Della Casa, Giovanni
Firenze 1503–Roma 1556
Presentazione
Giovanni Della Casa, discendente da una facoltosa famiglia di banchieri, fu chierico della Camera apostolica, arcivescovo di Benevento e, sotto Paolo III, ricoperse la prestigiosa nunziatura a Venezia (1544-1549); alla morte del papa Farnese si ritirò a vita privata fra Venezia e Nervesa, nel trevigiano, dedicandosi agli studi; poi nell’ultima stagione romana (1555-1556) fu a capo della segreteria di Paolo IV, senza tuttavia mai raggiungere il cardinalato (per la biografia: oltre al datato ma ancora insostituito Campana 1907-1909, vd. Santosuosso 1979b e Mutini 1988). Durante una malattia, nel 1556, venne ospitato nel palazzo romano del cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano, amico di lunga data: per questo, fino a poco tempo fa, si era ipotizzato, sulla scia di Campana (1907-1909: I 4), che avesse portato con sé a palazzo Ricci il proprio archivio, poi rimasto in loco alla sua morte. Tuttavia, mentre è stato mostrato che Della Casa probabilmente non morì a palazzo Ricci ma nel Palazzo Apostolico (Bramanti 2016), lo studio sulla figura del suo nipote prediletto ed erede, Annibale Rucellai (Santosuosso 1979a; Mari 1997; Zaccaria 2002; Tabacchi 2017), e soprattutto nuovi recenti ritrovamenti presso l’Archivio Ricci Parracciani di Casole d’Elsa, cui originariamente pertinevano i manoscritti vaticani, indicano che le carte dell’autore, custodite attentamente da Rucellai insieme alle proprie, giunsero ai Ricci per via ereditaria, o direttamente o nel corso di un contenzioso intervenuto nel Seicento. Una sorella di Annibale, Dionora, aveva infatti sposato nel 1560 Giulio Ricci, nipote del cardinale (Berra-Comelli 2019). Per secoli, i documenti casiani rimasero presso i discendenti Ricci-Parracciani (da cui presero il nome), prima a Roma e poi a Montepulciano, venendo solo sporadicamente consultati (cfr. infra). Nel 1968 essi pervennero per acquisto alla Biblioteca Apostolica Vaticana, furono restaurati e infine resi disponibili al pubblico (la segnalazione da parte di Roberto Fedi in Della Casa 1978: II 6).
La ristabilita accessibilità di questo vasto patrimonio manoscritto è stata all’origine, negli scorsi decenni, di un rinnovato interesse critico e filologico verso l'autore, interesse che si è concretato in edizioni, studi, convegni. Inoltre, alcune delle questioni filologiche sollevate dagli autografi hanno prodotto dibattiti anche vivaci, talvolta interessanti sotto l'aspetto metodologico al di là delle posizioni individuali. I materiali contenuti nei faldoni della Vaticana, che raccolgono buona parte degli autografi a noi noti, risalgono verosimilmente all'attività collettoria dell'autore e dei suoi segretari (tra i quali spicca lo spoletino Erasmo Gemini de Cesis, che è spesso l’amanuense delle carte non autografe) e conservano documenti, letterari ed epistolari, per lo piú degli anni Quaranta e Cinquanta; per contro, le testimonianze autografe – alla Vaticana e in altre biblioteche – degli anni giovanili sono scarse, al pari delle notizie indirette, e costituiscono l’origine delle nostre conoscenze – purtroppo lacunose – sulla formazione dell’autore (Manzocchi 2018).
Della Casa, nel corso della sua vita, pur avendo conseguito una larga e riconosciuta fama per le scritture in latino e in volgare, non diede alle stampe praticamente nulla: non sappiamo con certezza se avesse approvato l’edizione dei capitoli burleschi (1537-1538, cfr. Corsaro 1997), mentre pubblicò alcune rime in una raccolta antologica (1551, cfr. Tanturli 1981), il sonetto dedicato a Bembo e quello in morte di lui (nell’ed. delle Rime bembiane, Roma, Dorico, 1548). Altre sue opere circolavano manoscritte: i trattati latini An uxor sit ducenda (sulla cui diffusione ci sono però incertezze, Berra 2018b: 222); il De officiis inter potentiores et tenuiores amicos (ne è stato reperito uno splendido esemplare di dedica al re di Francia Enrico II: Russo 2010: 287), numerose rime volgari, che riscossero l’alto apprezzamento di Pietro Bembo, i raffinati carmi latini. Di qui il «paradosso» (Carrai in Della Casa 2006: ix) di uno scrittore di prim’ordine la cui dilagante fortuna è per lo piú postuma, perché postuma fu la diffusione dei suoi scritti.
Il disinteresse per la stampa si può attribuire a diverse ragioni legate in parte al percorso della vita, in parte a un carattere, per quanto si può intuire, aristocratico e tormentato. Anche se gli studi umanistici e la scrittura lo appassionarono fin dalla giovinezza, tanto da fargli abbandonare i corsi universitari giuridici, Della Casa nella maturità rivolse energie e ambizioni soprattutto alla carriera politica curiale, mentre l’attività letteraria rimase diletta pratica privata e complemento prestigioso, secondo la cultura dell’epoca, dell’immagine pubblica. Ancora, un certo spirito e gusto aristocratico inclinavano l’autore verso destinatari d’elezione; sempre, nel corso della sua vita, studio e produzione letteraria furono legati anche all’ideale della sodalitas umanistica e all’individuazione di interlocutori di livello, spesso amici carissimi: Ludovico Beccadelli e il gruppo di Pradalbino in gioventú, l’accademia dei Vignaiuoli a Roma, Pietro Bembo nella maturità, Piero Vettori negli ultimi anni. Mentre questa attitudine confinava l’esercizio letterario alla sfera privata, la peculiare incontentabilità, la propensione a rifare e correggere («la mia natura è di mutare et di rimutare, e anco di rifar volentieri, come quello che non ho fretta»: lettera a Pier Vettori, 15 luglio 1553, vd. Carrara 2007: num. xviii), l’inquietudine che oggi diremmo lievemente nevrotica – tratti ben visibili anche nella grafia – impedirono sovente a Della Casa di portare a conclusione i lavori intrapresi; infine, negli ultimi anni dedicati agli studi, e finalmente piú produttivi, egli probabilmente non si attendeva né l’ultima chiamata a Roma né tantomeno la malattia che gli fu fatale, e pensava forse di poter perfezionare almeno alcune delle proprie opere.
Fra le carte manoscritte si trovano diversi testi, in latino e in volgare, cui Della Casa aveva lavorato soprattutto negli anni 1552-1555, prima del ritorno a Roma, nel ritiro dell’Abbazia di Collalto a Nervesa, alcuni incompiuti, altri conclusi o comunque in stato avanzato di elaborazione, ma privi della mano finale. Dopo la scomparsa, si chiese subito da piú parti di onorare la memoria e la fama letteraria dell’arcivescovo pubblicandone le opere: ne risultarono due volumi, allestiti attingendo alle carte autoriali. Il primo, Rime et prose volgari (Della Casa 1558), fu curato da Erasmo Gemini forse con la collaborazione dell’amico e corrispondente Carlo Gualteruzzi, mentre invece Annibale Rucellai, come vedremo, era dubbioso sull’opportunità e il valore dell’edizione; il secondo, Latina monimenta (Della Casa 1564), fu allestito da Piero Vettori dietro richiesta dello stesso Rucellai, operando su copie delle carte d’autore (Santosuosso 1979a; Bramanti 2010). I testi inclusi in queste due edizioni postume, tuttavia, sono tutti, parzialmente o notevolmente, diversi da quelli presenti nei manoscritti autografi: in questo risiede il problema fondamentale della filologia casiana, problema che è stato molto studiato e discusso in anni recenti.
Sullo stato degli autografi lasciati dall’autore e sulla realizzazione delle edizioni postume abbiamo testimonianze coeve che – nonostante qualche dubbio espresso da alcuni studiosi nel corso delle polemiche filologiche – paiono chiare e fededegne. Le piú rilevanti si leggono nelle lettere di Annibale Rucellai: nipote prediletto ed erede di Della Casa, che ne curò personalmente l’educazione, gli fu sempre molto vicino, in particolare condividendo con lui, da giovane e promettente diplomatico, le vicende curiali degli ultimi anni (Mari 1997; Berra-Comelli 2019). Fra il 1559 e il 1566 Annibale scrisse a Pier Vettori, curatore dei Latina monimenta (Santosuosso 1979a, da cui si cita in seguito), lettere nelle quali dichiara di essere stato riluttante a concedere la pubblicazione delle opere in volgare, di essere in dubbio riguardo a quelle in latino e di rimettersi per tutto al parere di Vettori, perché gli scritti rimasti erano modesti rispetto alla fama di Della Casa, e per di piú incompleti e molto disordinati: «Quel che Monsignor della Casa bona memoria haveva intrapeso a scriver come opere da lassare per paragone del suo ingegno e della sua dottrina, rimasero alla sua morte monche et imperfette talmente che a mostrarle si vedrebbe sconciature et monstri, non cose ben perfette et condutte al suo fine con la prudenza et giuditio che si conviene alle opere gravi» (29 gennaio 1559); «Io mi lassai indurre a preghi di diversi parenti et amici ad acconsentire che si desse fuora quelle poche cose vulgari, che fu errore» (2 dicembre 1559); ancora, egli insiste piú volte sul fatto che lo zio componeva «per esercitio», privatamente, e che negli ultimi mesi di vita gli aveva persino chiesto di bruciare le proprie composizioni, come imperfette. Indubbiamente, il rogo di composizioni letterarie insoddisfacenti è un topos; tuttavia, eccettuando il De officiis inter potentiores et tenuiores amicos e alcune rime, che circolavano ammiratissimi, proprio lo stato complessivo degli autografi suffraga la testimonianza di Rucellai. Per quanto riguarda la pubblicazione dei Latina monimenta, le lettere a Vettori, sia di Annibale stesso sia del suo precettore e poi segretario Stefano Carli (Bramanti 2010), permettono di ricostruire il percorso che venne seguito: si trasse copia delle opere dai manoscritti dell’autore, quindi si spedí la copia a Vettori che intervenne sul testo per renderlo pubblicabile; l’intervento fu contenuto nel caso di testi già abbastanza rifiniti, ma fu piú intenso su altri decisamente inconditi, quali per esempio la vita del cardinal Contarini, che richiese di essere completata, come dichiara Vettori nella lettera proemiale dell’edizione e come ha definito Gigliola Fragnito (Fragnito 1978; e cfr. ora Taietti 2014-2015).
Purtroppo, per le opere volgari (Rime et prose) non abbiamo notizie sugli interventi editoriali; è però significativo che Annibale dichiari (forse esagerando un po’, perché probabilmente Vettori gli aveva espresso qualche riserva, o gli aveva chiesto ragguagli riguardo ad alcune frasi del Galateo che in ambiente fiorentino erano parse delle critiche a Dante; cfr. Berra 1997a: 317-19): «Quel che si è dato fuora [scil.: le opere volgari] sono tutte cose fatte da esso per puro esercitio […] et delle quali non faceva molta stima; et sono state raccolte piú per diligenza di Erasmo [Gemini] che per conto che ne fusse fatto, et io le ho lassate stampare per satisfare a molti parenti amici et patroni che mi convien reverire, et posso affermare di esser stato violentato» (29 gennaio 1559). Ad alcuni studiosi – tra i quali chi scrive – pare ragionevole ipotizzare che, muovendo da un unico corpo di mss. autoriali, il procedimento seguito per le opere volgari sia stato il medesimo che per le opere latine, anche perché nelle lettere premesse all’edizione del 1558 Erasmo Gemini già rendeva dichiarazioni concordi con quelle successive di Rucellai, affermando di aver vinto «la molta resistenza dei Signori suoi heredi […] consapevoli della intention dell’Autore, il quale nel tempo, che fu assalito da quella, che di tutte le nostre operationi è ultimo fine, non si era anchora d’alcuno de’ suoi componimenti in maniera sodisfatto, che egli se ne appagasse interamente», e ricordando che «lo scrivere et componer suo insino all’hora, che egli ci lasciò, era per lo piú stato a diporto suo, et per essercitio et profitto delle altre opere che egli parte incominciate, parte nella mente concepute havea» (in Della Casa 1558: [3] e [8]).
Le ponderose raccolte di carte ora conservate alla Vaticana riuniscono, verosimilmente, quelle che Della Casa aveva con sé a Roma con altre che si trovavano a Venezia e che erano, secondo le lettere di Rucellai e di Carli, «in confusione e mal leggibile» (Santosuosso 1979a, lettera del 7 maggio 1560, ma vd. anche quelle del 23 gennaio 1561 e 25 marzo 1564, dove si parla di «certe cassaccie di scritture» collocate a Roma; e cfr. Bramanti 2010 per le lettere di Carli). È possibile che gli eredi, già nel Cinquecento, abbiano selezionato e riordinato i materiali, parte dei quali (per esempio i mss. presenti alla BNCF) potrebbe essere defluita altrove per vicende a noi ignote.
A fine Seicento, l’abate Giovan Battista Casotti riprese il progetto, già di Carlo Roberto Dati e di Gilles Ménage, di un’edizione delle opere di Della Casa (Prandi 1992), che fu realizzata nel 1707 (Firenze, Manni); nelle lettere prefatorie, egli dichiara che c’era «fama» dell’esistenza di scritture casiane presso i Ricci e che gli era riuscito finalmente di rintracciare queste «non poche» carte e ottenerne la concessione da monsignor Francesco Ricci (in Della Casa 1707: i 9; e Della Casa 1728-1729: v 101). Sembra questa la prima notizia dei manoscritti oggi vaticani, cui indubbiamente attinsero le edizioni settecentesche (Della Casa 1707, 1728-1729, 1733, 1752), benché Campana (1907-1909: i 4) lo neghi (per la ricostruzione del lavoro di Casotti sui manoscritti casiani sono preziosi i suoi zibaldoni custoditi a Firenze, BRic 2477, 2479, 2747; cfr. Ferrari in Della Casa 1900: x-xii; Scarpa 1981: 192-94; Scarpa 1988: 124-25; per l’allestimento della importante edizione napoletana del 1733, con ulteriori aggiunte dai codici, Napoli 2007). Conobbero i manoscritti ex-Ricci Parracciani anche Niccolò Rossi, anonimo curatore delle Prose volgari casiane (Roma, Pagliarini) nel 1763-1766 (Fedi in Della Casa 1978: ii 6, che attribuisce a lui la prima segnalazione) e Giuseppe Cugnoni (cfr. Della Casa 1889: 13). Li utilizzò poi estensivamente, soprattutto nella parte dedicata alla corrispondenza, Lorenzo Campana, che ne forní anche una sommaria descrizione seguendo la divisione materiale originaria in «sei grossi volumi» (Campana 1907-1909: i 5-9); ancora a Roma, li consultò Giuseppe Prezzolini, che ne tentò una fruizione filologico-variantistica piuttosto sprovveduta per la sua edizione degli anni Trenta (per es. a proposito del Galateo, si veda la sua nota introduttiva in Della Casa 1937: 862-63 e le relative osservazioni di Barbarisi in Della Casa 1991: 12-13). La presenza di carte casiane nell’Archivio Ricci Parracciani, soprattutto dopo il trasloco a Montepulciano, era tuttavia poco nota: ad esempio nel 1957 Kenneth Setton, consultando i documenti del cardinal Ricci lí custoditi, non vide neppure le lettere del nunzio a Venezia, che pure, se le avesse conosciute, gli sarebbero state preziose negli anni a venire per il monumentale The Papacy and the Levant (Setton 1976-1984: iii 455). Nel 1964, sempre a Montepulciano, sfogliò i faldoni Gennaro Barbarisi, senza potervi lavorare, ma ricavandone profonda impressione, tanto da cominciare a riflettere, come egli stesso raccontava, su una impostazione filologica complessiva del problema dei “non finiti” casiani. Prima dell’acquisto da parte della Vaticana, i manoscritti furono sommariamente registrati nell’inventario di Giuliano Catoni (1967); ma già nel 1968 Kristeller lamentava l’impossibilità di orientarsi nella sopravvenuta confusione dell’archivio (il report purtroppo non è chiaro, forse per la delicatezza della situazione: i mss. della biblioteca «removed to Rome» potrebbero essere i nostri; vd. Kristeller: vi 97). Pervenuti alla Vaticana nel 1968, i codici furono restaurati a partire dal 1971: gli originari sei volumi divennero tredici; parecchie carte vennero incollate su supporto per impedirne la disgregazione, purtroppo con il ben noto effetto di alonatura dell’inchiostro.
Benché non tutti i manoscritti del gruppo comprendano autografi, tutti risalgono all’archivio dell’autore e la loro importanza consiglia di darne un rapido ragguaglio. I primi due, Vat. Lat. 14825 e 14826 (→ 17, 18, che costituivano il «primo volume» descritto da Campana) sono dedicati a testi letterari. In questi due codici, le redazioni autografe si accompagnano sovente a belle copie apografe, per lo piú di mano di Erasmo Gemini (quando le copie non rechino interventi autografi, non sono registrate in questa sede, pur essendo talvolta filologicamente rilevanti); in diversi casi, copie apografe furono degradate a copie di lavoro sulle quali Della Casa intervenne con note e correzioni autografe (e sono quindi qui inventariate). Per alcune opere rimane piú di una minuta autografa, in questi o in altri manoscritti. Lavorando alle minute, in prosa come in poesia, l’autore annota spesso a margine le sue fonti, contenutistiche e/o formali, ora rimandando in modo rapido (per lo piú con il numero di pagina dell’edizione consultata), ora citando per esteso lacerti di testo (notò per primo questa tendenza Caretti 1951: 73-77; altri studiosi vi si sono poi soffermati: per es. Vecce 1997: 463-64; Scarpa 2003: 13-21); non di rado elenca intere serie di auctoritates utili alla composizione o sui margini affollatissimi, oppure su fogli sparsi di appunti che, nelle vicende delle rilegature, non hanno sempre conservato la pertinenza originale (nel Vat. Lat. 14825, c. 265r, fra gli appunti da Varrone e dalle Filippiche di Cicerone, si fa spazio una lista di nomi di cardinali “amici”); inoltre, in fase di revisione, aggiunge caratteristici segni “muti” (croci, tratti verticali a margine, sottolineature) che indicano necessità di ripensamenti o interventi redazionali (una prima tipologia in Albonico 2015: 81-82).
I manoscritti vaticani successivi nella serie raccolgono lettere, in originale o in copia; benché la seriazione delle carte e la legatura in faldoni risalga probabilmente al Settecento (cfr. infra), la conservazione delle lettere è comunque indicativa di un’azione collettoria e classificatoria da parte dell’autore e dei suoi segretari (nella quale rientra, come era costume, il recupero di alcuni originali dai destinatari: cfr. per esempio le lettere al nipote Annibale Rucellai o a Girolamo Querini). Il 14827 (→ 19, prima parte del «secondo volume» descritto da Campana) comprende lettere di Della Casa a diversi destinatari, dal 1546 al 1555, parecchie inedite, accostando tipologie diverse (lettere effettivamente spedite, minute sciolte, minutari, copie); il 14828 e il 14829 (seconda e terza parte dell’ex «secondo volume») accolgono le copie, di mano Gemini, delle lettere scritte da Della Casa al cardinale Alessandro Farnese durante la nunziatura veneziana (numerosi originali si trovano all’Archivio di Stato di Parma; ma la maggior parte, già custoditi a Napoli, sono perduti: cfr. Della Casa 2020-i.c.s.); il 14829 (→ 20) include anche un fascicolo di messaggi autografi cifrati o da cifrare, che la presenza della “chiave” permette di leggere (mentre un’altra lettera autografa in cifra, ad Annibale Rucellai, rimane a tutt’oggi ermetica: vd. Mari 1997: num. 16). Il 14830 (→ 21, «terzo volume» di Campana) è dedicato alla corrispondenza dell’autore con i legati del Concilio di Trento (Della Casa 2020a); il 14831 (→ 22), 14832 e 14833 (→ 23), derivanti dalla divisione del «quarto volume», abbracciano perlopiú le lettere del cardinale Alessandro Farnese a Della Casa durante la nunziatura (Della Casa 2020-i.c.s.); il 14834 e 14835 (→ 24), derivanti dal «quinto volume», contengono soprattutto le numerose, vivaci lettere autografe del bolognese Giovanni Bianchetti, agente romano dell’autore, cui si affiancano altre lettere di Michele della Torre e Montemerlo dei Montemerli (Mondelli 2020); il 14836 e 14837 (ex «sesto volume») raccolgono le importanti lettere di Carlo Gualteruzzi a Della Casa, edite ma in modo insoddisfacente (Corrispondenza 1986). Non è facile stabilire quando questi codici assunsero la forma attuale (la divisione dei pristini sei volumi in tredici non ha infatti alterato la successione delle carte). Nei primi due (14825-14826), gli scritti sono disposti grosso modo secondo l’ordine in cui compaiono nella stampa Manni (Della Casa 1707): ciascun fascicolo è racchiuso in una “camicia” costituita da un bifoglio sul quale una mano settecentesca ha vergato il titolo del contenuto e, quando possibile, la corrispondenza con volume e pagine della stampa; seguono poi gli scritti «non stampati» (Albonico 2018: 57-58). Nel 14827 compaiono prima le lettere edite (ancora con i riferimenti alla stampa del 1707), poi le inedite. Nei volumi successivi, le lettere sono raggruppate, come si è visto, per destinatario o mittente, ma la maggior parte di quelle ricevute reca i segni di originaria conservazione in cassetti (la piegatura corrisponde con lo specchio di scrittura delle note o del riassunto di mano del segretario). Poiché l’archivio Ricci nel suo insieme risulta essere stato riordinato nel Settecento (per le legature anche dei codici di pertinenza casiana e per la data del Rubricellone, 1730), è possibile che i volumi siano stati allestiti allora; adeguate indagini potrebbero fornire notizie preziose anche per comprendere come la sistemazione archivistica moderna abbia influito sulla nostra percezione dell’autore e della sua opera (Berra-Comelli 2019: 94-96).
Affine ai Vat. Lat. 14825 e 14826 per la natura composita di raccolta di non finiti è il ms. II I 100 della Nazionale di Firenze (→ 46), che per collocazione e provenienza fiorentina (Magliabechi) potrebbe risalire al culto casiano ben attestato nella Firenze seicentesca, particolarmente nella persona del già menzionato Dati (Prandi 1992; Vecce 1997: 460), anche se è impossibile dire per quali vie giungesse a Firenze dallo scrittoio dell’autore. Il manoscritto contiene sia un testo relativamente giovanile (come gli excerpta dalla Politica di Aristotele, che grafia e identità delle filigrane con l’autografo dell’An uxor sit ducenda riconducono agli anni Trenta), sia testi tardi come la Gasparis Contareni vita, o come lo zibaldone greco-latino (posteriore al settembre 1553), interessante perché è l’unico esemplare del genere nelle carte autoriali. Altra raccolta di scritti diversi è il Chigiano O VI 80 (→ 14), dai principi Chigi già concesso a Casotti per l’allestimento delle sue edizioni, pervenuto alla Vaticana nell’Ottocento (provenienza Minutoli Tegrimi) ed edito in buona parte da Giuseppe Cugnoni (vd. Della Casa 1889), codice ben noto perché accoglie una copia apografa delle rime. Una recente, interessante osservazione mostra che il fascicolo di questo manoscritto occupato dall’orazione a Carlo V si trovava originariamente in serie con quello dell’orazione per la Lega del Vat. Lat. 14826 (Albonico 2015: 80-81). Alla Nazionale di Firenze si trovano pure altri tre rilevanti autografi: il Magliabechiano VII 794 delle rime (→ 49); il Magliabechiano XXI 111, ovvero il codice dell’An uxor sit ducenda (→ 50), datato al 5 marzo 1537, frammentario, che parrebbe copia in pulito poi degradata a copia di lavoro (Tanturli 2007: 481); e il II II 418, autografo della Dissertatio contro Pietro Paolo Vergerio (→ 47), l’ultima opera alla quale abbiamo notizia Della Casa abbia lavorato.
Si segnalano poi alcune note e cospicue raccolte di lettere autografe: soprattutto per gli anni giovanili, il ms. della Bodleian Library, It. C 25 (→ 62), proveniente dalla famiglia Soranzo, che racchiude le testimonianze piú precoci della scrittura autoriale; all’Archivio di Stato di Parma numerose missive rivolte ai Farnese, per lo piú edite da Ronchini in Lettere 1853 (→ 64-66); l’Archivio di Stato di Firenze custodisce parecchie lettere, per la maggior parte indirizzate al duca Cosimo I, ma anche qualche testimonianza familiare (→ 25-45). Diversi altri documenti autografi sono riemersi di recente, insieme a molte importanti carte di Annibale Rucellai, nel tuttora malnoto Archivio Ricci di Casole d’Elsa (→ 4-7).
La figura di Della Casa studioso e umanista accanto a quella del rimatore eccelso e dell’arbiter morum del Galateo è, nel complesso, una riscoperta degli ultimi decenni, conseguente anche all’indagine sul corpus manoscritto (Berra 2018b): probabilmente per questo motivo non sono mai state seguite le vie di dispersione della sua biblioteca («un’autentica biblioteca umanistica», osservava uno degli iniziatori di quella riscoperta, Scarpati 1982: 130), né sono mai stati rintracciati suoi postillati, che pure dovettero esistere, a giudicare dalle sue abitudini scrittorie. Un inventario della biblioteca casiana – ancora di mano Gemini – si legge nel Vat. Lat. 14826, cc. 159r-168v, ed è stato pubblicato da Campana (1907- 1909: iii 496-506) e poi, piú accuratamente, da Emanuela Scarpa (1980), con le notevoli precisazioni di Comelli (2020); da allora sono state edite o studiate alcune minute, nelle quali i classici vengono citati con il numero di pagina, cosicché è possibile identificare almeno in alcuni casi le edizioni possedute dall’autore (cfr. per es. Campanelli 2005), rendendo piú agevoli eventuali trouvailles.
Le discussioni filologiche sui manoscritti casiani, che in questa sede si possono solamente riassumere, si sono concentrate sul Galateo e sulle Rime. Piuttosto atipicamente rispetto alla fenomenologia degli autografi (che conservano minute di quasi tutte le opere), il Galateo è tramandato nel ms. Vat. Lat. 14825 da una sola bella copia, di mano Gemini, con poche correzioni autografe che testimoniano una rilettura dell’autore. Numerose sono le lezioni differenti rispetto alla princeps, grafiche, linguistiche, stilistiche e contenutistiche (queste ultime soprattutto riguardanti la persona del locutore, il «vecchio idiota», che da non toscano nel manoscritto diviene fiorentino nella stampa; ma se ne vedano altre nell’ed. Barbarisi: Della Casa 1991). Alla luce di questa situazione, e con argomenti specifici (si veda la bibliografia nella relativa sezione del codice), si sono avute due edizioni critiche di impostazione radicalmente diversa: nel 1990, quella di Emanuela Scarpa, che ha messo a testo la princeps e in apparato il manoscritto vaticano, ritenendo che Della Casa avesse preparato un codice per la stampa, poi perduto, dal quale la princeps dipenderebbe direttamente (vd. Della Casa 1990). Nel 1991, Gennaro Barbarisi, fondandosi sulla testimonianza delle lettere di Annibale Rucellai, sulla normalizzazione linguistica che si evidenzia nel passaggio dal manoscritto alla stampa e su una serie di correzioni banalizzanti a suo vedere non attribuibili all’autore, è pervenuto a conclusioni opposte, collocando a testo la redazione manoscritta nella convinzione che essa rappresenti l’ultima volontà dell’autore, sulla quale i curatori sono intervenuti autonomamente.
Per quanto riguarda le rime, a fronte della stampa del 1558 abbiamo due manoscritti provenienti dallo scrittoio casiano: il Magliabechiano VII 794, che contiene 60 componimenti e che fu fatto trascrivere come bella copia, ma venne poi declassato a esemplare di lavoro, sul quale Della Casa intervenne a correggere e riscrivere; e il Chigiano O VI 80, apografo di mano di Erasmo Gemini che contiene la stessa serie del Magliabechiano piú otto componimenti; sui margini e nell’interlinea sono riportate le varianti del Magliabechiano in “copia conforme”, rispettandone l’ubicazione sulla pagina. Il Chigiano, come già definirono Anelli e Fedi, deriva dal Magliabechiano, ma non ne registra una serie limitata di varianti; e contiene otto componimenti in piú, desunti da altro antigrafo, probabilmente fogli sparsi. Si sa dunque che, come per il Galateo, Gemini condusse l’edizione con i materiali rimasti in possesso degli eredi; che l’antigrafo della stampa è il Magliabechiano per i componimenti i-cvii, mentre per gli ultimi si può supporre che l’antigrafo sia stato il Chigiano, rispetto al quale furono però introdotte modifiche rilevanti, come la soppressione di tre sonetti di argomento politico e l’inversione dei due sonetti finali. Anche in questo caso, a chi ritiene affidabile l’edizione postuma ipotizzando che sia fondata su un codice autoriale perduto e difendendo le «ragioni del libro» (cfr. Tanturli 1990 e 1999) si è contrapposto Stefano Carrai (1996 e 1998), il quale sostiene che l’ultima volontà di Della Casa risieda nei manoscritti in nostro possesso, pur riconoscendo la validità dell’edizione critica di Fedi (Della Casa 1978), fondata sul testo recepito dalla tradizione poetica italiana. In aggiunta, si può osservare che il carattere di copia conforme del Chigiano rispetto al Magliabechiano (editio variorum fedele anche nella disposizione), negli autografi casiani, si ripete in un solo altro caso, quello della Gasparis Contareni vita del Vat. Lat. 14825 (163r-179v), pure di mano Gemini, “fotocopia” delle minute autografe del ms. BNCF, II I 100 (→ 46a), che – secondo recenti indagini – parrebbe esser stata stilata dopo la morte dell’autore (né, d’altra parte, si spiegherebbe l’allestimento di una copia conforme, per di piú con diversi fraintendimenti, sotto la sorveglianza autoriale; cfr. Taietti 2014-2015); cosicché un supplemento di indagine sul rapporto tra i due codici delle rime sarebbe auspicabile.
Il dibattito su queste due edizioni postume, come si diceva, è stato intenso, soprattutto a cavallo del nuovo millennio. In assenza di una prova inconfutabile – almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze – pare però opportuno e metodologicamente piú produttivo (come già suggerito da Barbarisi e riproposto da Carrai 2007 e Berra 2008) considerare il problema sotto una prospettiva che non si concentri sul singolo dato (sempre infinitamente oppugnabile), ma ricerchi nella situazione complessiva della tradizione casiana gli elementi oggettivi e studi le traiettorie delle singole opere in parallelo fra loro, individuando le relazioni che eventualmente facciano sistema. Come risultato del lungo lavorio filologico condotto negli ultimi anni è ormai assodato che qualunque proposta ricostruttiva e/o interpretativa su opere di Della Casa non possa prescindere dalla conoscenza degli autografi e della storia della tradizione, e che debba tenere conto di alcuni elementi oggettivi e sistematici ormai acquisiti: l’insieme dei manoscritti d’autore a noi noti è omogeneo, e presenta una raccolta di opere in diversi stadi di composizione, nessuna delle quali compiuta; a nostra conoscenza, Della Casa negli ultimi anni non preparò nulla per la stampa, e anzi ricusò l’idea della pubblicazione delle rime e delle opere latine (lettera a Gualteruzzi del 29 settembre 1548, Corrispondenza 1986: num. 353); Gemini e Rucellai – quest’ultimo rivolgendosi a un amico dell’autore e filologo della levatura di Vettori – esprimono riserve e insicurezze sull’edizione delle opere volgari del 1558; per le opere latine, la differenza tra redazione manoscritta e redazione a stampa si spiega non postulando manoscritti interpositi perduti, ma con l’intervento editoriale di Vettori, documentato dalle lettere di Rucellai; nell’ultimo periodo della sua vita, dopo la partenza da Nervesa, Della Casa fu assorbito da una febbrile attività politica, testimoniata da lettere di persone a lui vicine, e poi dalla malattia, che difficilmente lasciarono il tempo, a lui cosí incontentabile, di approntare redazioni definitive; infine, attraverso dati oggettivi (filigrane e rimandi ad altre opere) emersi dallo studio degli autografi, si può posticipare il Galateo (comunemente datato al 1551-1553) dal momento che lo zibaldone greco-latino (successivo al settembre del 1553) mostra un intenso lavoro in vista del trattatello (Berra 2007a: 196) e si può affermare che il ms. Chigiano delle Rime fu copiato molto tardi, dopo il 1555 (Carrai 2007: 101), il che rende ancora meno probabile l’allestimento di altre redazioni.
È importante, d’altra parte, anche la discussione sull’opportunità o meno di ritornare alle redazioni manoscritte nelle edizioni critiche odierne: occorre considerare da un lato che il testo recepito dalla nostra cultura è quello a stampa (cosí che, come rilevavano indipendentemente Barbarisi e Carrai, la soluzione migliore sarebbe quella di edizioni che accostassero testo ms. e testo a stampa; ha insistito sull’autorevolezza delle principes, ma senza nuovi argomenti filologici, Quondam 2006); dall’altro che i manoscritti apografi sono il risultato di stratificazioni di «sistemi grafici e linguistici diversi, d’autore e non» (Albonico 2007: 532) e che la morfologia, nelle scritture di Della Casa, a dispetto dei suoi interessi linguistici e con una sorta di aristocratica sprezzatura, è piuttosto oscillante. Quest’ultimo problema è stato oggetto di attenzione specifica nella recente edizione del terzo (e finora alquanto trascurato) testo compreso nelle Rime et prose, l’Orazione a Carlo V per la restituzione di Piacenza (che si legge anche nel Vat. Lat. 14825, cc. 85-100, in una bella copia di mano Gemini, pubblicata in Della Casa 1558). Albonico (2015) ne ha edito la prima redazione dal ms. BNCF, II I 100, bella copia di mano Gemini con fitta rielaborazione autografa, con attenta analisi dei fatti grafici, paragrafematici e linguistici, un’edizione che riapre la riflessione sulle questioni ancora aperte della filologia casiana. Che tali rimangono, ma che potrebbero avviarsi a soluzione col rinnovato studio dei manoscritti (le opere e soprattutto le lettere, una parte delle quali è attualmente in corso di edizione) anche nel loro aspetto materiale e col confronto linguistico sistematico fra i manoscritti e le stampe.
Come accade, non sempre le segnalazioni dell’autografia sono attendibili: fra i casi piú significativi emersi durante questa ricerca, il ms. BNCF Magliabechiano XXXIV 61, contenente la Dissertatio contro il Vergerio, pur indicizzato come autografo nei cataloghi, è risultato una copia di mano di segretario; le lettere segnalate da Kristeller alla Laurenziana di Firenze (ii 508), ora nell’Archivio Buonarroti di Firenze, sono di un omonimo; le due lettere conservate come autografe all’Archivio di Stato di Modena (Archivio per materie, Letterati, 13, Della Casa, Giovanni), del 1529 e del 1530, parrebbero di un quasi omonimo (Giovanni de Casa o de Casale), per contenuti (per il poco che si legge nei fogli bruciati ai margini), per la sottoscrizione «Minimo servitor», mai usata dal nostro, e per la grafia molto incerta della firma, non attribuibile a un Della Casa giovane; Prezzolini (in Della Casa 1937: 908) indica nel Vat. Lat. 14825 come autografa la redazione di tre stanze giocose che è invece nel 14827 di mano di un copista settecentesco (Berra 2013: 574).
Risultano mancanti gli autografi che Ancel (1906) vide in ASV, Arm. XLIV 2 (→ 8 e cfr. Berra 2018a); sono perdute, in seguito agli eventi dell’ultima guerra, le lettere che Lonardo (1903) pubblicò dall’Archivio del Duomo di Benevento (Berra 2018a), cosí come è andata distrutta la vasta documentazione farnesiana custodita a Napoli, che comprendeva gran parte degli originali delle lettere di Della Casa al cardinale Farnese: se ne servirono, fra gli altri, Bernabei (1903) e soprattutto Buschbell (1910). A fronte di queste scomparse va invece messo a bilancio il ritrovamento di alcuni pezzi un tempo irreperibili (→ 11b, 45, ecc.), fatto che documenta l’attualità di un vivo interesse antiquario per gli autografi dell’autore e la relativa inquietante mobilità di alcuni documenti, che meriterebbero piú stabile e pubblica collocazione. Tra questi anche un pezzo incluso in un catalogo di vendita di Christie’s del 5 dicembre 2003 (ne dà conto il sito della casa d’aste, Sale 2437): si tratta di una lettera inviata da Roma il 21 febbraio 1551 a Pier Vettori.
Infine alcune avvertenze sul catalogo degli autografi: poiché la corrispondenza dell’autore è largamente inedita, nel Vat. Lat. 14827 e nel 14829 si segnalano individualmente tutte le lettere autografe che siano state edite; si indicano le date e i destinatari delle lettere, e quando la lettera è priva di data e senza destinatario si indica tra parentesi l’incipit, per consentirne l’identificazione. Nella bibliografia, si cita la prima ed. di ogni opera o lettera casiana (indipendentemente dalla redazione testimoniata nel ms.), rimandando per le ed. successive al repertorio di Santosuosso (1979a); quindi le eventuali ed. moderne della redazione testimoniata dal ms.; di seguito, i saggi che trattano del ms. o questioni ad esso inerenti. Quando disponibile, si acclude l’indicazione delle filigrane, spesso determinante per la datazione.
In bozze, si segnala che – nelle more della stampa – l’Archivio Ricci Parracciani è stato depositato presso una casa d’aste per la vendita, sotto la sorveglianza della Soprintendenza: non si trova piú, quindi, a Casole d’Elsa.
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* Ringrazio i molti bibliotecari e archivisti che hanno seguito e aiutato il lavoro con competenza e cortesia, e amici, colleghi, allievi generosi di segnalazioni, materiali e preziosi consigli; tra loro, in particolare Simone Albonico, Francesco Amendola, Vanni Bramanti, Stefano Carrai, Eliana Carrara, Elisabetta Cattaneo, Michele Comelli, Luca Faldi, Rossella Lalli, Mattia Manzocchi, Paola Moreno, Paolo Procaccioli, Silvia Ricciardi, Emilio Russo, Maria Chiara Tarsi. Un ringraziamento particolare va ai marchesi Ricci Parracciani che hanno incoraggiato liberalmente la ricerca nell’archivio di famiglia. Il lavoro è dedicato al ricordo di Antonio Aloni, grecista insigne e amico insuperabile.
Nota paleografica
Quello di D.C. è un caso di conservazione di autografi plurimi in notevole quantità, frutto della non usuale sopravvivenza dell’archivio corrente («le carte private», Manzocchi 2018: 399) del letterato e nunzio pontificio. Da ciò discende la natura spesso trascurata e caotica di tali materiali, costituiti, per usare il lessico dell’inventario dei libri di D.C., da «multae chartae solutae, res varias complectentes», oppure da «diverse scritture» raccolte in «un forzier grande ferrato» (→ 18, cc. 165r, 168r), scritte, per parafrasare una sua espressione, «correndo» (lettera a Annibale Rucellai del 30 marzo 1549): zibaldoni di appunti, minute, stesure intermedie o copie a buono (eterografe) declassate a minuta. È forse anche questo aspetto a favorire quell’idea di «inquietudine che oggi diremmo lievemente nevrotica» (Berra, cfr. supra) che traspare dall’insieme della documentazione di D.C. e pur sempre da questa condizione di perfettibilità mancata, frutto certo della «peculiare incontentabilità» e della «propensione a rifare e correggere» (ivi), saranno derivate le difficoltà di quanti, nel tempo, hanno messo mano a quelle carte con l’intenzione di pubblicarle fra dubbi e tentennamenti. Come in altri casi, anche per il D.C. ci è preclusa la conoscenza dei modi (e dei modelli) di apprendimento primario della scrittura: dove e da chi e cosa questo figlio di agiato fiorentino dedito alla mercatura abbia imparato a scrivere non è possibile appurare e anche i ben noti riferimenti alla «nutrix» Bologna che «erudivit […] nos a parvulis» del carme Ad Germanos o del frammento di Orazione funebre («quae mihi coniunctissima est, quae me excepit, aluit, erudiit») restano muti a fronte di una biografia che tace sulla prima fanciullezza. Del resto, quanto poco peso si attribuisse ai rudimenti dell’alfabetismo grafico, e quanto invece di piú contassero le prime esperienze delle scholae (per D.C. quella di Bandinelli e poi il circolo padovano), o lo studio degli «antichi maestri» è ben documento nella corrispondenza dello scrittore e dei componenti del suo circolo di sodali (eloquenti le lettere al nipote e cfr. Manzocchi 2018: 407-8), nella quale, quando si fa cenno allo studio, si trovano esortazioni ai fanciulli a leggere, ma informazioni solo di riflesso sul loro scrivere (quando si accenna alle lettere ricevute). Ciò che a noi appare, documentato in modo adeguato e continuo soprattutto per gli ultimi sedici anni di vita, è una corsiva velocissima, disordinata, priva di evidenti tratti di originalità nella sua matrice italica e marcatamente inclinata a destra: una minuscola, insomma, spoglia e funzionale, monotona nel polimorfismo che le imprime l’urgenza di fissare il pensiero sul foglio che non muta di aspetto, ma solo è piú polita, nelle scritture destinate alla lettura di altri (per es. → 74). Pure con tutto ciò, sono riconoscibili alcuni fatti che possono, purché presi con la necessaria elasticità e prudenza, essere di guida alla identificazione della mano peraltro facilitata dalla concentrazione cronologica e dalla scarsa varietà tipologica (non mutata, nella sostanza, ma certo afflitta dall’affezione reumatica che gli lasciava «le dita a balestrucci», vd. tav. 4). Tra questi assumono rilievo la duplice variante della d: con traverso verticale talvolta raddoppiato e con asta inclinata (talora in modo considerevole) spesso terminata da un minimo tratto di penna; le due varianti di r di cui una simile a una moderna v; la z alta e veloce (ma a volte, soprattutto quando raddoppiata, bassa e piú consona al disegno proprio); frequenti i legamenti di segno abbreviativo con la t e la doppia s; quest’ultima lettera, infine subisce, nelle scritture piú fruste, una prepotente verticalizzazione. Frequente (si potrebbe dire regolare, se si fosse in grado di valutare l’insieme della produzione di mano di D.C.) l’abbreviazione q(ue) eseguita con un segno ondulato e prolungato verso destra. Da demandare a uno studio specifico sulla paragrafematica di D.C. l’adozione di segni graficamente distinti per indicare parti del discorso (e congiunzione, a particella) e qualche parola tronca (uso di un taglietto rettilineo, cioè dell’accento) e fenomeni grammaticali come l’elisione, o l’aferesi (uso di un apostrofo di pronunciata concavità).
Censimento
- Benevento, Museo del Sannio, Archivio Storico del Comune di Benevento, IX 1/2 157, cc. 4-5
- Bologna, Archivio Isolani, CN 86 (olim F 58 [129]), cc. 10r-12v, 32r, 59r, 72
- Bologna, Archivio di Stato, Fondo Malvezzi Campeggi, III Lettere, 8 num. 532
- Casole d’Elsa, Archivio Ricci Parracciani (La Suvera), F IV 8, cc. 150
- Casole d’Elsa, Archivio Ricci Parracciani (La Suvera), F IV 9, cc. 150
- Casole d’Elsa, Archivio Ricci Parracciani (La Suvera), Fondo card. Ricci, Quietanze, istromenti, altri interessi diversi, to. 8, cc. 477
- Casole d’Elsa, Archivio Ricci Parracciani (La Suvera), N VI 1, cc. 46a-b, 48
- Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Armadio XLIV 2, c. 38
- Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Segreteria di Stato, Lettere di Principi, 16, cc. 38r-39v, 66r-67v, 168
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Autografi Ferraioli, Raccolta I 12
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Autografi Patetta, 15, Della Casa Giovanni
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 5799, 80 cc.
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. L VIII 303, cc. I + 218 + I
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. O VI 80, cc. I + 175 + I
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. R II 54, cc. 293-311
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 12086 (olim ASV, Armadio X 197), cc. I + 6 n.n. + 584
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- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14826, cc. I + 168 + I
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14827, cc. I + 229 + I
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14829, cc. I + 217 + I
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14830, cc. I + 296 + I
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Cervini, 20, num. 78
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Cervini, 41, cc. 174, 204 e 214r
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Cervini, 42, num. 48, 63
- Firenze, Archivio di Stato, Carte Cervini, 43, num. 5, 15, 73
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 351, c. 321r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 353, c. 3r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 358, c. 214r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 391, c. 402r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 394, c. 462
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 395, c. 675
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 397, c. 525
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- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 403A, c. 1033r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 404, c. 177r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 406, c. 83r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 408A, c. 858r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 412, c. 41r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 415, c. 81r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 508, c. 878r
- Firenze, Archivio di Stato, Mediceo del Principato 1170A, c. 54
- Firenze, Archivio di Stato, Miscellanea Medicea 307 2 6
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Autografi Gonnelli, 7 10
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II I 100, cc. II + 367 + II
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II II 418 (olim Magl. XXXVII 138), cc. 1r-22v
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. VII 794, cc. I + 42 (n.n. 2 cc. finali) + I
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXI 111, I + 14 + I
- Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Tordi 6, c. 39
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XI-XVIII, 19, Della Casa, Giovanni
- Guastalla, Biblioteca Maldottiana, Fondo Gonzaga, 1 229
- Livorno, Biblioteca Comunale Labronica «Francesco Domenico Guerrazzi», Villa Fabbricotti, Autografoteca Bastogi, AUMA 38 704
- London, The British Library, Add. 10265, cc. 112r-157v
- London, The British Library, Add. 10279, cc. 154r-159v
- Modena, Archivio di Stato, Cancelleria Ducale, Carteggio principi esteri, Roma, 1300/15, Paolo IV, num. 34, 38, 42, 45
- Modena, Biblioteca Estense e Universitaria, Autografoteca Campori, Della Casa, Giovanni
- München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 734, cc. 129r-131r
- New York, Pierpont Morgan Library, MA 1346
- New York, Pierpont Morgan Library, MA 5056, cc. 1-2
- Oxford, Bodleian Library, It. C 25, cc. 1-79
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Fr. 3117, c. 90r
- Parma, Archivio di Stato, Carteggio farnesiano e borbonico estero, Venezia, 609, cc. 31, 250
- Parma, Archivio di Stato, Carteggio farnesiano e borbonico estero, Venezia, 610, num. 107 e 332
- Parma, Archivio di Stato, Raccolta Manoscritti, 108, Della Casa, Giovanni
- Parma, Biblioteca Palatina, Carteggio Farnese, 98, Casa, Giovanni
- Parma, Biblioteca Palatina, Carteggio Lucca, 1 (A-C)
- Siena, Archivio di Stato, Balia 658, num. 80
- Torino, Biblioteche Civiche, Raccolta autografi Luigi Nomis di Cossilla, 13 1 1, cc. 1r-2v
- Trento, Archivio di Stato, Archivio del Principato vescovile di Trento, Corrispondenza Madruzziana, 1547, c. 98
- Trento, Archivio di Stato, Archivio del Principato vescovile di Trento, Corrispondenza Madruzziana, 1549, cc. n.n.
- Venezia, Archivio di Stato, Santo Uffizio, Processi, 2
- Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Autographen, 40/25-1 han mag
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14831, cc. 1 + 325
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14833, cc. I + 254 + I
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 14835, cc. I + 278 + I
Fonte: Il Cinquecento - Tomo III (2022)
Data ultima modifica: 30 dicembre 2025 | Cita questa scheda