Valla, Lorenzo
Roma 1407–1457
Presentazione
Della biblioteca di Lorenzo Valla non ci è giunto alcun inventario e, anzi, le poche notizie disponibili sulla sua raccolta libraria attestano che l’umanista, non ultimo per ragioni economiche, preferiva lavorare, sia pur temporaneamente, su libri di altri piuttosto che formare e organizzare una propria biblioteca privata (Gargan 2010: 237-38). Diversi codici del Valla, autografi e non, furono recuperati dopo la morte dell’umanista dal suo scolaro napoletano Antonello Petrucci, poi cancelliere e segretario regio; allorché il Petrucci fu giustiziato nel 1486 con l’accusa di coinvolgimento nella congiura dei baroni, quei volumi, contraddistinti dalla nota “secretario”, furono incamerati nella biblioteca aragonese per essere poi preda di guerra di Carlo VIII e approdare finalmente alla biblioteca regia, oggi Bibliothèque nationale de France, dove sono tuttora conservati: i codici di provenienza valliana – tra cui alcuni autografi – finora identificati sono i Parigini Lat. 6400D, 8690-8693 e Gr. 2990, e forse appartenuto ad Antonello Petrucci è anche il celebre Quintiliano Parigino Lat. 7723 (cfr. infra, p. 412). Differente è invece la vicenda del Parigino Nouv. Acq. Lat. 502 con la prima redazione della Collatio Novi Testamenti, esemplato nel 1477 per il Petrucci, che non figura nell’elenco dei volumi confiscati (Perosa in Valla 1970: xiv). Altri codici valliani, dopo essere appartenuti agli Aragona, passarono probabilmente nella biblioteca di Girolamo Zurita, lasciata poi in eredità alla certosa dell’Aula Dei di Saragozza: i libri dello Zurita furono in seguito acquistati da Gaspare Guzmán de Olivares, segretario di Filippo IV di Spagna, la cui biblioteca giunse all’Escorial probabilmente dopo l’incendio del 1671. Della biblioteca dell’Olivares si conserva un catalogo dove sono registrati importanti codici valliani, molto vicini all’originale o originali essi stessi (Lo Monaco 1986: 146-47; Regoliosi 1993a: 45): tra di essi, oltre ai mss. Escorialensi M III 13 e N II 23, di cui si dirà, si potrà ricordare l’altro esemplare delle Elegantie, ora Escorialense O II 11 (Regoliosi 1993a: 46 n. 25; ivi, per altri manoscritti valliani appartenuti all’Olivares e ora dispersi e per alcune proposte di identificazione).
Gli autografi censiti coprono gli anni aragonesi (1435-1447) e quelli romani (1447-1457), sempre che non si debba accogliere l’ipotesi dell’autografia valliana per la “terza mano” del Livio Harleiano, che dovrebbe risalire, in quel caso, attorno al 1430 e dunque agli anni pavesi, e che agli anni ’30 non risalgano anche le prime postille del Boezio laurenziano (→ P 7).
Testimoniato dal solo Vaticano Urb. Lat. 595 è il De professione religiosorum, con interventi autografi del Valla (→ 1): il codice, che non fece mai parte della biblioteca aragonese, compare per la prima volta tra i manoscritti dell’ultimo duca di Urbino, Francesco Maria II, per passare poi alla Vaticana insieme con il resto della collezione urbinate (Cortesi in Valla 1986: c). Aggiunte autografe presenta anche il codice delle Elegantie El Escorial, Real Biblioteca de San Lorenzo de El Escorial, M III 13 (→ 4), passato per la biblioteca dell’Olivares (Regoliosi 1993a: 45); analoga via seguì l’Escurialense N II 23 (→ 5), contenente la seconda redazione della traduzione valliana della Pro Ctesiphonte di Demostene, anch’esso con interventi autografi (Lo Monaco 1986: 146-47). Non presenta alcuna sottoscrizione del Valla, ma non vi è dubbio che la scrittura sia sua, il ms. Paris, BnF, Lat. 6174 (→ 9), contenente i Gesta Ferdinandi regis Aragonum: l’autografo valliano rimase nella biblioteca aragonese anche dopo la partenza del Valla per Roma; nel 1518 è nella biblioteca del castello di Blois e da quel momento il codice figurerà sempre negli inventari delle raccolte dei re di Francia (Besomi in Valla 1973: xxix-xxxii). Ancora, si dovranno ricordare la sottoscrizione autografa a c. 184r dell’esemplare di dedica della traduzione valliana di Tucidide commissionata da Niccolò V (BAV, Vat. Lat. 1801: → 2) e l’autografo degli Antidota in Pogium (Paris, BnF, Lat. 8691: → 10). Quest’ultimo, giunto in possesso di Antonello Petrucci quando era ancora vivo il Valla, non venne più restituito, nonostante le sollecitazioni dell’umanista, e passò poi nella Biblioteca Aragonese e in seguito in Francia con gli altri libri del Petrucci (Perosa in Valla 1970: l-li; Besomi-Regoliosi in Valla 1984: 372).
Tredici sono le lettere autografe superstiti (non contando ovviamente quella a Lauro Quirini contenuta nell’autografo dell’Antidotum ii). Sei di esse si leggono ancora nel Vat. Lat. 3908 (→ 3), che originariamente ne conteneva quattordici, ma nel corso dell’ultimo trentennio del XIX secolo subì la sottrazione di otto epistole, delle quali sette sono oggi divise tra Forlì, BCo, Autografi Piancastelli, 2210; New York, MorL, MA 1346, 267 e 268, e Sankt Peterburg, Archiv Leningradskogo otdelenija Instituta istorii Akademii Nauk SSSR 54/3 e 78/2 (→ 6-7 e 11), mentre un’altra è attualmente irreperibile (Regoliosi 1966: 128-34; Pontarin 1972: 172-73; Besomi-Regoliosi in Valla 1984: 76-77).
Tra i codici postillati deve senz’altro ricordarsi il celebre Livio Harleiano (London, BL, Harl. 2493), già appartenuto al Petrarca (→ P 4). L’acribìa filologica del Valla si esercitò pure su Quintiliano, che l’umanista postillò nell’attuale Paris, BnF, Lat. 7723 (→ P 8); il manoscritto, forse appartenuto ad Antonello Petrucci, come sospetta la Cesarini Martinelli (in Valla 1996: xiii), fu portato in Francia da Pierre de Dubois, medico di Carlo VIII, raggiungendo, dopo diversi passaggi (Nicolas Lefèvre, Jacques-Auguste de Thou, Colbert), la biblioteca regia. Secondo Gargan (2010: 242 n. 52) non sarebbe da identificarsi con il Parigino il Quintiliano che il Valla ricevette dall’Aurispa nel dicembre del 1443, ma probabilmente con l’altro, ora perduto, sul quale il Valla appose le sue prime postille. Il fatto che l’umanista possedesse due copie di Quintiliano si evince da due lettere, rispettivamente a Viva Pamonio e a Giovanni Tortelli (Valla 1984: 290, 306). Perduto sembra anche un terzo codice, quello che il Valla chiese in prestito a Viva, promettendo di apporvi le sue annotazioni (sulla questione vd. Adorno 1955: 119-20 e 123; Besomi-Regoliosi in Valla 1984: 278-80; Gargan 2010: 242).
Si potrà notare in margine come anche per il Valla avvenne un fenomeno largamente osservato per il Petrarca, vale a dire la proliferazione di apografi delle sue postille. Basti pensare al commento valliano a Quintiliano, la cui tradizione è stata oggetto di pagine magistrali di Alessandro Perosa, il quale ha potuto ricostruire i fili delle diverse redazioni delle postille e delle loro intersezioni, fino all’approdo alla stampa (Perosa 1981: 580-602 [266-86 nella rist.]). Non sarà inutile rilevare come in due manoscritti derivati dalla tradizione del postillato Parigino, il Barb. Lat. 86 della Vaticana e l’Harl. 4995 della British Library, molte postille, per lo più osservazioni personali del Valla, siano state trascritte con l’aggiunta delle abbreviazioni «La. Vall.», «Lau. Vall.», «Lau. Vallensis», con le quali il Valla era solito siglare le sue annotazioni (Perosa 1981: 599 [283 nella rist.]). Per la presenza di tali sigle diligentemente trascritte dai copisti si potrà ancora ricordare, a titolo di esempio, il caso del Pal. Lat. 1483 della Vaticana, un codice delle orazioni ciceroniane sul quale Agnolo Manetti ha copiato una serie di annotazioni valliane, accompagnate dalla sigla «Lau. » o «Lau. Valla», ma certamente non autografe (Rizzo 1983: 147). Simile è il caso dell’epistolario di Plinio del ms. Oxford, BL, Laudian. Lat. 52, un codice di origine spagnola, copiato in tutto o in parte da un esemplare corretto dall’umanista durante il periodo napoletano: il manoscritto oxoniense presenta correzioni, varianti, postille di origine valliana e una sottoscrizione a c. 90r firmata «Laurentius Vallensis», ma anch’esse non sono di mano del Valla (Regoliosi in Valla 1981: lxxx-lxxxi; Besomi-Regoliosi in Valla 1984: 172; Pillolla in Valla 2003: 82-83; Lo Monaco 2008: 60-62; Pillolla 2008: 412-13; forse per una piccola svista il codice è citato tra quelli postillati o posseduti dal Valla in Lo Monaco-Regoliosi 2008: 97). Tra i molti altri casi di diffusione delle postille si potranno ricordare almeno quelli delle annotazioni alla traduzione valliana di Tucidide (Pade 1992: 174-78 e Pade 2000: 267-93) e delle note in greco presenti in alcuni codici della traduzione di Erodoto (Pagliaroli 2006a: 60, 62-70).
Tra i postillati sono sopravvissute anche numerose testimonianze minori, tra le quali si può ricordare il Vat. Lat. 355-356 (→ P 2), un codice in beneventana appartenuto alla Certosa di S. Martino di Napoli con le Epistole di Girolamo, di cui il Valla postillò il primo tomo (Manfredi 1992: 109; Cortesi 1997: 287-88; Gentile 1997). Il Valla annotò pure un altro esemplare di Girolamo, oggi New Haven, BeinL, Yale University, Marston 198 (→ P 5), contenente il Dialogus adversus Pelagianos, proveniente dalla corte aragonese (Shailor 1992: 367-71; Cortesi 1995: 188 n. 33; Cortesi 1997: 273, 287). Recuperato recentemente è il codice Paris, BnF, Lat. 6400D (→ P 7), che tramanda i primi cinque libri più il sesto incompleto del secondo commento di Boezio al Περὶ ἑρμηνείας di Aristotele, ugualmente postillato lorenzo valla 413 dal Valla (Pagliaroli 2005). Il codice risulta tra i manoscritti valliani posseduti da Antonello Petrucci, ma non è detto che non fosse da sempre nella sua biblioteca e che Valla abbia apposto le sue note su un codice di proprietà dell’amico (Gargan 2010: 253). Un fatto analogo avvenne almeno per Firenze, BML, Conv. Soppr. 475 (→ P 3), contenente i Topica di Cicerone con il commento di Boezio e il De definitionibus di Mario Vittorino (ma senza attribuzione nel codice), appartenuto a Giovanni da Tivoli, che il Valla frequentò a Roma intorno al 1450 (Pomaro 1982: 295; Besomi-Regoliosi in Valla 1984: 335 e 352-53; Nauta 2007-2008: 447 per l’ulteriore ipotesi che Valla fosse il possessore del manoscritto e che lo abbia ceduto poi a Giovanni). Da ricordare è pure lo ps. Quintiliano delle Declamationes maiores, oggi Oxford, BodL, Selden 22 supra 3410 (→ P 6), in cui di mano del Valla è l’annotazione a c. 14r che precede l’argumentum del Paries palmatus (da ultimo Pagliaroli 2006b: 48-49, con bibliografia). Risultano invece privi di postille valliane, oltre al Plinio Oxford, BodL, Laudian. Lat. 52, di cui si è detto, il famoso codice Paris, BnF, Lat. 7530, contenente un’importante collezione di testi grammaticali, che il Valla consultò nella biblioteca del Capitolo di Benevento (cfr. almeno Campana 1956-1957: 161-62; Besomi- Regoliosi in Valla 1984: 187-88; Gavinelli 1988: 243-44; Villa 2006: in partic. 44-45 e Gargan 2010: 239); il ms. Oxford, BodL, Add. C 144, un codice del sec. XI contenente una serie di testi grammaticali e di glossari, certamente utilizzato dal Valla, come hanno rilevato per la prima volta Bianchi-Rizzo (2000: 617), per i suoi appunti grammaticali ex Petro misello grammatico pubblicati dalla Casciano (1980-1981: 253-254); il Quintiliano H 12 dell’Archivio di San Pietro della Vaticana, che il Valla ebbe in prestito per qualche tempo dalla biblioteca del Capitolo di San Pietro (Gargan 2010: 242-43). Nessuna certezza vi sarebbe inoltre riguardo l’utilizzo diretto, da parte di Valla, del Parigino Suppl. Gr. 256 e del Leidense Periz. Q. 40, contenenti scolii a Tucidide (vd. ora Grossi 2012: 164-65, 168); la dipendenza, ancorché indiretta, della traduzione valliana dal corpus scoliastico tramandato dal Parigino resta comunque sicura (ivi).
Appartenne infine al Valla, ma non è stato identificato, l’Ippocrate greco già di Roberto d’Angiò, che l’umanista acquistò dalle Clarisse del convento di S. Chiara a Napoli (da ultimo Gargan 2010: 240). Sebbene il Valla negò il suo Quintiliano postillato al Tortelli e al Bessarione (a quest’ultimo fu rifiutato anche l’Ippocrate), l’umanista fu in genere piuttosto generoso negli scambi con gli amici e con i propri allievi: come ricorda Gargan 2010: 246, nel 1448 il Valla aveva concesso a Niccolò Perotti le Elegantie nella redazione definitiva e due anni dopo risulta avere in prestito un Aulo Gellio di proprietà dello stesso Perotti; a Giovanni Garzoni il Valla aveva probabilmente donato una raccolta delle orazioni di Cicerone, che il Garzoni risulta possedere molti anni dopo.
Per alcuni esempi di scrittura greca del Valla si potranno richiamare rapidamente le integrazioni sull’Escorial M III 13 delle Elegantie, le correzioni e le varianti sull’Erodoto Vat. Gr. 122 (→ P 1), i versi acrostici degli Oracoli Sibillini a c. 1v del Parigino Lat. 7723 (→ P 8) e infine le battute iniziali del nono capitolo della Poetica di Aristotele trascritte a c. 221r del Demostene Parigino Gr. 2999, codice che sarà poi di proprietà del Petrucci (→ 8).
Tra i deperdita si ricordano qui solo quelli la cui autografia è esplicita nelle testimonianze o è ipotizzata con qualche certezza dagli studiosi. Si possono menzionare la perduta copia delle Elegantie, ricca di correzioni e aggiunte, spedita al Tortelli nel 1441 (→ 4) e un codice di Quintiliano, avuto dall’Aurispa e dal Valla verosimilmente postillato (cfr. sopra, p. 412, anche per un altro codice di Quintiliano, forse avuto da Viva Pamonio). A essi va aggiunto almeno l’autografo dell’Antidotum in Facium che si trovava a Venezia presso Francesco Diana (cfr. almeno Casarsa 1986: 166-67; Cortesi 1986: 369; Casarsa 1991: 355), dal quale discende l’intera tradizione dell’Antidotum (Regoliosi in Valla 1981: cxxviii-clxxiii). Ancora, perduto è l’autografo della prima redazione della Dialectica (Zippel in Valla 1982: i xii-xiii); l’archetipo dei Gesta, verosimilmente autografo (Regoliosi 2008b: 337), e, sempre dei Gesta, il codice per re Alfonso, con rubriche marginali e correzioni autografe del Valla (Besomi in Valla 1973: xlix-liv); l’autografo della traduzione di Erodoto (vd. in partic. Pagliaroli 2006a: 20-21 e Pagliaroli 2007: 120-21) e il famoso Livio del cardinale Colonna, postillato dal Valla forse nel 1447 (Regoliosi 1981: 307-8) e non nel 1435 come voleva l’ipotesi tradizionale. Attualmente irreperibile è la lettera num. 33 (olim num. 173) dell’ed. Besomi- Regoliosi (Valla 1984), indirizzata al Tortelli (cfr. sopra, p. 412), che dopo l’asportazione dal Vat. Lat. 3908 ricomparve a Parigi nel 1878 inserita nella raccolta di autografi di Benjamin Fillon e fece quindi parte della collezione del marchese di Saint-Hilaire; posta in vendita nel 1891 (Regoliosi 1966: 130), giunse poi all’Archivio dell’Istituto di Stato dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, dove fu per qualche tempo conservata con la segnatura 80/2 (Kristeller: v 170).
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Villa 2006 = Claudia V., Lorenzo Valla a Benevento, in Tradizioni grammaticali e linguistiche nell’Umanesimo meridionale. [Atti del] Convegno internazionale di Lecce-Maglie, 26-28 ottobre 2005, a cura di Paolo Viti, Lecce, Conte, pp. 43-48.
Nota paleografica
La scrittura di V., documentata solo nella sua fase matura in un gruppo non foltissimo di autografi, è tanto ben riconoscibile quanto di difficile o non immediata classificazione. Ciò vale soprattutto per la mano libraria – umanistica nell’aspetto generale più che nella sostanza – molto meno per la sua corsiva più franca, testimoniata in alcune lettere (tav. 5). Tutta l’esperienza grafica di V. è infatti contrassegnata dal persistere di elementi per così dire tradizionali in un tessuto che invece appare del tutto nuovo. La cosa risulta subito evidente se si confronta la greve ma coerente littera antiqua del copista tedesco Giovanni da Rotenburg, cui V. si affida per la copia della sua traduzione di Tucidide, e la mano dello stesso V. nella nota, carica di valore programmatico, che certifica lo status di archetipo del Vat. Lat. 1801 (tav. 3). Nelle eleganti e accurate nove righe autografe, a parte le maiuscole, non è presente alcun marcatore umanistico, eppure la mano di V. non solo non sfigura accanto a quella del suo scrupoloso copista, ma si inserisce nel programma grafico del codice senza apparente contraddizione. Evidentemente più che la forma delle lettere in V. sembra contare lo stile, l’ordinamento del materiale grafico. Se si guarda alla scrittura di V. da una prospettiva esclusivamente morfologica (valga come generale l’es. della pagina iniziale del Parigino Lat. 8691, tav. 4), si può constatare come le lettere diacritiche, che fanno sistema, sono di tradizione moderna o, se si preferisce, gotica: V. usa sempre – nel testo, nelle correzioni e nelle annotazioni – la variante di d con asta inclinata e in fine di parola quella maiuscola di s, talora nella forma allungata (vari casi alla tav. 4, per es. r. 8: deterritus) che prelude all’esecuzione in un tempo (r. 17: adversus infensusque, r. 21: adversus); e se manca la nota tachigrafica in forma di 7 per la congiunzione (neppure nelle situazioni più informali, tav. 5), sembra di poter escludere che V. abbia mai utilizzato il corrispettivo umanistico, cioè la legatura & (un controllo effettuato sul Parigino Lat. 6174, consultabile sul sito della BnF, ha dato esito negativo). Il tessuto connettivo è senza dubbio corsivo: il primo tratto di f e s discende sempre sotto il rigo e presenta in molti casi la rastrematura tipica delle esecuzioni documentarie (tav. 4 r. 4: persuasionem induissent, r. 9: profutura non fuit… offensio); se è possibile farlo senza stravolgerne il ductus, le lettere sono scritte senza staccare la penna dal foglio: il caso più ovvio è quello di m, n e u, a cui va aggiunta la variante in un tempo di r che, senza essere esclusiva di V., è comunque un dato significativo della sua identità grafica. E che il retroterra di V., che la scrittura cioè della sua formazione e nella quale si esprime in modo più immediato sia “gotica” e corsiva, lo dice in modo chiarissimo la lettera a Giovanni Tortelli (tav. 5). Se poi ci fosse bisogno di un’ulteriore conferma, basterà confrontare nell’Urbinate Lat. 595 (tav. 1) la scrittura del V. nell’inscriptio con la bastarda mitigata all’italiana del copista tedesco Iohannes Vynck per constatare l’equivalenza morfologica e di sistema delle due mani, nonostante l’abissale differenza d’interpretazione. È infatti sul piano stilistico che V. riesce a dare alla sua scrittura un senso nuovo. I materiali corsivi sono da lui utilizzati come unità singole in un tracciato scandito da nitidi intervalli tra lettera e lettera, dilatato in orizzontale (non diversamente da quanto si osserva nella scrittura del Panormita e in generale nelle corsive “all’antica” di tradizione napoletana), in cui sono tendenzialmente evitate le legature (resistono solo quelle che nascono a partire dai tratti orizzontali, di e, f e t) e limitati, ma con minore perseveranza, i semplici accostamenti. Dove V. si dimostra molto scrupoloso è nel separare in modo netto, con uno spazio perfino eccessivo, le lettere che, secondo la grammatica gotica, andrebbero eseguite in nesso (per es. bc, be, bo, de, do ecc.), anche se qualcosa sfugge al suo controllo (tav. 4 r. 1: inde, da confrontare con cum de poco più avanti). Il risultato di tutto questo è, come si è detto, una scrittura “gotica” negli ingredienti, di chiara matrice corsiva e, nella disposizione dei segni e nel respiro della pagina, altrettanto chiaramente umanistica.
Censimento
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Lat. 595
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 1801
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 3908
- El Escorial, Real Biblioteca del Monasterio, M III 13
- El Escorial, Real Biblioteca del Monasterio, N II 23
- Forlì, Biblioteca Comunale «Aurelio Saffi», Raccolte Piancastelli, Sez. Autografi secc. XII-XVIII, 2210 (olim Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3908, cc. 148, 149 e 156)
- New York, Pierpont Morgan Library, MA 1346 267-268 (olim Città del Vaticano, Vat. Lat. 3908, c. 148)
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Gr. 2999
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 6174
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 8691
- Sankt Peterburg, Archiv Leningradskogo Otdelenija Instituta Istorii Akademii Nauk SSSR, 78/2 e 3/54 (olim Città del Vaticano, BAV, Vat. Lat. 3908, cc. 149 e 156)
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Gr. 122
- Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 355-356
- Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Conv. Soppr. 475
- London, The British Library, Harley 2493
- New Haven, Beinecke Library, Marston 198
- Oxford, Bodleian Library, Selden 22 supra 3410
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 6400 D
- Paris, Bibliothèque nationale de France, Lat. 7723
- Valencia, Biblioteca De La Catedral, 173
Fonte: Il Quattrocento - Tomo I (2013)
Data ultima modifica: 19 dicembre 2025 | Cita questa scheda