modulo, inclinazione, passo, allineamenti orizzontale e verticale, ma nel complesso ha un’impostazione uniforme, e prossima a quella delle scritture piú ordinate.
I Frammenti ferraresi → 2, unico documento letterario consistente, attestano una certa varietà di soluzioni. Debenedetti in Ariosto 1937, in riferimento soprattutto all’intensità delle rielaborazioni dei testi, propose una distinzione in “male copie” (solo le cc. 18-19), brutte copie di lavoro (fasc. 1, canti ix-x, e 5, canto xxxvii), copie migliori (fasc. 6-7, canti xliv-xlvi) e belle copie definitive (quelle dei canti ix-x e xi-xii nei fasc. 2-4), mentre Cerlini 1942 (che aggiunse anche corollari caduchi) tendeva a distinguere solo le belle copie quasi definitive dell’episodio di Olimpia e a considerare tutte le altre piú o meno analoghe. È in effetti vero (come dimostrato ora da Campeggiani 2017) che quelle considerate da Debenedetti copie in pulito con successivi interventi di perfezionamento sono stesure nel corso delle quali l’inventio del poeta è pienamente attiva, e nelle quali le forme linguistiche settentrionali (in teoria ormai superate) sono ancora ben presenti. Se è vero che sarebbe facilissimo indicare molteplici cambi di impostazione all’interno di singole pagine (ad es. 20r, 22v), in ragione dei tempi diversi di scrittura e delle dinamiche legate alla rielaborazione, non per questo è possibile, come si è detto, circoscrivere puntuali differenze significative sotto il profilo grafico, visto che (con riferimento alla descrizione generale abbozzata qui avanti) l’accentuarsi di alcuni tratti già attestati non comporta contraddizioni o differenze radicali: f e ∫ chiudono piú spesso l’asta in basso con una piega o un appoggio o un uncino; la f arriva anche ad avere un’asola inferiore allungata che si richiude in vita sul taglio orizzontale; le r hanno spesso le astine piú divaricate; l’occhiello della o resta spesso aperto nella parte superiore; la J- è utilizzata anche con nomi comuni all’interno di verso; la u- serve tanto per u che per v, la V- anche per U-.
Venendo ai dettagli delle grafie (altri nelle presentazioni delle tavole, mentre un quadro sistematico è in Cerlini 1942), uno dei tratti piú caratteristici in tutte le scritture volgari è la doppia ∫ alta con aste piú o meno inclinate verso destra ma perfettamente diritte, a volte con filetto ascendente d’attacco e leggerissimo ispessimento finale, e in qualche caso con ricciolo a sinistra al termine del tratto discendente (a volte quasi regolarmente, ad es. → 32c, sia nei primi che negli ultimi anni); altre soluzioni per la doppia prevedono l’accoppiamento alta-bassa e bassa-bassa, mentre è eccezionale l’unica occorrenza bassa-alta in 21, p. 1. Tipica anche la f doppia, spesso simile alla ∫, mentre la singola può avere un filetto d’attacco che arrivato in alto ritorna in basso creando un ispessimento (raramente un vero occhiello); in fondo all’asta può comparire un piccolo tratto che fuoriesce con angolo acuto o un ricciolo d’appoggio, che in qualche caso (→ 32c) risale con ampia asola quasi a chiudersi in vita all’asta. La b è tracciata come una sorta di 6 con l’asta appena inclinata, a volte appena incurvata a destra e con eventuale ispessimento o ritorno finale verso il basso. A partire almeno dal periodo garfagnino e poi negli ultimi anni l’occhiello si stringe molto, diventa irregolare, e può anche non chiudersi. Della d, come si è detto, si hanno due varietà fondamentali: una con asta diritta appoggiata all’occhiello, che compare nelle scritture cancelleresche – in modo regolare fino a una certa data – e in quelle letterarie; e una di tipo onciale disegnata in un solo tratto, che dopo aver disegnato l’occhiello sale e piega a sinistra in modo piú o meno accentuato, documentata nelle lettere a partire dal 1519 (come notato da Bertoni 1922) e attestata anche nelle scritture letterarie (→ 21, e saltuariamente → 2). Nelle epistole piú tarde, vergate forse con una certa fretta, e nei Frammenti autografi l’asta diventa a volte un’asola allungata, che parte dal lato superiore dell’occhiello gonfiandosi verso destra per ridiscendere a sinistra. Tra le lettere caratteristiche anche l’h con l’asta discendente che non oltrepassa il punto di inizio dell’ansa di destra, che nella soluzione prevalente esce con leggera inclinazione e ritorna verso sinistra dopo un angolo deciso che disegna una sorta di uncino. Nelle missive piú tarde il movimento di salita e discesa per tracciare l’asta produce un’asola (lo stesso accade nelle l e nelle d, ad esempio → 5m, del 25 dicembre 1532, qui tav. 8).
Le a sono in prevalenza quasi prive di occhiello, con uno spesso tratto obliquo ascendente; le -a hanno il tratto discendente a destra; l’occhiello si riscontra, anche con frequenza significativa, nelle scritture piú distese. Le c minuscole spesso si ampliano scendendo sotto il rigo a includere le prime lettere della parola, in alcuni casi la parola intera. Le e, di norma senza occhiello, legano con la successiva in orizzontale (a, n) o in verticale obliqua (∫, l, z) a seconda dei casi; il trattino orizzontale è ondulato, a volte attaccato, quando a fine parola compare staccato dall’asticella verticale e piú accentuato, a volte con un accenno di ricciolo (la e isolata, congiunzione o voce di essere, e a volte anche la et, spesso in unico tratto senza stacchi); in ex l’asta obliqua sinistra-destra discendente della x parte dalla cima dell’astina della e. Nelle g l’occhiello superiore molto spesso non è pervio, e l’ansa inferiore per lo piú sagomata in tratto discendente verticale-tratto ascendente a sinistra obliquo-trattino ascendente verticale o obliquo a destra, spesso senza chiusura. Con il passare del tempo tende ad arrotondarsi e a chiudersi, salendo direttamente verso la lettera successiva; nelle scritture piú veloci si ha un arrotondamento continuo, allungato a melanzana. Le q con asta discendente diritta, in alcuni casi con voluta che risale a sinistra, a volte con foggia di Q maiuscola e il tratto che fuoriesce dall’ovale molto allungato sotto le lettere successive. Nelle scritture piú tarde i due tratti delle r, discendente da sinistra e risalente verso destra, tendono a divaricarsi. t basse con trattino orizzontale, unico per le doppie. Nelle missive piú tarde la doppia t si allunga, e quella semplice può perdere l’elemento orizzontale salendo dalla base dell’asta verticale a legare con la lettera che segue, in ragione della velocità d’esecuzione. Le z partono in alto con ampia voluta, a volte angolate, e si appoggiano sul rigo, che oltrepassano molto raramente.
Tra le maiuscole si segnalano in quanto caratteristiche: le B, con occhiello inferiore nettamente piú espanso di quello superiore e asta laterale che può salire in verticale oltre gli occhielli; le G, in due tratti separati, quasi due parentesi affrontate, una piú grande aperta a destra, l’altra opposta, piú piccola e quasi inclusa nella prima (ancora nelle scritture piú tarde, anche se con minor frequenza); le T con il tratto orizzontale sbordante a sinistra che non oltrepassa l’asta verticale.
∫t ha legatura alta semplice, con ∫ tracciato in due tratti, il primo spesso a destra dell’asta principale e discendente, il secondo che sale alla sua sinistra oltre il punto di partenza del primo, piegando verso destra, fino a legare con la seconda lettera (piú alta della norma) tramite tratto orizzontale piú o meno ampio, ma con la tendenza progressiva a risolversi in un angolo acuto; nelle scritture piú veloci si dà solo un tratto ascendente, o il tratto piú ampio sovrapposto al primo discendente, a volte quasi impercettibile. ch(e) ha la legatura che parte dalla base della c e sale in verticale per poi voltare in discesa nell’asta dell’h; il compendio è un ampio taglio orizzontale sull’asta, in alcuni casi tracciato con linea continua che risale dall’uncino dell’h; a volte il tratto piú basso è orizzontale e si salda con la legatura che esce dalla c formando un triangolo. Il semplice legame ti, con la vocale che scende in verticale dalla barretta della consonante senza mai oltrepassarla, è dei piú tipici e stabili. Tra le abbreviazioni si segnalano -r(e) -n(e) con trattino che sale in obliquo verso destra, ben staccato al di sopra dell’ultima lettera; oltre alle piú consuete, (con)segnato compendiato con l’abituale 9 (in → 6).
Bibliografia
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Catalano 1925b = Id., Autografi e presunti autografi ariosteschi, in «Archivum romanicum», ix, pp. 37-66.
Catalano 1928 = Id., Un codice e un incunabolo di pretesa proprietà ariostesca, in «All’insegna del libro. Rassegna di bibliografia e di bibliofilia», i, 5-6, maggio-giugno, pp. 139-47.
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Cerlini 1944-1945 = Id., Scrittura e punteggiatura negli autografi dell’Ariosto, in «Cultura neolatina», iv-v, pp. 37-60.
Debenedetti 1947 = Santorre D., rec. a Cerlini 1944-1945, in «Giornale storico della letteratura italiana», cxxiv, pp. 100-3.
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Censimento
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- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I 153
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I A It. 1 (olim E 18 8)
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I B It. 2
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I C Lat. 1
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I E It. 4
- Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Cl. I G It. 6 (olim 549)
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane III 41 VI, cc. 81-82
- Firenze, Archivio di Stato, Ducato d’Urbino, I 244, 51 e 64
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 23, cc. 105 e 120
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 24
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 25, cc. 171-72
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 26, cc. 298-99
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 29, cc. 45-46
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 30, c. 137
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 31, c. 169 (olim Mostra 111)
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 35, cc. 299, 300
- Firenze, Archivio di Stato, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Missive e Responsive 37, c. 4
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashb. 1883 (1786), num. 1
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 4, Ariosto, Ludovico
- Isola Bella, Archivio Borromeo, Scienze, lettere ed arti, Letteratura, Poesia, s.s
- London, The British Library, Add. 12103
- London, The British Library, Add. 25036
- London, The British Library, Egerton 2015, c. 7
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, E LXI 3, Margherita Paleologo, 1946, 157
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, E XXXI 2, Corrispondenza estera, Ferrara, 1189
- Mantova, Archivio di Stato, Archivio Gonzaga, E XXXI 2, Corrispondenza estera, Ferrara, 1196
- Mantova, Archivio di Stato, Autografi 8, cc. 450-461, 456 bis, 457 bis, 458 bis, 459 bis, 460 bis
- Milano, Archivio di Stato, Autografi 109 15
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, S.P. 33 (“Cartella degli Ariosto”), legato C.te Giberto Borromeo (olim Sala dei Conservatori. Gabinetto Cimeli)
- Milano, Biblioteca Ambrosiana, S.P. II 260 2 (olim E 36 inf., c. 20)
- Modena, Archivio di Stato, Archivio per materie, Letterati, 3, Ariosto, Ludovico
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Ariosto, Ludovico (1474-1533) (olim ASMo, Archivio per materie, Letterati, 3, Ariosto, Ludovico, ins. 8)
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, It. 833 (α G 1 15, olim Ma. X* 31), 16. Lettere
- Napoli, Biblioteca Nazionale «Vittorio Emanuele III», San Martino 353 (olim 18)
- Reggio Emilia, Archivio di Stato, Archivio del Comune, Carteggio del Reggimento, B. ex 561 (1513-1523), Lettera di Ludovico Ariosto, 1523 nov. 24
- Reggio Emilia, Biblioteca Municipale «Antonio Panizzi», Manoscritti Reggiani E 2 (olim CXV A 5)
- Torino, Biblioteche Civiche, Raccolta autografi Henry Prior, 2 1 17 (olim Raccolta Luigi Nomis di Cossilla, I, olim Autografi, 2)
- * Warszawa, Biblioteka Narodowa, Rps BOZ 147
Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)
Data ultima modifica: 23 dicembre 2025 | Cita questa scheda