Ficino, Marsilio
Figline Valdarno [Firenze] 1433–Firenze 1499
Presentazione
Manca ad oggi un’opera d’insieme, che sia aggiornata alla luce delle molte recenti acquisizioni, dedicata agli autografi del Ficino, l’umanista e filosofo, traduttore e commentatore di larga parte della tradizione platonica, nonché autore di opere che da quella stessa tradizione furono ispirate e nutrite, quali il Commentarium in Convivium Platonis de amore (1469) e la Theologia Platonica de immortalitate animorum (1482). Non si può tuttavia dimenticare il contributo fondamentale del più grande studioso di Ficino, Paul Oskar Kristeller, che già nel suo Supplementum Ficinianum aveva dato delle preziose indicazioni, nonché stilato un primo elenco dei Codices a Ficino possessi seu transcripti (Kristeller 1937: i liii-liv), dedicando poi in tempi più recenti un saggio agli autografi e alle lettere originali del Ficino (Kristeller 1964).
Nel riprendere oggi l’argomento, converrà ricordare che le personali attestazioni d’autografia del Ficino, nonché quelle dei suoi contemporanei (→ 9, 10, 24, 53 e P 3, 16), riguardano tutte la stessa scrittura latina, una minuta corsiva, molto caratteristica e facilmente riconoscibile, così come lo è del resto la sua scrittura greca (cfr. la Nota sulla scrittura).
L’avere accertato che il Ficino ebbe una e una sola mano latina e greca, permette di escludere definitivamente la possibilità, sostenuta tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento da Martin Sicherl, che Ficino avesse anche, accanto alla sua ben nota Gelehrtenschrift, anche una Reinschrift o Humanistenkursive, che si è rivelata essere la mano del suo segretario Luca Fabiani (in particolare vd. Sicherl 1962, 1977b, e Gentile 1987b e 2010: 197-200). Per la stessa ragione si possono oggi escludere dall’elenco degli autografi ficiniani due manoscritti divenuti famosi, sia pure per ragioni diverse. Il primo è un miscellaneo parigino (Paris, BnF, Nouv. Acq. Lat. 650), di recente studiato da Gabriella Albanese (2010), probabilmente appartenuto alla famiglia di un amico di gioventù del Ficino, Michele Mercati, che dobbiamo ritenere derivato, almeno per la parte considerata ficiniana, da testi copiati dal filosofo in un altro manoscritto, oggi perduto. L’attribuzione al Ficino è nata da una duplice sottoscrizione che si presenta tuttavia in una forma graficamente inconsueta – « scripta per me Marsilium Fichinensem » – e anche sgrammaticata (Albanese 2010: 261-78 e tavv. vii-ix). Ma al di là di questi particolari, è proprio l’esame della scrittura che vieta di attribuire al Ficino la trascrizione del codice parigino.
Discorso più delicato è quello relativo al secondo manoscritto, un lessico greco-latino (Firenze, BML, Ashb. 1439), che reca la sottoscrizione « Marsilius scribebat Florentiae » (c. 50r), il cui testo è stato pubblicato come autografo (Pintaudi 1977). Anche in questo caso proprio la scrittura ha insinuato il germe del dubbio (Gentile 1984: 23-25, num. 19), che malgrado opinioni diverse (Eleuteri-Canart 1991: 175-77, num. lxxiii tav. a p. 176, ripr. di c. 49v) è stato definitivamente confermato da Ernesto Berti sulla base di un manoscritto londinese da lui scoperto che conserva il più antico esempio di scrittura greca del Ficino, a giudicare dall’incertezza del tratto e dagli errori che lo caratterizzano, e che tuttavia è assolutamente compatibile con quella degli autografi più tardi (Berti 2012: 51-52 num. 30, → 46), mentre la mano del manoscritto Ashburnham non ha nulla a che fare col Ficino e semmai si potrà ipotizzare, anche in questo caso, che discenda da un codice copiato dal filosofo. Del resto se è convincente la datazione del codice londinese agli anni 1456-1457, e se lì la mano greca di Ficino vi appare già “formata”, non si capisce bene quando il Ficino possa avere copiato il lessico, anche perché sappiamo che i suoi studi greci iniziarono non prima del 1456. Si aggiunga come ulteriore elemento stridente, l’uso della cediglia per indicare il dittongo, che Ficino non segna mai, fatte salve un paio di eccezioni (Gentile in Ficino 1990: ccxc).
Una indicazione che consente di datare sia pure con approssimazione l’ingresso di un libro nella biblioteca del Ficino, oppure un suo scritto, è costituito dal modo in cui egli si presenta nelle note di possesso dei codici, o nell’intestazione o nella firma delle sue lettere. A quanto ci è dato sapere, il filosofo negli anni giovanili si presentava come Marsilius Feghinensis: così nell’autografo di Forlì del 1454, quando tuttavia dava già come suo recapito Firenze (→ 36), e in un manoscritto da considerarsi tra le più antiche acquisizioni della sua biblioteca, dove, nella nota di possesso, Feghinensis, ripetuto due volte, è stato poi eraso con cura (Firenze, BRic, 902: → P 28). Nella nota di possesso di un altro manoscritto, invece, è stato successivamente aggiunto sopra il rigo Florentini (Firenze, BRic, 709: → 33). L’indicazione sancisce il distacco dell’umanista dal paese natale, Figline Valdarno, e l’approdo definitivo a Firenze.
In due note di possesso troviamo Fecini corretto in Ficini (→ 30 e P 26), mentre in tre casi è invece rimasto Fecini (→ 33, 51 e P 28). Questa correzione nasce probabilmente dall’esigenza di non favorire assonanze sgradite (si pensa a faex e ai suoi derivati), immediatamente rilevabili dalle maliziose e attente orecchie fiorentine, e va considerata anch’essa come un elemento che permette di considerare le note con Fecinus più antiche rispetto a quelle con Ficinus. Con il fondato dubbio che la nota di Poliziano relativa all’acquisto del ms. Firenze, BML, Plut. 71 33 a Marsilio Fecino (→ P 8) possa essere più tarda e avere un tenore velatamente derisorio. Come Marsilius Feghinensis si presenta il Ficino in una lettera latina a Giovanni de’ Medici (→ 17), che è forse l’autografo più antico a noi noto, assieme a una lettera in volgare che egli scrisse, a nome del padre Dietifeci (→ 11): entrambe sono datate ex Feghinio, purtroppo senza l’anno. Le altre lettere originali giunte sino a noi non sono tutte autografe: molte sono comunque originali, scritte dal segretario del Ficino Luca Fabiani e, negli ultimi anni, dal nipote, Ficino Ficini, che era subentrato al Fabiani nelle funzioni di segretario (cfr. Gentile 1987b e 2006).
In prevalenza latine (solo quattro in volgare), le lettere autografe del Ficino a noi pervenute provengono per massima parte da due fonti (cfr. Kristeller 1987: 21-23). La prima è la famiglia Gaddi, come siamo informati da una lettera di Rosso Antonio Martini a Giovanni Bottari del 20 maggio 1748 (Roma, BAccL, 44 E 10 [1899], cc. 54v-55r) in cui si parla di diciassette lettere relative al Ficino, trovate appunto in casa Gaddi, « dirette la massima parte a Niccolò Michelozzi, cui egli sempre appella vero viro, ed alcune a Lorenzo de’ Medici, suo scolare, di che tanto si pregia, e a Francesco Gaddi. Una è di Ficino Ficinio, che non so se fu per suo fratello, o nipote ». Se quest’ultima qui non interessa (ma dovrebbe coincidere con una lettera un tempo posseduta da Tammaro De Marinis e riprodotta in De Marinis- Perosa 1970: 7, 42 e tav. 14), delle diciassette lettere gaddiane ben dodici (otto autografe), tutte indirizzate a Niccolò Michelozzi, per molti anni segretario del Magnifico, furono acquistate dal Principe Gilberto Borromeo e sono adesso nella biblioteca di famiglia a Isola Bella (→ 37-44). Al nucleo gaddiano appartengono probabilmente anche le due lettere al Michelozzi oggi divise tra la Houghton Library e il fondo Ferrajoli della Vaticana (→ 3-4) e forse la lettera di Lille (→ 45), di cui non conosciamo il destinatario, ma che a giudicare dal contenuto poteva ben essere diretta al segretario di Lorenzo.
L’altra fonte è costituita dalla famiglia Morali di San Miniato, dalle cui carte nel ’700 vennero copiate da Anton Francesco Gori in un manoscritto (Firenze, BMar, B III 65) alcune lettere ai sanminiatesi Michele Mercati e Antonio Morali (meglio noto come Antonio Serafico), amici di gioventù del Ficino, assieme a una a Niccolò Michelozzi, in cui si parla dello stesso Serafico (è quella citata della Houghton Library; su di essa vd. Kristeller 1987: 22-23, che la ritiene comunque di provenienza gaddiana). Dalla stessa fonte potrebbero provenire le lettere della Raccolta Piancastelli e della Biblioteca Zayas dirette ancora al Serafico (→ 36, 61). Un’altra lettera allo stesso destinatario era stata segnalata a San Pietroburgo (Kristeller 1987: 18), ma la paternità ficiniana è stata poi scartata (Kristeller: v 172). Sempre d’ambito sanminiatese, e quindi forse proveniente dalle carte della famiglia Morali, è anche una lettera appartenuta alla collezione di Benjamin Fillon e messa all’asta nel 1878 (Inventaire 1878: 36 num. 812), di cui conosciamo l’argomento (la stampa del Platone latino del 1484) e il destinatario (Michele Mercati). Un’altra lettera della stessa collezione indirizzata a Lorenzo il Magnifico (ivi, num. 813), del quale Ficino avrebbe tessuto le lodi, potrebbe coincidere con quella recentemente scoperta a Berlino (→ 1; cfr. Overgaauw-Sanzotta 2010: 173-74). Nel data-base Kalliope della Staatsbibliothek di Berlino si dà notizia di un’altra lettera del Ficino, contenente anch’essa, analogamente, un « lateinischer Panegyricus auf Laurentius Medici », e conservata presso il Germanisches Nationalmuseum di Norimberga, che potrebbe parimenti corrispondere a quella della collezione Fillon. Purtroppo la lettera norimberghese risulta mancante dal 1968 (comunicazione di Matthias Nudig, che ringrazio). Meritano infine una segnalazione due lettere autografe del Ficino, scritte all’interno di due incunaboli di sue opere. La prima accompagna un esemplare del De Christiana religione donato a Girolamo Rossi da Pistoia (→ 26), la seconda una copia degli Epistolarum libri (→ 10). Conosciamo altri casi analoghi di lettere di accompagnamento di esemplari a stampa di opere ficiniane con lettere non autografe, ma comunque originali, di mano di Luca Fabiani, a testimonianza della singolare abitudine del Ficino di donare ad amici e conoscenti copie personalizzate dei suoi volumi a stampa.
Venendo alle opere maggiori del Ficino, solo del Commentarium in Convivium Platonis de amore, del 1469, abbiamo un manoscritto interamente autografo, scritto sempre nella stessa minuta corsiva, che egli copiò per il suo amicus unicus Giovanni Cavalcanti (→ 9). Possiamo inoltre ricordare la trascrizione autografa di alcune brevi traduzioni che il Ficino inviò ad Aldo Manuzio per la stampa nel 1497 (→ 56). Abbiamo poi due quaderni di lavoro in cui si alternano le mani del Ficino e di suoi collaboratori, in particolare del suo fido segretario Luca Fabiani: sono l’archetipo dei libri v e vi dell’epistolario (→ 27) e il codex unicus della Disputatio contra iudicium astrologorum (→ 28), entrambi tempestati di correzioni autografe. Considerazione analoga a quella riservata agli autografi spetta ai manoscritti delle sue opere copiate da altri ma corrette dal Ficino di sua mano (e che compaiono quindi nella stessa sezione). Rientrano in questa categoria molte copie del Commentarium in Convivium (→ 6, 8-9, 19-20, 22, 50, 52-53, 64) e della traduzione del Pimander (ovvero del Corpus Hermeticum → 2, 7, 18, 31), nonché del primo libro dell’epistolario (→ 21, 23-24). Secondo il medesimo criterio, si sono inserite poi tra gli Autografi anche le copie di edizioni a stampa di opere ficiniane con correzioni autografe (→ 10, 26, 49, 59).
Per quanto concerne invece i libri del Ficino bisognerà distinguere tra libri suoi in senso proprio e quei manoscritti che egli utilizzò e annotò, ma che di fatto non gli appartennero e che si limitò a consultare o a prendere in prestito dalle biblioteche fiorentine. Iniziamo dalla sua biblioteca personale. Abbiamo alcuni manoscritti interamente o in parte copiati dal Ficino per i suoi studi, sia in latino che in greco. Quelli solo in latino sono in parte datati e comunque verosimilmente antecedenti al 1456, compreso l’importante miscellaneo Riccardiano 709, che malgrado la dichiarazione apposta dal Ficino su una guardia, è solo in parte scritto di sua mano (→ 30, 32-33, 51).
I manoscritti interamente o parzialmente copiati in greco vanno considerati posteriori al 1456 (→ 5, 29, 48), mentre sullo spartiacque si colloca il codice londinese scoperto da Berti, che comprende solo una carta, sia pure recto e verso, in greco (→ 46). Particolare attenzione, tra i codici greci, meritano due zibaldoni integralmente autografi, nei quali il filosofo schedò una serie di testi greci rispettivamente sull’amore, in vista della pubblicazione del Commentarium in Convivium (→ 29), e sull’anima, probabilmente una schedatura funzionale alla Theologia Platonica de immortalitate animorum (→ 48).
Sappiamo poi da una celebre lettera del Ficino a Cosimo il Vecchio del 1462, che quest’ultimo lo aveva fornito di « volumina Platonica » con grande generosità (« que ipse largissime porrexisti ») perché potesse studiarli. Tra questi manoscritti dobbiamo immaginare che vi fossero almeno il celebre manoscritto membranaceo di tutto Platone (→ P 11) e il codice di Plotino trascritto da Giovanni Scutariota nel 1460 (→ 54), nonché probabilmente il suo modello antico, allora nella Biblioteca di San Marco (→ P 14). A proposito del testo di Plotino, nel proemio al commento alle Enneadi del 1490 (Ficino 1576: 1537) leggiamo che lo stesso Cosimo « operam […] dedit ut omnes non solum Platonis, sed etiam Plotini libros Grecos haberem ». Per quanto riguarda Platone, la notizia del dono del codice da parte di Cosimo è ribadita in una lettera ad Amerigo Benci di pochi giorni posteriore, in cui il Ficino, ringraziando il Benci per avergli dato un altro codice con le opere del filosofo greco, ricorda che Cosimo « superioribus diebus bibliothecam meam Greco ornavit Platone » (Epistole, i 3: vd. Ficino 1990: 11). Sui due codici di Platone ritorna poi Ficino nel suo testamento, che è del 28 settembre 1499, lasciando il « librum Platonis in Greco in carta bona cum omnibus dyalogis existentem in domo sue habitationis » a Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici « tamquam de se bene merito et ob certas iustas causas animum et conscientiam suam moventes » e disponendo che il « librum Platonis in Greco cum certis dyalogis in carta bombicina », allora in casa di Francesco Cattani da Diacceto, venisse restituito agli eredi di Amerigo Benci; oppure, se ciò non fosse stato possibile, lo lasciava « eidem Francisco amico suo et de se bene merito » (in Kristeller 1937: ii 195). Da questo documento apprendiamo dunque che il Ficino tenne con sé dal 1462 fino alla morte i due codici di Platone. Un’altra disposizione dello stesso testamento lascia poi, « in recompensationem servitiorum eidem testatori prestitorum », a suo nipote Ficino Ficini, che negli ultimi anni era subentrato a Luca Fabiani nel ruolo di segretario, « omnes libros et quaternos cuiuscunque qualitatis et facultatis », fatta ovviamente eccezione per i due codici platonici. Del lascito al nipote resta traccia nella nota di possesso che figura in un celebre codice ficiniano, il Riccardiano 76 (→ P 22), in alcuni notabilia nel Magliabechiano XX 58 (→ 28) e in poche correzioni e postille nel Riccardiano 426 (→ P 24). Ancora nella Riccardiana si conserva un gruppo di ben nove manoscritti appartenenti alla biblioteca del Ficino (→ 32-33 e P 21, 23-28) venduti il 13 febbrario 1732 (s.f., ergo 1733) dal libraio Anton Maria Piazzini a Gabriello Riccardi, dei quali sei portano l’ex libris di Manfredi (→ 32-33 e P 21, 23-24, 27), membro della famiglia Macigni o Macinghi, nato nel 1572 (Bartoletti 2011: 426). Tra i codici venduti da Piazzini andrà forse annoverato anche un altro manoscritto appartenuto al Ficino, il Riccardiano 24 (Proclo, In Timaeum: → P 18), che si potrebbe identificare con il Timeo di Platone scritto in greco della lista del Piazzini al posto del Riccardiano 65 (altro codice, come vedremo, in cui sono state ravvisate tracce ficiniane: → P 20), che a sua volta non ha titolo e non inizia con il Timeo, ma con le Epistulae platoniche (cfr. Bartoletti 2011: 433 num. 9). I due manoscritti autografi contenenti i primi dieci argumenta ai dialoghi platonici (→ 55 e 57), oggi separati (probabilmente ad opera del libraio Guglielmo Libri), ma un tempo uniti in un unico codice, andranno nuovamente ricondotti all’ambiente sanminiatese e alla famiglia Morali, come proverebbe l’indirizzo apposto da una mano della seconda metà del sec. XVI sulla c. 8v del manoscritto parigino: « Al molto Mag. co et Rev. do G. preposto di Cesena M. Aurelio Morali da Sam(minia)to » (segnalazione di Valerio Sanzotta, che ringrazio).
Tra i codici greci (o prevalentemente greci) appartenuti al Ficino, due sono collocati tra gli Autografi e non tra i Postillati, e non solo perché presentano dei brevi testi interamente nella sua mano greca. Sono il Parigino Gr. 1816 e il Vallicelliano F 20 (→ 54 e 60). Nei margini del primo troviamo infatti, in parte autografo e in parte di mano di Luca Fabiani, un primo abbozzo del commento a Plotino. Nel secondo, scritto in collaborazione con il solito Fabiani, ma anche con l’aiuto di Giovanni Pico della Mirandola, il testo della parafrasi ficiniana del De mysteriis di Giamblico. Questi due manoscritti sono quelli maggiormente postillati e sicuramente furono per lungo tempo a disposizione del filosofo, nella sua casa. Altri manoscritti, invece, presentano solo dei segni di richiamo di mano del Ficino, di vari tipi. Il più caratteristico e facilmente riconoscibile è costituito da un semicerchio, singolo o doppio, aperto verso il basso con un frego discendente (diritto o ondulato), che indica l’inizio della porzione di testo che interessava al Ficino ( ), a cui viene contrapposto lo stesso segno capovolto alla fine del passo (
). In alcuni manoscritti questo tipo di segni costituisce l’unico elemento che permette di annoverarli tra quelli letti dal filosofo. Così è per il Laurenziano Plut. 80 9 (l’antico codice della cosiddetta collectio philosophica, codex unicus di parte del commento di Proclo alla Repubblica platonica), in cui i passi “segnati” corrispondono esattamente agli excerpta da questa opera che poi il Ficino tradusse in latino (Gentile 1984: 151-52, num. 117, → P 9); nello stesso codice compare un altro “segno” abituale del Ficino, due lineette orizzontali tra due punti (A), che possiamo ritrovare in forma semplificata, anche con un solo puntino o da sole, e anche ridotte a una sola lineetta orizzontale. Mentre la presenza delle lineette non basta di per sé ad includere un manoscritto tra quelli letti dal Ficino, in assenza di elementi di altra natura, per esempio filologica, la peculiarità dei segni con i semicerchi è tale da giustificarne l’attribuzione al Ficino anche in mancanza di altri indizi probatori (→ P 15). Altro segno abituale del Ficino, anch’esso utilizzato per indicare l’inizio e la fine di un passo che lo interessava, era costituito da un puntino con un frego verticale (¡), capovolto per indicare la fine del passo (!); questo tipo di indicazione è utilizzata per indicare in due manoscritti, il Laurenziano Plut. 80 15 e il Monacense Gr. 461 (→ P 10 e 29), i passi del De abstinentia di Porfirio che il Ficino tradusse. Qualche dubbio ho invece sull’utilizzazione da parte del Ficino di un segno analogo, costituito da due puntini con un frego verticale per indicare l’inizio di un passo interessante e capovolto per indicarne la fine (·|· e .|.). Questo modo di indicare le parti del testo che interessavano potrebbe non essere ficiniano, o esclusivamente ficiniano, ma potrebbe appartenere anche a un altro celebre personaggio della Firenze laurenziana, Giovanni Pico della Mirandola, e forse anche al Poliziano (cfr. Cao 1994: 239). Va però tenuto conto del fatto che, in quattro casi almeno, gli stessi codici recano tracce della mano del Ficino e di quella del Pico (→ 60 e P 2, 7, 12, 30).
La questione dei manoscritti letti e utilizzati dal Ficino, e quindi candidati a far parte della sua “biblioteca”, è piuttosto delicata. Si deve premettere che in linea teorica qualsiasi manoscritto che potesse interessare a Ficino e la cui presenza fosse documentata a Firenze all’epoca potrebbe essere stato consultato dal filosofo. Allo stesso tempo se i manoscritti che gli appartennero personalmente sono spesso tempestati di postille e correzioni, quelli di altre biblioteche, che sappiamo utilizzò, rivelano interventi della sua mano di entità molto minore. Due codici tra quelli che sappiamo appartenuti alla sua biblioteca mostrano un rispetto e una cautela nell’annotazione, che va contro quanto appena detto. Mi riferisco a due codici particolarmente importanti: il primo è il già ricordato Laurenziano Plut. 71 33, con i trattati del Pimander che sappiamo portato dal monaco Leonardo da Pistoia a Firenze e affidato da Cosimo a Ficino perché subito lo traducesse nel 1463 (→ P 8); il secondo è il Laurenziano Plut. 85 9, il già citato codice di tutto Platone che lo stesso Cosimo affidò a Ficino (→ P 11). Nel primo caso sono stati rilevati solo dei segni di richiamo in margine, in corrispondenza di passi particolarmente significativi, ma null’altro; il fatto che questo manoscritto venne poi venduto ad Angelo Poliziano non libera da una certa perplessità nel vedere cosí pochi segni di lettura da parte del Ficino, a meno che non sia intervenuto al momento della traduzione una sorta di religioso rispetto nei confronti del manoscritto contenente i testi dell’antichissimo Ermete e che in seguito il Ficino non sia piú tornato su quel testo, come del resto si può anche desumere dalla recente edizione di questa traduzione ficiniana (Campanelli 2011), che non fu mai sottoposta a revisione. Quanto al Plut. 85 9, si è già detto che questo codice dovette essere considerato come una sorta di libro sacro dal Ficino, che forse non volle profanarlo con eccessivi interventi (Berti 2001: 356-58: Gentile 2002: 429-30).
Ma si deve tener conto anche di quella che dovette essere la prassi del Ficino nelle sue traduzioni, quella cioè di copiare dei manoscritti di lavoro sui quali poi egli effettuava i suoi studi e le sue versioni dal greco, volumi per altro piú agili e maneggevoli di quanto non fosse l’imponente e bellissimo codice giunto da Bisanzio (Berti 1996: 141-47; Gentile 2002: 429-30). L ’esistenza di questi quaderni di lavoro va ipotizzata tra l’altro proprio per spiegare le discordanze tra il testo offerto dai due manoscritti platonici che sappiamo per certo utilizzati dal Ficino – i Laurenziani Plut. 85 9 e Conv. Soppr. 180, quest’ultimo appartenuto ad Antonio Corbinelli e poi passato alla Badia fiorentina – e la sua traduzione latina, che presuppone in molti casi lezioni non attestate da questi due codici (→ P 11 e 5). Quando un manoscritto che si trovava a Firenze all’epoca del Ficino viene indicato come possibile fonte di una lezione accolta nella traduzione ficiniana, che non compare nei due manoscritti appena elencati, l’assenza di postille o segni ficiniani non è di per sé un motivo per escludere tale possibilità, visto il rispetto che il Ficino mostra, nei casi documentati, nei confronti di libri appartenuti ad altri. Possiamo ricordare due manoscritti che vennero quasi certamente utilizzati dal Ficino e che tuttavia non recano tracce evidenti di suoi interventi: il Laurenziano Conv. Soppr. 78, anch’esso proveniente dalla Badia fiorentina e appartenuto al Corbinelli, comprendente uno dei primi testi greci tradotti dal Ficino, il commento di Ermia al Fedro platonico (Gentile 1990: 97; Lucarini 2010; va definitivamente escluso il Conv. Soppr. 103 come diretto modello della traduzione ficiniana); e il Laurenziano Plut. 87 20, un celebre miscellaneo codex unicus del De daemonibus di Psello, opuscolo tradotto in latino dal Ficino (Gentile 1984: 123-25, num. 96).
La questione della presenza della mano ficiniana si fa piú delicata quando un manoscritto viene indicato come usato dal filosofo sulla base di lezioni singolari che lo contraddistinguono e insieme lo accomunano alla traduzione latina, e allo stesso tempo mostra “segni” di richiamo del tipo di quelli usati dal Ficino e magari brevi annotazioni che potrebbero essere di sua mano. Si intrecciano in questi casi elementi di natura filologica con impressioni di natura paleografica, con un risultato finale di non facile valutazione. Questa situazione accomuna tre manoscritti di Platone per i quali è stata avanzata l’ipotesi che possano essere stati utilizzati e annotati dal Ficino. Il primo è il ms. Riccardiano 65, copiato da Demetrio Scarano, che visse a Firenze nel monastero di Santa Maria degli Angeli dal 1416 al 1426 (→ P 20). Alcune correzioni in margine a questo manoscritto sono state attribuite alla mano del Ficino. In realtà ad un piú attento esame, di nove correzioni, solo due (entrambe relative all’Apologia) possono essergli attribuite con ragionevole certezza. In compenso la corrispondenza tra alcune delle varianti marginali sicuramente non attribuibili al Ficino e il testo che lui trascrisse nell’Ambrosiano F 19 sup. (→ 48), nonché la sua traduzione latina, inducono a credere, per la loro rarità, che il Ficino possa aver consultato proprio questo manoscritto dopo che le varianti erano state aggiunte da un correttore precedente (cfr. Berti 1996: 137-41). Il secondo manoscritto è il Laurenziano Conv. Soppr. 42, della Badia fiorentina (→ P 3), proveniente, come il 180, dalla biblioteca di Antonio Corbinelli. Nella c. 144, aggiunta posteriore di una mano identificabile con quella del Corbinelli stesso, vi sono delle varianti interlineari, costituite da pochissime lettere e introdotte da al., in una scrittura, per quanto si può giudicare dall’esiguità delle correzioni, senz’altro ficiniana. Tali varianti introducono lezioni riconducibili al Plut. 85 9 e sembrerebbe quindi giustificata l’attribuzione al Ficino, che verosimilmente collazionò solo questa carta, piú recente del resto del codice, con il manoscritto in suo possesso, di cui segnò nello spazio interlineare della copia corbinelliana anche le varianti errate. Per quanto concerne invece il terzo manoscritto, il Conv. Soppr. 54 (→ P 4), anch’esso di provenienza Corbinelli, da un punto di vista paleografico abbiamo solo degli indizi, vale a dire la presenza delle doppie lineette con o senza i puntini, considerato che l’unica correzione attribuita alla sua mano è da ritenersi apposta da un lettore contemporaneo al copista, se non da questo stesso (c. 12v, ἔστι: il nesso sigma-tau non è ficiniano). Su di un versante non paleografico ma piuttosto filologico, abbiamo invece l’indicazione che da questo manoscritto deriva il Prologus di Albino che il Ficino copiò di sua mano nel Parigino Gr. 1816 (→ 54; cfr. Reis 1999: 194, 198, 230; Carlini 2006: 62). Piú debole è la constatazione che, in corrispondenza di alcuni dei passi del Parmenide integrati dal Ficino in margine al Plut. 85 9, il Conv. Soppr. 54 presenta dei singoli freghi orizzontali, visto che la corripondenza tra le integrazioni e il testo nella presunta fonte dell’integrazione stessa non è perfetta (cfr. Reis 1999: 194).
Mi sono convinto a registrare questi tre manoscritti tra gli autografi ficiniani in virtú della considerazione che gli indizi esposti, pur con il loro diverso indice di affidabilità, inducono a ritenere che il Ficino li abbia effettivamente consultati. D’altro canto se per il Riccardiano abbiamo una significativa identità di scrittura, unita alla sicura presenza a Firenze del codice e alle sue lezioni peculiari fatte proprie dal Ficino nella copia Ambrosiana e nella sua traduzione latina, per gli altri due manoscritti la loro appartenenza alla biblioteca della Badia fiorentina già di per sé rende verosimile che il Ficino li abbia avuti per le mani, perché è certo che egli consultò in quella biblioteca almeno un codice platonico, vale a dire il Conv. Soppr. 180. Dei codici platonici utilizzati dal Ficino resta ancora da identificare quello che gli diede Amerigo Benci, « cum certis dyalogis in carta bombicina ».
Un accenno infine ad altri manoscritti, oltre al Parigino e al lessico Ashburnham, di cui si è detto all’inizio, che vanno tolti definitivamente dall’elenco dei postillati ficiniani. Innanzi tutto tre manoscritti di Platone (Firenze, BML, Plut. 59 1, 85 6 e 85 7; scartati già in Gentile 1987a: 52-60, 69 e n. 39), poi un codice della traduzione traversariana delle Vitae philosophorum di Diogene Laerzio (che un tempo mi era parso annotato dal Ficino: Firenze, BML, Plut. 89 inf. 48: vd. Gentile 1984: 11-12, num. 10), uno Strabone latino con nota di possesso Marsylii Ficini che non pare autentica (Firenze, BML, Plut. 30 8; cfr. Kristeller 1937: i liii; Gentile 1984: 58 num. 44; Gentile 1992: 187 num. 91), un Lessico di Arpocrazione (Firenze, BML, Plut. 58 4; cfr. Marcel 1958: 254, n. 2; Sicherl 1962: 59 num. 1; Kristeller 1964: 25; Kristeller 1987: 72; le postille vanno attribuite a Lauro Quirini: vd. Speranzi 2010a: 250), un codice di Igino (Milano, BTriv, 690; cfr. Kristeller 1987: 108; Kristeller: v 60), un miscellaneo latino con postille greche già attribuite al Ficino (Firenze, BNCF, ii IX 148; cfr. Kristeller: v 572-73). Aggiungiamo infine che andranno esclusi dagli autografi ficiniani la trascrizione di una carta in un codice che è tutto di mano di Bartolomeo Fonzio (Firenze, BRic, 62; cfr. Kristeller: i 184; v 604-5; Sicherl 1962: 60 num. 13; Kristeller 1964: 27: Kristeller 1987: 83; cfr. in questo volume la scheda Bartolomeo Fonzio, pp. 169-96, → 36) e di un manoscritto di Aristofane, in realtà di mano di Niccolò Della Luna (Firenze, BRic, 36: cfr. Harlfinger 1976: 350; l’attribuzione a Niccolò è di Speranzi 2010a: 198-202 e tav. x), nonché la traduzione degli inni attribuiti a Orfeo, di quelli di Proclo e degli Oracula Chaldaica, ritenuta un tempo autografa del Ficino, ma in realtà dovuta a Giano Lascari (Firenze, BML, Plut. 36 35: cfr. Kristeller 1964: 25; Gentile 1984: 25-27, num. 20; Gentile 1986; Kristeller 1987: 72). Dall’elenco degli autografi ficiniani andrà infine depennato un incunabolo della Expositio libri Ethicorum Aristotelis di Donato Acciaiuoli (Firenze, San Iacopo di Ripoli, 1478, ISTC ia00017000) con postille già ritenute di mano del Ficino e contenente all’interno un foglietto (incollato su c. iiv) con le minute di due brevi lettere: la prima di mano di Luca Fabiani, è compresa nella silloge epistolare ficiniana (Epistole, viii 37: Ficino 1576: 875); non cosí la seconda, che, sebbene non sia autografa, ma della stessa mano cui si devono le postille, per contenuto e stile andrà anch’essa attribuita al Ficino (Firenze, BNCF, Inc. Magl. C 1 10: cfr. Gentile 1984: 143-44, num. 111; Gentile in Ficino 1990: cxviii-cxix).
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Nota paleografica
La scrittura del F., una volta rigettati un paio di presunti autografi e scartata la possibilità che egli abbia frequentato anche un registro piuttosto elegante e conforme al gusto umanistico (cfr. la Nota introduttiva), si presenta con una notevole omogeneità, costante in tutto l’arco della sua attività di scrittore, copista e postillatore, sia in latino che in greco.
A differenza dei suoi segretari e copisti di fiducia, quali Luca Fabiani, Sebastiano Salvini e Ficino Ficini, che oscillano tra un’umanistica corsiva leggermente inclinata a destra e una bastarda all’antica piú raddrizzata e posata, a seconda del tipo di copia che dovevano effettuare, la mano latina del F. non si può certo ricondurre entro i canoni della scrittura umanistica. Nella sua minuta corsiva convivono elementi del sistema moderno – quali a dalla spalla alta, d cosiddetta onciale, r tonda, s maiuscola in fine di parola, la nota tachigrafica 7 per la congiunzione – accanto alla corrispondente variante all’antica. La mescolanza che ne viene fuori rende la scrittura del F. oltremodo personale, facilmente riconoscibile, e comunque non priva di una sua innata eleganza come si può vedere per esempio nel suo autografo piú tardo, la lettera di dedica apposta a un esemplare dell’editio princeps del suo epistolario conservato a Durham (→ 10). Allo stesso tempo vien fatto di pensare che la scrittura del F. in qualche modo rifletta la sua cultura e la sua formazione, inizialmente medievali, nutrite della lettura di Aristotele e degli scolastici, poi dei platonici accessibili al mondo latino ed infine dei testi greci in lingua originale, tratto questo pienamente umanistico.
L ’andamento della sua scrittura è sempre corsiveggiante, anche quando il F. copia estese porzioni di testo o mss. interi. L ’unica eccezione è costituita dalla grafia della sua lettera a Giovanni di Cosimo de’ Medici, molto piú posata e con tutte le varianti proprie della scrittura umanistica (s diritta in fine di parola, d diritta e cosí via). Tuttavia anche in questa lettera, che forse è il suo autografo piú antico, il F. mostra alcune caratteristiche che resteranno sue peculiari, come la m finale di parola con prolungamento sotto il rigo tondeggiante (caratteristica, questa, di tradizione medievale). L ’impressione è quella di uno sforzo palese per adattare al gusto umanistico una mano che, oramai formata, stentava a piegarsi alla scrittura di moda del tempo. Lo stesso sforzo, e la stessa rigidità del tratto, si ritrova nelle note di possesso presenti in alcuni mss. tra i piú antichi della sua biblioteca (per es. → 30, 33, 51).
Tornando alla sua scrittura piú consueta, si può notare una prevalenza negli anni piú maturi di un tratto di penna piú sottile e di un andamento meno tondeggiante, rispetto agli autografi degli anni giovanili. Resta il fatto che muovendo dal suo autografo datato piú antico (la lettera ad Antonio Serafico: → 36) per giungere alla lettera di dedica del volume degli Epistolarum libri, fatti salvi i cambiamenti nello spessore del tratto delle lettere, l’identità di mano salta comunque agli occhi. Si rileverà anche come, a differenza di quelle dei suoi amici Pico e Poliziano, la scrittura del F. non scade mai nell’illeggibilità, anche negli ess. piú rapidi e trascurati.
Grosso modo le stesse considerazioni si possono fare a proposito della scrittura greca, dove ritroviamo la stessa penna, lo stesso andamento e la stessa rapidità di tratto della mano latina. Cosí è pure per la omogeneità nel tempo, confermata dalla scoperta da parte di Ernesto Berti di quello che deve essere considerato il piú antico es. di scrittura greca del F. (per una certa rozzezza e per gli errori e le incertezze che lo caratterizzano: → 46). Vista da lontano la scrittura greca del F. si può confondere facilmente con la latina, sua scrittura “nativa”, di cui è un adattamento; e sfugge anch’essa da qualsiasi canone stilistico, costituendo il pendant della sua scrittura latina.
Censimento
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Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 11 gennaio 2026 | Cita questa scheda