Giambullari, Pierfrancesco

Firenze 1495–1555

Presentazione

Nella valutazione della sua recente editrice il Giambullari risulta un appartato che si muove in una prospettiva pregutemberghiana (vd. Bonomi in Giambullari 1986). La riservatezza del personaggio è fuor di dubbio, ma una considerazione dei suoi autografi e delle varie edizioni in cui travasò tempestivamente quanto veniva via via scrivendo (Il Gello, 1546 e 1548; le collettive Lettioni, 1547; le sue Lezzioni, 1551; la grammatica Della lingua che si parla e si scrive in Firenze nel 1552) spinge quasi a rovesciare il giudizio: attentissimo agli aspetti non solo linguistici ma più in generale formali nella presentazione dei testi e legato ormai indissolubilmente al moderno strumento di riproduzione e diffusione dei libri, Giambullari pare da ascrivere piuttosto alle truppe scelte degli incontentabili postgutemberghiani, cui senz’altro lo annette – se, come sembra, si tratta del nostro – la controfigura di Neri Dortelata (= ordinalettera: Gatti 1980), preoccupato per minuzie ortografiche come di solito lo sono i non fiorentini (nella Toscana cinquecentesca si ricordi almeno il contemporaneo Claudio Tolomei, con il quale pare aver avuto qualche screzio a distanza; ma il pensiero corre ai lombardi Gherardini e Dossi, secoli dopo).

Del giovane Giambullari resta poco. Nulla dei primi studi e quasi nulla dell’opera di segretario che pare aver svolto per parecchi anni al servizio della famiglia de’ Medici (per Alfonsina madre del giovane Lorenzo) e dei suoi uomini in Firenze (Goro Gheri), ricevendone vari benefici ecclesiastici (sotto la nuova linea dinastica si colloca la sua prima uscita pubblica a stampa, già insieme a G.B. Gelli, l’Apparato et feste per le nozze di Cosimo nel 1539). Genericamente giovanile, a partire da Moreni (in Giambullari 1820), è considerata la fatica di allestimento di un manoscritto miscellaneo di rime volgari (→ 16), fra le quali diverse sue, in cui si qualifica come « P. Lari » (non è ben chiaro perché). Non molti documenti (→ 2-9) – almeno in attesa di spogli più sistematici, visto che i pochi condotti per questa occasione sullo spunto di Moreni (in Giambullari 1820) e Valacca 1898 hanno dato immediati risultati – illustrano per ora il suo canonicato presso la basilica di San Lorenzo, effettivo a partire dal 1527, anche se fra questi brilla la redazione delle prime Costituzioni dei canonici (del 1539-1541, → 8 e 4), le uniche a venire stese in volgare. Di un epistolario che fu probabilmente abbastanza ricco si conoscono per ora sopravvivenze casuali: sul versante dello studio e dell’erudizione, i due tardi scambi noti col Borghini (del 1549 e del 1551, → 19) e col potente Pier Francesco Riccio del 1541 (→ 13) lasciano riconoscere il tono di una consuetudine, ed entrambi i casi confermano il ruolo di primo piano nella gestione del patrimonio della Biblioteca di San Lorenzo e dei suoi “strumenti di consultazione” (anche se per ora nulla è emerso in loco sul piano documentario). Se l’impegno maggiore del Giambullari fu quello di linguista e dantista, il compendio a uso privato della Poetica di Aristotele (→ 17), compilato sulla base della traduzione latina di Alfonso de’ Pazzi (e ci resta anche il suo esemplare postillato di un’edizione basilese del 1537, → P 1), testimonia interessi che paiono arricchire il profilo dell’autore nella direzione dei più vivi dibattiti critici contemporanei.

Del lungo lavoro dedicato a Dante non è sopravvissuto quello che doveva essere il nucleo principale: un’opera non conclusa, probabilmente in parte consegnata anche a molteplici postillature di esemplari a stampa (→ P 4, di servizio, e l’edizione dispersa segnalata da Barbi),1 dopo la sua morte passata per le mani di G.B. Gelli che se ne servì, citandola, nelle proprie successive Letture dantesche (vd. Barbi 1890); opera che nel gennaio 1542 era stata comunque già approvata dall’Accademia fiorentina (Giambullari vi entrò prestissimo e fu uno dei sostenitori della virata in senso cosimiano e istituzionale). Del suo fervore in questo campo, dove particolarmente si distinse, restano comunque varie consistenti prove: il discorso De ’l sito, forma, et misure, dello Inferno di Dante (Firenze, Neri Dortelata, 1544) e la corrispondente Lettura sopra il sito del Purgatorio tenuta nel novembre 1541, andata a stampa nel 1547 (con Lettioni di altri accademici, Firenze, Doni) e poi ristampata con altre Lezzioni dantesche del solo Giambullari nel 1551 (Torrentino). Di quest’ultima lettura sopravvivono un autografo (→ 21) e una copia (Riccardiano 2549). Discende in qualche modo dal perduto commento (che comprendeva anche una biografia) la lettura del canto i dell’Inferno, trasmessa, in redazioni leggermente diverse, da un Marciano autografo (forse databile al 1538, → 23) e da un riccardiano (→ 22) di mano di un copista altrimenti noto (→ 16), sul quale si individua però la mano di Giambullari in due lezioni marginali, alle cc. 1076 e 1089 (10 e 15 della numerazione originale).

Gli interessi linguistici erano molto articolati e si esplicarono anzitutto sul piano storico-politico, con l’adesione alla tesi dell’origine aramaica dell’etrusco, considerato ascendente diretto del toscano, tesi di cui Giambullari fu uno dei principali sostenitori; del passaggio sarebbe artefice Giano-Noè, fondatore di una civiltà che precedette la greca e la romana e dalla quale ricadeva sulla Toscana medicea un’aura di particolare antichità e autorevolezza (Il Gello, poi Origine della lingua fiorentina, in due edizioni locali: Doni, 1546, e Torrentino, 1549). Sul piano propriamente linguistico fu autore di una grammatica, la prima della lingua fiorentina, la cui editio princeps e unica (De la lingua che si parla et scrive in Firenze. Et uno dialogo di Giovan Batista Gelli sopra la difficultà dello ordinare detta lingua, Firenze, Torrentino, 1552 ca.) fortunatamente non ha portato alla scomparsa dei due manoscritti autografi. La moderna edizione critica (Giambullari 1986) si è rifatta al più elaborato dei due (→ 15), con titolo diverso, a scapito della bella copia (→ 14), forse offerta al figlio di Cosimo nel 1548, e della stampa, considerata per diversi aspetti inaffidabile. L’autorevolezza del Giambullari in materia di lingua, ed evidentemente anche di stile, giustifica la sua presenza nel team di revisori (con Cosimo Bartoli, Vincenzio Borghini e Carlo Lenzoni) della prima edizione torrentiniana delle Vite di Giorgio Vasari (le lettere scambiate con l’aretino stanno tutte attorno a quella impresa: → 1), con un ruolo che – sulla base di un reperto emerso recentissimamente e purtroppo isolato (→ 20) – pare essere stato preminente, più di quanto non si pensasse finora.

I manoscritti originali di Giambullari, in particolare quelli della grammatica (intitolati Regole della lingua fiorentina) e il frammento dell’Istoria dell’Europa, testimoniano grande accuratezza e gusto grafico non comune: misure dello specchio, disposizione di titoli, rubriche, titoli correnti e segnaletica grafica e paratestuale impostano nel primo caso la soluzione che sarà poi del tipografo Torrentino, e nell’altro quella tipica delle edizioni dei testi storici fonte di Giambullari (titoli correnti, ampi margini e rubricatura marginale sistematica). A ciò si aggiunge la particolarissima cura ortografica sulla scorta delle norme dortelatiane, che è attestata con maggiore regolarità in alcuni codici (→ 14 e 18), ed emerge in vario grado in altri manufatti (→ 15), fino ad approdare per alcuni dettagli (come l’accento circonflesso su tronchi e monosillabi) alle stampe. Una cura che s’inquadra nella ricerca di soluzioni standard che è tipica di una fase ormai matura dell’editoria cinquecentesca, come si diceva, e non di una posizione attardata (pur potendovi riconoscere quel tanto di curioso e marginale che sempre si accompagna a simili atteggiamenti, soprattutto in situazioni provinciali). Il gusto per le misure e le proporzioni fisiche del libro si potrà immaginarlo educato sui codici laurenziani e sulle stampe cinquecentesche, in particolare i nitidi e tipograficamente caratteristici prodotti dell’editoria umanistica europea di argomento storico: tra i volumi della sua biblioteca finora rintracciati spiccano infatti alcuni esemplari delle opere già individuate dalla erudizione otto-novecentesca (Kirner 1889 e Marangoni in Giambullari 1910) quali fonti della sua storia dell’Europa medievale, mentre attende ancora un recupero tutto il côté dantesco e linguistico. Si consideri che gli esemplari individuati esibiscono in frontespizio, oltre alle note di possesso, una segnatura numerica originale che parrebbe testimoniare (se non si tratta di un sistema misto di collocazione-classificazione) una consistenza notevolissima della biblioteca a stampa nella disponibilità del Giambullari. Una particolare attenzione per la tradizione del libro manoscritto e per quella del libro a stampa pare d’altra parte essere alla base anche delle sue abitudini grafiche.

Restano fuori dal censimento alcune attestazioni minime contenute in documenti dell’Archivio capitolare di San Lorenzo: 35, Filza secunda continens instrumenta venditionum et emptionum Cap.li S. Lau., B (Filze di Toscana, 1427-1567), cc. 152v e 168v, 174v, con semplici intestazioni di ricevute e documenti (30 ottobre 1544, 4 febbraio e 4 maggio 1550); 3867, Filza prima testamentorum capli Sti Laure(n)ti, A, c. 204v, intestazione di un documento, 4 agosto 1542; e ciò in ragione della minima estensione e della necessità di individuare altri documenti analoghi. In un ambiente prossimo al Giambullari pare collocabile il postillatore delle Enneades di Marco Antonio Sabellico, Venezia, Bernardino Vercellese, 1498-1504, Secunda pars […] ab inclinatione Romani Imperii usque ad annum 1504, Firenze, nella copia BNCF, Magl. 11._.149, che però si distingue nettamente da lui ed è probabilmente più anziano.



Bibliografia
Barbi 1890 = Michele B., Della fortuna di Dante nel secolo XVI, Pisa, Nistri.
Gatti 1980 = Guido G., «Quest’è quel goffo e quel malvagio Neri», in «Lingua nostra», xli, pp. 19-20.
Giambullari 1820 = Saggio di poesie inedite di Pier Francesco Giambullari, [a cura di Domenico Moreni,] Firenze, Magheri.
Giambullari 1910 = Pier Francesco G., Storia d’Europa, intr. e commento di Guido Marangoni, Milano, Vallardi.
Giambullari 1986 = Id., Regole della lingua fiorentina, ed. critica a cura di Ilaria Bonomi, Firenze, Accademia della Crusca.
Kirner 1889 = Giuseppe K., Sulla ‘Storia dell’Europa’ di Pierfrancesco Giambullari, in «Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa. Filosofia e Filologia», vi, pp. 243-84.
Valacca 1898 = Clemente V., La vita e le opere di messer Pierfrancesco Giambullari. Parte prima 1495-1541, Bitonto, Garofalo.

1. Si tratta di una copia dell’edizione Le terze rime di Dante, Venezia, Aldo Manuzio, 1502, che Barbi vide presso la Collezione Kirner a Livorno, con una « esposizione dei primi diciassette canti del Purgatorio non che di canti e di brani staccati della stessa cantica, dell’Inferno e del Paradiso scritta accuratamente sui margini » (Barbi 1890: 198).

Nota paleografica

La grafia del G. maturo si presenta molto regolare, di poco ingombro, di grande chiarezza e leggibilità, poco inclinata a destra, e per lo più poco legata (→ 17, p. 16, nominum tutto slegato, inflexione con solo -io- legato) e pochissimo propensa a compendiare o ridurre i tratti. La scarsa inclinazione e la cura del disegno delle lettere per assicurare la perspicuità di tutti i singoli tratti farebbero pensare di primo acchito a una grafia in cui la naturale tendenza cancelleresca subisce l’influsso delle forme librarie antiche: una sorta di reinterpretazione della cosiddetta “umanistica corsiva” quattrocentesca, di cui tende a riprendere i tratti eleganti più che non quelli corsivi. Le tarde declinazioni di quello stile grafico erano ancora ben vive nei primi due decenni del secolo nell’ambiente attorno a Bartolomeo Fonzio illustrato in Caroti-Zamponi 1974, e le prove del G. sono avvicinabili in particolare alla scrittura del fratello Niccolò Fonzio e a quella di Francesco Baroncini (vd. nel vol. cit. le tavv. xlv-xlviii e le schede 65-66 e 68-69). In parallelo si può ipotizzare un influsso dei libri a stampa in tondo (tutte in tondo sono le edizioni torrentiniane di sue opere, mentre in corsivo era la nota del Dortelata e Il Gello edito dal Doni nel 1546). Se si assume come termine di confronto non impostato la lettera 12 del 1524 (in effetti l’unico disponibile, insieme ad alcuni passaggi del num. 6, del 1531, che andrà però analizzato partitamente), le copie di registro del 1517-1518 al num. 11 (attribuite da Valacca 1898: la prima presenta tratti anomali) mostrano l’avvio ancora incerto di una ricerca grafica (con evidente propensione al tondo), mentre tutte le altre scritture (che si direbbero per questo tutte più tarde), anche epistolari, risultano sottomesse a una regola assunta intimamente. Il caso citato (num. 12), in effetti, depone per una scarsa inclinazione originaria; e si può affermare che all’effetto complessivo – la mano, nella sua fase matura e impostata, è inconfondibile – concorrono altre caratteristiche: il ridotto appoggio delle lettere sul rigo in conseguenza del disegno spigoloso di quelle che potrebbero allargarsi (a, u, c) e una sorta di schiacciamento ai lati; una forte varietà di inclinazione tra le lettere (a destra m, n, t, alcune r); la lieve sinuosità, a volte quasi un tremolio, di m, n, b, f, l. Al di sotto di tale varietà del tratto, in combinazione con l’altra diversa tendenza di fondo che riguarda l’impostazione generale della grafia, par di avvertire un’infatuazione per alcune grafie più ricercate, forse non senza rapporto con l’ideologia storico-linguistica dell’autore e con la sua lunga esperienza di mss. di varia antichità. Dalla complessità della posizione di G. discende una sorta di instabilità di molti dettagli della grafia. Spicca la d di tipo onciale (l’a onciale in num. 12, forse con funzione di maiuscola, ha un riscontro in num. 16), che se a volte tende alla verticalità, più spesso allunga a sinistra e piega verso il basso l’asta con un percorso incerto (num. 18). Le lettere con aste che salgono (b, f, h, l ) modulano le terminazioni: la soluzione verticale si modifica in quella con piccola inclinazione finale a destra, in quella con semplice ispessimento o con riconoscibile breve tratto discendente verso sinistra, fino a quella con occhielli finali solo accennati o decisamente riconoscibili, di varie dimensioni. I tratti discendenti di p e q sono di norma chiusi da un tratto orizzontale, ma per la prima si dànno varie eccezioni (num. 19, tardo, e anche num. 21), e la seconda arriva ad avere l’occhiello completamente separato dall’asta in prove tarde (num. 19). L’occhiello delle o è spesso acciaccato in alto a destra; quello delle a, quando è più curato (num. 16, ecc.) o in prove tarde (num. 19), ha il tratto discendente verso il basso diagonale e molto distante da quello di chiusura a destra; la e è di regola ben disegnata e posata anche in fine di parola, ma in alcune realizzazioni (num. 16, 21) si segnalano tratti orizzontali e svolazzi finali (ma si veda oltre); l’occhiello della b ha molte volte l’angolo di appicco con la base stretto, mentre in alto spesso non chiude (non in num. 16), per lo più fermandosi a breve distanza, a volte piegando in basso o in alto. Col passare del tempo il disegno degli occhielli (a, b, d, e, g, p, q) tende a un tracciato poligonale, e la stessa tendenza interessa tutte le curve (da qui discende la mobilità del tratto). Le ss doppie sono di disegno basso ma si alzano come per effetto di una compressione laterale. Quasi calligrafici, nelle copie più posate (num. 14, 16), i nessi st e ct (questo solo in num. 17, latino). Le maiuscole sono spesso utilizzate all’interno del periodo (B, C, P, T: l’ultima, se iniziale, non ha mai il disegno della minuscola); la C racchiude spesso al suo interno la lettera successiva.

Il controllo della scrittura si manifesta però soprattutto nell’adozione – con grado variabile di completezza – di morfologie dei segni cui sono attribuite particolari funzionalità ortofoniche da Neri Dortelata nello scritto rivolto A gli amatori della lingua fiorentina che accompagna Ficino 1544: al punto che il misterioso personaggio sembra identificabile con G. (Fiorelli 1956; Gatti 1980). Il quadro dei fenomeni possibili è questo: a) rappresentazione di e aperta in forma « cancelleresca » (caratterizzata dal taglio orizzontale della parte inferiore dell’occhiello, con un piccolo tratto che esce a destra); b) di o aperta in controcarattere tondo (di fatto apprezzabile solo a stampa); c) di i semivocalica o diacritica senza il puntino; d) di u vocale distinta da v (semi) consonante; e) della s sonora con alta e della sorda con s; f 1) disambiguazione tramite z delle grafie solatio-ufitio; f 2) di z sonora (zoppo) e z sorda (senza) tramite curvatura e discesa sotto il rigo del tratto orizzontale inferiore della prima; f 3) distinzione tra z intervocalica semplice e doppia, sonora (razi, mezzo) o sorda (amicizia, accozza) che sia (per l’ultima è considerata anche la soluzione tz), e connesso utilizzo di zz per distinzioni su base etimologica (azzione vs imitazione) secondo il principio « due segni moderni per due segni antichi »; g) utilizzo di h solo per interiezioni e ch gh + i o e; abbandono di k e x; h) indicazione di accento acuto su tutte le parole non tronche o monosillabe, per le quali si adotta il circonflesso. Fra gli autografi del G. si segnala il num. 15, la minuta delle Regole, per l’adozione di a (in ê e cioê regolarmente, altrove saltuariamente: p. 92 dietro, 93 pien), b (saltuario, e comunque difficile da apprezzare), c (senza però reale funzione distintiva, qui e altrove), d, e, f, g, h (solo nelle poche parti in bella copia tralascia gli acuti). Più contenuto il num. 14, che assume: a (solo in ê e cioê regolarmente), d, e, f, g, h (limitatamente ai circonflessi). Notevole il copista del num. 18, che (insieme a grafie etimologiche per lo più evitate da G., come adv) si serve di: d, e (con qualche irregolarità), f 1, f 3, g, h (gli acuti fino alle pp. 54-55, poi scompaiono); la maggior inclinazione della mano consente di distinguere alcuni casi di b; mentre G. nei suoi interventi aggiunge: saltuariamente a, con più regolarità f 2, di quando in quando h per gli acuti. In num. 4 e 21 si segnala l’utilizzo di tz (equinotziale, atzione, animalutzi, ratzionali, tondetza) e del circonflesso (solo su ê, le altre ossitone hanno l’acuto), mentre le altre soluzioni sono disattese (vistose le h- etimologiche), come accade anche in num. 16, 23, e in generale nelle lettere.



Bibliografia
Caroti-Zamponi 1974 = Stefano C.-Stefano Z., Lo scrittoio di Bartolomeo Fonzio, umanista fiorentino, con una nota di Emanuele Casamassima, Milano, Il Polifilo.
Ficino 1544 = Marsilio F., Sopra lo amore o ver’ Convito di Platone, [a cura di Cosimo Bartoli,] Firenze, Neri Dortelata.
Fiorelli 1956 = Piero F., Pierfrancesco Giambullari e la riforma dell’alfabeto, in «Studi di filologia italiana», xiv, pp. 177-210.
Gatti 1980 = Guido G., «Quest’è quel goffo e quel malvagio Neri», in «Lingua nostra», xli, pp. 19-20.
Valacca 1898 = Clemente V., La vita e le opere di messer Pierfrancesco Giambullari. Parte prima 1495-1541, Bitonto, Garofalo.

Censimento

  1. Arezzo, Museo di Casa Vasari, Carte Vasari 11
  2. Ferrara, Archivio di Stato, Copialettere di Goro Gheri, voll. II e IV
  3. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 1
  4. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 2129
  5. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 2173
  6. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 2299
  7. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 2479
  8. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 5143
  9. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, 5144, Filza 2da di scritture appartenenti alla Carità dei Cappellani di S. Lorenzo, ins. 2
  10. Firenze, Archivio Capitolare di San Lorenzo, Perg. 1214 (olim Mazzo 75, n. 741)
  11. Firenze, Archivio di Stato, Carte Strozziane, Appendice, 3 10
  12. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo avanti il Principato 118, num. 250
  13. Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 1169
  14. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. IV 8 (provenienza Biblioteca Mediceo-Palatina)
  15. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. IV 59 (già di Michele della Rocca; provenienza Segreteria Vecchia)
  16. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 371 (provenienza Marmi)
  17. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 487 (provenienza Magliabechi)
  18. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXIV 111
  19. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXV 551 (provenienza Strozzi f ° 828)
  20. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuove accessioni 1396 (olim Manoscritti da ordinare 23)
  21. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 896 (S II 24), ins. 4
  22. Firenze, Biblioteca Riccardiana, 2115 (R II 4)
  23. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Marc. Lat. XIV 50 (4238) (provenienza Fontanini)
  1. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. 3 5 205
  2. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. 20 142
  3. Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Pal. 30 6 4 9
  4. Firenze, Società Dantesca Italiana, Franchetti A 51 (olim collezione Libri; olim Firenze, Biblioteca Palatina; olim collezione Franchetti)
  5. Pisa, Biblioteca Universitaria, H f 9 32, ins. 1-6
  6. Pisa, Biblioteca Universitaria, S R 8 27 (ex libris A.F. Gori)

Fonte: Il Cinquecento - Tomo II (2013)

Data ultima modifica: 11 gennaio 2026 | Cita questa scheda